Il mio primo viaggio in India

Il messaggio dei veri maestri spirituali non può essere compreso da una prospettiva “mentale”. Circostanze favorevoli e l’atmosfera magica dell’India del mio primo viaggio quarant’anni fa mi hanno offerto un’indimenticabile esperienza della realtà indicata dal Vedanta: la realtà oltre il pensiero, la Consapevolezza non divisa, l’attimo eterno

Il mio primo viaggio in India fu così suggestivo e costellato di sincronicità che mi innamorai di quel Paese tanto da farne per oltre trent’anni una seconda patria. Ero partito dall’Italia per un viaggio turistico nel Sri Lanka e senza un programma per l’India; poi sulla via del ritorno all’aeroporto di Colombo trovai un volo per il Tamil Nadu e prolungai il soggiorno. Colsi l’occasione perché ero attratto dall’idea di visitare l’ashram di Sri Aurobindo, di cui avevo letto con passione alcune delle sue importanti opere. Un vecchio aereo a elica mi portò al piccolo aeroporto di Tiruchirappalli, che a quei tempi assomigliava a una stazione degli autobus della provincia italiana degli anni cinquanta, da lì proseguii in bus verso Pondicherry.

Tamil Nadu, una terra di mistici.

Questa regione è, assieme all’Himalaya, la terra che ha dato la nascita al maggior numero di mistici dell’India. In anni recenti qui ha vissuto il grande Ramana Maharshi (1879-1950) e nel suo ashram, nei pressi della montagna sacra di Arunachala, ancora si raccolgono devoti e ricercatori da tutto il mondo. Tutta la regione è costellata di luoghi sacri e degli splendidi templi della dinastia Pallava (600 – 900 d.C.) e nei secoli i più grandi maestri della tradizione shivaita hanno vissuto in questo territorio ricco d’arte, di cultura e dei generosi doni della natura.

Il tempio di Tanjore, dedicato a Shiva.

Durante il percorso verso Pondicherry per una sosta di ristoro, del tutto inaspettatamente mi trovai di fronte al magnifico tempio di Tanjore. Un grande tempio dedicato a Shiva, fatto costruire intorno all’anno 1000 da Rajaraja, il re mistico e visionario della dinastia Chola. Se vi fossi giunto già con l’idea di visitare un grande tempio non avrei potuto sperimentare quella sensazione di stupore di fronte all’intricata geometria di statue che ornano l’altissima piramide del Mandir, che, come cupola, ha un monolite di granito di 300 tonnellate! Ricordo che in quell’atmosfera di sogno la maestosità del tempio mi fece immaginare l’intervento di un’intelligenza superiore. Nessuna foto può ridare la percezione di grandiosità che provai in quel momento, in cui mi parve di veder emergere dalla pietra la profondità dell’antica cultura indiana e il potere creativo dello spirito.

Uno stato di grazia

Arrivato a Pondicherry trovai comodo riposo alla guest-house dell’ashram che offriva una linda cameretta a pochi passi dal mare. Dormii cullato dal rumore delle onde in uno stato d’animo particolare, dal momento che mi ero innamorato dell’India e come ogni innamorato ero in uno stato di grazia e umore radioso.
Ricordo come un sogno il tragitto in bicicletta da Pondicherry ad Auroville nel mio primo viaggio nel ‘74, i villaggi di capanne semplici ma meravigliosamente decorate nello splendido paesaggio subtropicale di un’India preindustriale, dove i veicoli a motore erano ancora molto pochi e la natura rigogliosa quasi intatta.

Verso auroville

Costeggiando l’oceano, dopo aver deviato verso l’interno, a un tratto apparve l’imponente struttura futurista del Matrimandir (che significa il Tempio della Madre), che allora era ancora lo scheletro in calcestruzzo di quella che è oggi l’enorme sfera dorata che simboleggia la Nuova Coscienza. Ora al suo interno lo spazio di meditazione è privo di idoli e contiene una grande sfera di cristallo attraversata da un raggio di luce. Le atmosfere, gli incontri, gli scorci di case del futuro immerse nella natura selvaggia dove aleggiava il sogno della città del futuro, hanno reso quel giorno indimenticabile.

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Il Matrimandir nel 19754

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Il Matrimandir in foto recenti

Matri sera tagliato

Ricordo con altrettanta nitidezza la mattina luminosa in cui il giorno dopo visitai l’antica casa coloniale dove si trova il Samadhi di Aurobindo a Pondicherry. Nel tragitto in rickshaw dalla guesthouse sul mare pensavo che prima di partire avevo immaginato il momento di vicinanza con le vestigia del Maestro come a un’esperienza straordinaria. Gli amici aurobindiani che c’erano stati mi avevano influenzato con racconti di visioni e sensazioni mistiche. Inoltre a quei tempi, dall’Italia immaginavo l’India remotissima e misteriosa. Ma ora che mi trovavo davvero lì e il mondo circostante era concreto e solido come sempre, mi domandavo che cosa mai avrei potuto sperimentare di speciale.

smadhi

Eccomi nel patio interno della casa, dove sotto una grande lastra di marmo bianco coperta di fiori giacciono Aurobindo e Mère. Davanti a me c’era una breve coda di devoti che si prostravano per alcuni secondi uno dopo l’altro. Al mio turno m’inchinai imitando gli indiani che prima di me si erano sdraiati lunghi distesi a terra con le mani giunte nel cosiddetto full pranam. Nel farlo mi accorsi che la mente era attraversata da pensieri del tipo: “mi sto inchinando bene, con autenticità o lo faccio con affettazione?”.
Di solito questi stupidi dialoghi interni hanno luogo senza che ci si faccia molto caso, ma in questo momento era come se fossero amplificati da un altoparlante. Nel giro di millisecondi mi resi conto di quanto fossero assurdi e mi accorsi in un lampo di consapevolezza che qualunque cosa passasse per la mente era del tutto fuori luogo. Era evidente che ogni pensiero era un’inutile interferenza che m’impediva di vivere pienamente il momento. Mi accorsi che anche aspettarsi qualcosa di “spirituale” era un pensiero che, come un rumore, offuscava la consapevolezza dell’attimo. Forse per un secondo la mente cercava ancora di aggrapparsi a qualcosa, ma non trovando sostegno si dissolse improvvisamente in un silenzio siderale.
In questo silenzio nitidissimo c’era solo il profumo dei fiori e dell’incenso, il ronzare delle api sulle rose, il fresco del marmo su cui avevo posato la fronte. Ed ecco l’attimo eterno, l’abisso della coscienza… Capii che questo è il “silenzio” di cui parlava Aurobindo e mi resi conto di quanto questa esperienza fosse ben diversa dalle fantasie mistiche che immaginavo.

A oltre quarant’anni di distanza e dopo 34 viaggi nella sola India, studi, esperienze e avventure di ogni tipo, non ho mai dimenticato quello spiraglio sull’abisso ineffabile della coscienza non divisa. Ancor oggi credo che quell’attimo indimenticabile sia stato un piccolo passo consapevole nella giusta direzione verso la vera conoscenza che trascende le parole e i concetti, le tradizioni ed è essenzialmente esperienziale e individuale e che ha come oggetto la conoscenza del Sé.

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