Molti hanno paura di svuotare la propria mente temendo di precipitare nel Vuoto. Non sanno che la loro stessa Mente “è” il Vuoto. Gli ignoranti evitano i fenomeni, ma non il pensiero; i saggi evitano il pensiero, ma non i fenomeni.

John Blofeld

Attraverso l’auto-indagine emerge uno stato naturale della consapevolezza che non risponde meccanicamente alle circostanze esterne, ma osserva con chiarezza le reazioni del corpo-mente di fronte alle situazioni, senza identificazione con i condizionamenti del pensiero e con l’osservatore stesso. È la totale negazione del tempo psicologico nella semplicità del sentire immediato e non diviso, in cui non c’è l’illusione di uno sperimentatore separato dall’esperienza. Seppure sia difficile da descrivere questo stato è la cosa più semplice che si possa immaginare, come il vivere spontaneo libero dai filtri del pensiero. La conoscenza, le credenze e tutti i condizionamenti accumulati sono messi da parte nel sentire immediato e la vita scorre senza attrito in una semplicità dell’essere che non è indifferenza o distrazione, bensì una più lucida presenza. Accade senza sforzo, senza intenzione e si manifesta senza aloni mistici e trascendentali.
La folgorante ovvietà del mondo indiviso, che appare una volta che il dualismo è dissolto, nasce da un processo di disillusione e disinganno piuttosto che, come molti credono, da estasi meditative che sono generalmente stati passeggeri.
Quando si osserva la realtà, con attenzione passiva e non divisa, liberi dalla sensazione di un osservatore separato dal tutto, si è oltre i condizionamenti e i pregiudizi che sono la stoffa dell’osservatore: l’ego con il suo bagaglio di esperienza e memoria. Senza fare nulla la vita scorre e ci guida nell’azione armonica e congruente.
Tutte le tecniche, le pratiche di meditazione e qualunque metodo saranno efficaci o frustranti, secondo la prospettiva della nostra ricerca, e potranno essere una via di trascendenza o una nuova illusione a sostegno dell’ego, a seconda dalla motivazione di partenza. Quando mettiamo in pratica ciò che Jiddu Krishnamurti ci ha così chiaramente trasmesso in tanti anni d’insegnamento cioè: l’osservazione senza un osservatore (l’attenzione di una mente sgombra dal pensiero) e ci rendiamo conto della natura illusoria dell’io e l’osservatore scompare davvero, riconosciamo la vanità di qualunque sforzo di cambiare le cose. Quando comprendiamo che è la rete del pensiero che crea la sensazione illusoria di un io separato dal contesto, abbiamo accesso a un novo piano di coscienza e una presenza mentale priva di resistenza e conflitto con la Realtà, che dissolve l’ingannevole trama dell’ego con le sue speranze e paure. Si giunge così a comprendere che la meditazione è il frutto di questa disillusione e non un mezzo per raggiungerla. Ciò che ci è richiesto è principalmente il coraggio di vedere le cose come sono e di stare con ciò che è. La mappa del pensiero non è il territorio della vita.
Il flusso dei pensieri è un rumore di fondo che copre la possibilità di fermarsi ad ascoltare il silenzio ed immergersi nell’Essere.
Molti propongono tecniche di controllo mentale e l’esercizio della volontà per padroneggiare la mente, con la grave lacuna di non aver esaminato chi o che cosa dovrebbe controllarla. Quando l’uomo sbagliato usa i mezzi giusti, i mezzi giusti funzionano nel modo sbagliato… dice un proverbio cinese.
La pace mentale non è il prodotto dello sforzo e del controllo, che anzi è causa principale dell’agitazione stessa. Nasce dall’accettazione della realtà, senza via di fuga, dal riconoscimento che l’ego è un prodotto della memoria e del condizionamento e che possiamo vivere pienamente solo quando non cadiamo in un’illusoria identificazione con esso.
Il pensiero funziona senza conflitto quando si prende cura delle cose pratiche del momento, ma diventa il più grande ostacolo quando si sovrappone al nostro vero essere e sentire. Quando riconosciamo che il pensiero applicato all’essere conduce a irrisolvibili paradossi, lo lasciamo ai suoi compiti e possiamo guardare la realtà senza i condizionamenti del passato e liberi dal conflitto con ciò che è qui e ora. Solo a questo punto avviene per noi una vera rinascita.
Per far sì che questi concetti non restino astrazioni, ma diventino realtà vissuta, ho trovato nella tecnica di respirazione intensa che insegno il catalizzatore più efficace. L’attenzione alle sensazioni, che la respirazione produce, favorisce l’immediato sentire non diviso, conduce oltre la dimensione concettuale e alla diretta percezione e immedesimazione nel vero Sé. Non solo il respiro è alla base della salute psicofisica ed è dimostrato che metodi di respirazione possono risolvere ansia e depressione, ma la respirazione opportunamente applicata è anche la via più diretta per la trascendenza dell’io e l’autorealizzazione.

Filippo Falzoni Gallerani, Milano, luglio 2010

Affronta i fatti e vedi che cosa succede
Tutti conosciamo quel tremendo senso di solitudine nel quale né i libri né la religione servono più a niente, quando tutto quello che rimane dentro di noi è un vuoto spaventoso. La maggior parte di noi non riesce ad affrontare quel vuoto, quella solitudine; così fuggiamo e andiamo a cercare rifugio nella dipendenza da qualcosa, perché non possiamo sopportare di rimanere soli con noi stessi. Accendiamo la radio, leggiamo, lavoriamo, chiacchieriamo incessantemente occupandoci delle cose più diverse, dell’arte, della cultura. Ma arriva il momento nel quale non possiamo fare a meno di imbatterci in quel senso tremendo di isolamento. Anche se abbiamo un ottimo lavoro in cui tuffarci disperatamente, anche se ci mettiamo a scrivere libri, dentro di noi c’è questo vuoto tremendo. E siccome vogliamo riempirlo, ricorriamo alla dipendenza. Ci rifugiamo nella dipendenza, nei divertimenti, nella religione; facciamo dell’assistenza, ci diamo al bere, alle donne, facciamo di tutto per riempire quel vuoto. Ma se ci rendiamo conto che qualunque cosa facciamo per riempirlo o per nasconderlo non serve assolutamente a nulla; se ce ne rendiamo conto non a parole, vediamo l’assurdità di quello che stiamo facendo… allora ci ritroviamo ad affrontare un fatto. Non è questione di liberarsi dalla dipendenza. Il fatto non è la dipendenza; la dipendenza è solo una reazione a un fatto… Perché allora non affronto il fatto e sto a vedere che cosa succede? A questo punto sorge il problema dell’osservatore e dell’osservato. L’osservatore dice: “Mi sento completamente vuoto; non lo sopporto” e fugge da questa sensazione.
L’osservatore dice: “Io sono diverso da questo vuoto”. Mentre, invece, l’osservatore è proprio questo vuoto; non c’è un osservatore che stia vedendo quel vuoto. L’osservatore è l’osservato. Quando questo accade, avviene una rivoluzione tremenda nella mente e nel cuore.

Jiddu Krishnamurti

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