Che cosa c’è di “spirituale” in tutto questo

Ricordo che nel 1989-90 quando scrissi il mio primo libro sulle tecniche di respirazione, per un problema della casa editrice che ne ritardava la stampa ebbi modo di correggere il testo durante il mio annuale soggiorno in India. Alla prima rilettura ringraziai il cielo di quel ritardo editoriale. Rimasi quasi inorridito nell’accorgermi che avevo scritto almeno nove pagine di severe critiche all’uso improprio delle tecniche di respirazione, di meditazione ed in particolare del Rebirthing. Nella serenità himalayana pensai che non dovevo criticare nessuno e scrivere soltanto ciò che ritenevo corretto senza preoccuparmi di come altri si improvvisassero terapeuti o guide spirituali senza la più elementare preparazione. Riconoscevo nel Rebirthing la tecnica più potente ed efficace che avessi mai sperimentato, nonostante i fondatori americani del metodo la associassero a teorie così fantasiose da disgustare chiunque sapesse qualcosa di psicologia, di filosofia, di ricerca interiore e di spiritualità. Di fronte a queste gravi lacune, che screditavano la validità del metodo, pensai fosse sufficiente portare avanti un approccio serio, senza prendere in considerazione le pericolose deviazioni narcisistiche e le facilonerie che ne stravolgevano l’efficacia e ne screditavano il nome. Così al mio rientro dall’India portai all’editore Armenia un libro del tutto privo di anatemi e purgato da ogni critica alle scuole americane.Pochi anni dopo mi fu proposto da Rusconi di scrivere un libro per illustrare il mio metodo. Nel 1996 pubblicai con il titolo “Rebirthing Transpersonale” un testo più specifico per differenziare il mio approccio. Da allora sono passati molti anni e ho scritto altri tre libri in cui ho cercato di mettere in luce gli inganni dell’ego. Al giorno d’oggi internet ha diffuso su vastissima scala insegnamenti fasulli che si spacciano per filosofia orientale, meditazione, spiritualità, Yoga, sviluppo personale, Olismo, non-dualismo, ecc., tuttavia molte di queste informazioni non soltanto sono false ma anche svianti e dannose. Tutto ciò che esiste ha diritto di esistere ed è espressione di cause lontane e rappresenta la manifestazione di un lento processo evolutivo e per questo quanto scrivo non ha alcuna intenzione critica o antagonistica. In queste righe intendo prendere di nuovo in considerazione il meccanismo distruttivo più nascosto, subdolo e condiviso.

L’intelligenza discriminante che svela inganni e illusioni è un ingrediente indispensabile sulla via della liberazione, nel riconoscere ciò che è falso senza che ne nasca conflitto.

Tutti cercano a loro modo la felicità, il benessere, l’amore, la sicurezza e la pace interiore ma nella stragrande maggioranza dei casi nella direzione sbagliata. La totalità psicosomatica dell’individuo è un algoritmo estremamente complesso, molto flessibile ma tanto delicato che basta un piccolo squilibrio per rompere l’armonia della salute olistica e l’integrità, che accompagnano la gioia di vivere e la realizzazione di sé. Si potrà vivere anche 90 anni in uno stato di disarmonia ma non sarà vera vita pienamente vissuta ma una faticosa e spesso dolorosa sopravvivenza. Bastano piccoli blocchi emotivi e i più comuni condizionamenti psicologici perché si disperda gran parte dell’energia che è alla base dell’intelligenza intuitiva, dell’empatia, dell’entusiasmo e dell’ispirazione. Ogni cambiamento è impossibile se non da una prospettiva radicalmente diversa da quella comunemente proposta dalle discipline di automiglioramento importate dall’Oriente e non solo. Al contrario delle fantasie misticheggianti e delle estasi prodotte dall’autosuggestione che sono spesso proposte, nasce invece da una crisi, dalla disillusione e dalla resa. Molti approcci invece di affrontare i blocchi psicofisici e l’erronea prospettiva del ricercatore (gli inganni dell’io), suggeriscono di pensare positivo e immaginare il cambiamento desiderato per creare così la propria realtà, come se si potesse avere questa libertà creativa senza aver prima riconosciuto chi siamo veramente, cosa stiamo cercando e perché lo cerchiamo.

Cerchiamo la verità che svela il nostro nulla o gratificazioni per l’ego in versione spirituale?

Invero il primo passo per iniziare qualunque processo autenticamente trasformativo è il coraggioso riconoscimento della nostra inconsistenza come individui indipendenti dalla vita stessa. Arrendersi alla realtà conduce al testimone trasparente a sé stesso, libero dal tempo che abbraccia il divenire. Vuoto e Forma, l’Essere e Divenire, Shiva e Shakti, non sono altro che la pienezza della vita vissuta con coraggio e spontaneità. In questo senso il Mahamudra di Tilopa afferma che “la più alta meta è l’essere ordinario privo di speranza e paura”. Arrendersi alla realtà non ha nulla a che vedere con la passività, anzi implica attività efficace con il coraggio di vedere le cose come sono e di riconoscere i limiti dell’ego-immagine prigioniero di astrazioni e concetti.

Quell’io fatto di pensieri e aspettative non ha il controllo della situazione, anzi ne ostacola il fluire ma difficilmente osa riconoscerlo e altrettanto difficilmente lascia la presa. Questo autoinganno è l’errore più sottile e il problema più diffuso che impedisce di vedere e comprendere sé stessi e il mondo e che conduce ad una falsa percezione di sé. Ed è per questo che è anche molto difficile da comunicare a chi non abbia il cuore aperto alla vita e la mente aperta al mistero e al sapere di non sapere. Siamo energia-consapevolezza che abbraccia senza divisioni il reale e ci identifichiamo con un corpo separato dal mondo, seppure sia il corpo sia le percezioni esistono all’interno di questa stessa consapevolezza, che è la nostra vera natura.

Siamo la vita che anima ogni essere ma identificati con l’io abbiamo paura di morire e fantastichiamo sulla reincarnazione o la vita eterna come se fosse quell’io che scompare appena siamo distratti o addormentati a dover durare per sempre… Come spesso ripeto l’io è illusorio in quanto è una non-entità, un’immagine mentale, un riflesso del pensiero e questo io vorrebbe trovare la liberazione? Che assurdità… Si spera che duri in eterno invece di comprendere che giova liberarsene immediatamente riconoscendone la natura illusoria e divisiva.

Separiamo noi stessi dalla vita immaginando di essere qualcosa-qualcuno di esterno a ciò che percepiamo. Ma quando siamo in armonia tutto fluisce in spontanea pienezza e non c’è sensazione di un io separato con il suo bagaglio di pensieri. Molti pretendono di raggiungere uno stato, lo si chiami: consapevolezza, silenzio mentale, chiarezza, risveglio, che sfugge a qualunque tentativo da parte dell’io di raggiungerlo perché appartiene a un piano esperienziale oltre le immagini mentali che l’io incarna.

La coscienza del Sé è uno stato di totale libertà ed equanimità, che è impensabile per la mente che per natura si basa sulla contrapposizione delle polarità, mentre nella pienezza di sè si coglie la reale interdipendenza degli opposti. Molti pseudo-insegnamenti spingono gli allievi a cercare qualcosa che si manifesta solo in una coscienza sgombra dalla presenza del cercatore e della ricerca.

L’io scompare nella consapevolezza senza scelta di ciò che è e con esso scompaiono i filtri del passato e i condizionamenti che ci imprigionano.

Molti cercano il cambiamento senza comprendere che il problema non è cambiare ma riconoscere chi vuole farlo. La divisione interiore tra “controllore e controllato” che in questo modo si instaura è autofrustrante. A volte gli insegnamenti spirituali, le ideologie di liberazione e autotrascendenza, attraverso cui molti cercano di affrancarsi dalla sofferenza, sono travisati a tal punto da amplificare la confusione. Per vivere questo “stato naturale”, (termine con cui Ramana Maharshi indica la coscienza del sé) non si possono usare metodi che complicano la situazione e conducono la mente impreparata ed ego-riferita in un ginepraio di paradossi.

Lo sforzo di liberarsi dallo sforzo crea un doppio sforzo e si è in ansia nella ricerca della pace. E’ fondamentale comprendere che la meditazione non può essere premeditata dall’io che vuol liberarsi di se stesso! La percezione diventa chiara e luminosa quando siamo coscienti del testimone impersonale che riconosce l’io come una semplice funzione della mente.

La seconda parte di questo brano tratterà dell’applicazione concreta di questa prospettiva alla tecnica di respirazione che insegno.

Filippo Falzoni G., Milano, Giugno 2018

I Mastri Cinesi dello Zen

Il Maestro disse:

Tutti i Buddha e tutti gli esseri viventi non sono altro che un’unica Mente: non vi è alcun altro metodo spirituale.

Questa Mente, mai nata, da tempi senza inizio, non è mai cessata di esistere; né blu né gialla, senza forma né aspetto, non dipende né dall’essere né dal non-essere, né dal vecchio né dal nuovo; non è né lunga né corta, né grande né piccola, aldilà di ogni delimitazione o denominazione, di là da ogni possibilità di essere percepita o considerata come un oggetto; eccola, essa è la Realtà in sé!

Ma, alla prima considerazione pensativa, la si perde…

Illimitata e insormontabile si direbbe spazio vuoto!

Così, questa mente-unica è il Buddha e tra il Buddha e gli esseri viventi non vi è differenza.

Tuttavia, gli esseri viventi cercano sempre da qualche altra parte, attaccandosi ai fenomeni e, così facendo perdono tutto, perché andando alla ricerca del Buddha con la loro idea del Buddha e ricercando la mente con la loro mente erronea, anche sforzandosi per interi kalpa, non potrebbero approdare a niente.

Essi ignorano che il Buddha appare spontaneamente a chi cessa di evocarlo liberandosi dal processo pensativo. Questa mente, dunque, è il Buddha e il Buddha è la totalità degli esseri viventi. Quando egli è un “essere vivente”, la mente non ne viene per niente diminuita e quando essa è il Buddha, per niente aumentata.

Se non credete fermamente che questa mente sia il Buddha e se volete praticare attaccandovi ai caratteri particolari (fenomeni) per ottenere i meriti, siete in preda ad un totale malinteso e così devierete dal Sentiero.

Questa mente è il Buddha. Non vi è altro Buddha e neppure altra mente. Questa mente chiara e pura somiglia allo spazio vuoto, perché in nessun punto avrà mai una forma particolare. Quando si suscita uno stato di mente particolare a causa dell’intromissione dei pensieri, ciò vuol dire deviare dalla sostanza delle cose e attaccarsi ai caratteri particolari. Ora, non si è mai visto, da tempi senza inizio, un Buddha attaccato alle “particolarità” (cioè ai fenomeni).

Esercitarsi con le sei paramita e con infinite pratiche, per diventare Buddha, significa seguire una via graduale e, da sempre, non si è mai visto qualcuno diventato “Buddha per gradi”.

E’ sufficiente risvegliarsi a questa mente-unica per non aver più la minima realtà da trovare; questa è la vera Buddhità. Il Buddha e gli esseri viventi sono indifferenziati nella mente-unica che, come lo spazio vuoto, non è mai confusa e mai si deteriora. Infatti, guardate il sole che illumina il mondo intero.

Al suo levare, la luce si spande sulla terra, ma lo spazio in se stesso non diviene più luminoso. E quando il sole sparisce e le tenebre ricoprono la terra, lo spazio non si oscura affatto. La luce e l’oscurità si scacciano l’un l’altra, ma lo spazio resta vuoto e immutato per sua natura. La stessa cosa accade per questa mente del Buddha e degli esseri viventi.

Vi sono alcuni che considerano il Buddha come potatore dei segni particolari di essere puro, libero e luminoso, mentre al contrario, gli esseri viventi sono portatori qualità di esseri impuri, offuscati e incatenati al Samsara. Tuttavia, chi afferma questo, non otterrà mai il Risveglio, neanche dopo innumerevoli kalpa, poiché si attacca ai fenomeni. In questa mente-unica, quindi, non c’è nient’altro da cercare, perché la mente stessa è il Buddha.

Oggigiorno, i praticanti che non si sono risvegliati a questa mente, in sostanza non fanno che produrre pensieri su pensieri, cercando il Buddha all’esterno e continuano a praticare attaccandosi ai caratteri particolari. Questo è un cattivo metodo e non la Via del Risveglio.

 

Elmire Zolla: Archetipi…

Un maestro vedantico, T.M.P. Mahadevan, suggeriva di immergersi meditando nel senso della frase «ho saporitamente dormito», specie su chi, su che cosa sia l’io sottinteso. E un io che si dovrebbe saper cogliere astraendo sia dall’io di veglia che dall’io onirico. Si può far cadere l’accento della frase sul primo membro, dicendo: «io ho dormito saporitamente», e approfondire i significati della meraviglia che si prova per essere quell’io, per la continuità che lo lega all’io di veglia che su di esso sta meditando. Sul discrimine fra veglia e sonno, al risveglio o nell’assopimento, aleggia al di sopra e della veglia e del sogno una traccia dell’io dormiente, persiste o si preannuncia questo io indeterminato, unificato, universale, al di qua di ogni identificazione o proiezione, e tuttavia non del tutto insussistente: un «come» piuttosto che un «qualcosa». Non è insensato, infatti, dire che si dormirà o si è dormito «saporitamente». L’esperienza metafisica è l’esperienza di questo io in qualche modo sussistente nel sonno senza sogni. E’ lecito obiettare che non si sperimenta in modo diretto questo io assopito, perché se ne serba soltanto un ricordo, e nulla comprova che la rimembranza sia autentica. Si è talvolta affermato che nemmeno dell’io onirico, avendone soltanto memoria, si è mai sicuri. Si dimentica però che anche della veglia ci si sovviene soltanto, sia pure a tempi brevissimi: non esiste l’immediatezza, tutto è mediato, memorizzato. Gli anestetici bloccano il ricordo, non la sensazione stessa, il cui engramma, sotto ipnosi, può emergere in pieno. Si dimentica che di sopore è compenetrata la veglia: essa lampeggia in modo discontinuo su un fondo di sonno. Sia un lavoro abituale che un’opera rapinosamente ispirata si eseguono in modo trasognato, da addormentati. Come nei concerti l’apice supremo è un silenzio nel quale è come se si raccogliesse in uno la miriade di pause che costella e compone la musica, così il sonno altro non è che l’apice in cui si raccolgono tutti gl’intervalli di sopore nella veglia, i quali formano come il fondo oro su cui si staglia la discontinuità dell’autocoscienza.

L’Imitazione di Cristo propone come tema di meditazione il quesito: Dove sei quando non sei presente a te stesso? Era una vecchia tecnica devozionale. Si è automaticamente efficienti, lucidi al di là dell’attenzione riflessa, nell’empito entusiasta: la veglia più intensa coincide col sonno profondo. Si esclama talvolta: «Ho perso la nozione dello spazio e del tempo», luogo comune degl‘innamorati, dei combattenti, degli artisti, di chiunque sia così assorto in ciò che vive da agire come un sonnambulo. Al culmine dell’impegno di veglia si dorme: quando se ne sia perfettamente consapevoli, si è in grado di avvertire nitidamente l’io quasi inafferrabile di «io ho dormito saporitamente», un io elusivo, sottile, quello stesso dei rapimenti estatici, dei momenti nei quali si scivola beatamente lungo un cammino predestinato. Quali opere meravigliose si compiono del resto nel sopore notturno, quali masse smisurate di inani superfluità si scaricano allora nel nulla, quali liberazioni non si ottengono! Basterebbe, al magico istante del transito fra sonno e risveglio, far tesoro della sensazione d’aver saporitamente dormito: sapendola trattenere in cuore, si godrebbe nel pieno tumulto del giorno di una pace profonda. Ma si rilutta ad ammettere che l’io del sonno sia l’identità ideale: una mente servile crede che l’autocoscienza sia superiore all’abbandono, che lo sforzo sia più degno della sprezzatura, come se l’essere non precedesse ontologicamente la coscienza. Una volta che si sia compreso il significato del nostro io di sonno, si può rispondere alla sfida zen: “Mostrami la faccia che avevi prima di venire al mondo”.

Tratto da: E. Zolla, Archetipi, Aure, Verità segrete, Dioniso Errante, Ediz. Marsilio

Serenità e fortuna (F. Falzoni)

Mi è sempre stato chiaro che la teoria New Age secondo la quale immaginando una cosa con convinzione la si fa accadere fosse ingannevole. E’ ovvio che aver in mente un progetto chiaro è utile quando si tratta di faccende materiali e concrete ma quando ci si addentra nella conoscenza di sé o in un percorso di individuazione e liberazione queste idee di automiglioramento diventano dannose e allontanano dalla realtà. Per questo quando sentii parlare per la prima volta della cosiddetta “legge di attrazione” (che probabilmente è stata tratta da “Course in Miracles”, i tre volumi di moda negli anni’80 sul potere della fede e del pensiero), mi parve subito un’ennesima illusione che trova un lucroso mercato nel variegato mondo dei nuovi approcci pseudo-spirituali, dove troviamo un confuso mix di filosofie orientali mal comprese, di teorie scientifiche banalizzate e di medicina alternativa senza basi concrete. Con questo non intendo screditare tutte le scuole di questo tipo o la medicina alternativa in genere, che quando ben applicata è spesso più efficace e priva di controindicazioni della medicina tradizionale. Ma purtroppo nell’era di internet chiunque si può proclamare maestro e trovare seguaci anche se diffonde le teorie più assurde. Questo, oltre a danneggiare gli ingenui che si affidano a questi falsi maestri, scredita i seri ricercatori, le tecniche valide e la vera conoscenza. La “legge di attrazione”, per come viene in genere presentata, ha un certo successo perché indica reali possibilità latenti nell’individuo che tuttavia hanno ben poco a che vedere con i metodi proposti dalla teoria stessa.

Invero è possibile entrare nel flusso delle sincronicità armoniche, ma si tratta di stati dell’essere che non sono frutto del pensiero intenzionale, come erroneamente si insegna. Esiste la possibilità di una trasformazione che può dare una direzione positiva al destino, ma non può essere indotta dal desiderio e dalla riprogrammazione mentale. Le tecniche del “pensiero creativo” o l’uso delle “affermazioni positive”, che si pretende faranno andare tutto per il meglio, mi sono sempre sembrate ingannevoli e recenti ricerche su un gran numero di ex praticanti lo hanno confermato. Già da ragazzo mi ero reso conto che i momenti d’esaltazione e ottimismo spesso conducono in errore e attirano pesanti lezioni dalla vita, mentre momenti di accettazione della propria incapacità e coscienza dei propri limiti sono spesso forieri di occasioni fortunate. Quando si crede di aver capito tutto e di avere il controllo, eventi indesiderati presto ci disilludono. In questo senso i pensieri positivi non attraggono belle cose, anzi! L’autostima facilmente diventa hybris o nevrosi narcisistica. In passato ogni delusione di questo tipo mi riconduceva a momenti di introversione che mettevano in luce che nella mente albergavano contraddizioni e conflitti di diversa natura. Sapere che questa condizione psicologica fosse connaturata all’uomo occidentale, tanto da essere considerata normale, non mi era di gran sollievo. Il raggiungimento di scopi e la soddisfazione di desideri inoltre non era ciò che soddisfaceva i bisogni più profondi. Cercavo la “liberazione” ed ero convinto che fosse una meta raggiungibile, seppur inafferrabile ed elusiva, qualcosa che sapevo di aver assaporato e perduto molte volte. Cercavo con gli strumenti della psicologia, con lo studio dei testi classici e con diverse pratiche psicofisiche, di risolvere i conflitti interiori. Ma per anni vittorie e sconfitte si sono alternate senza darmi una stabile serenità e pienezza. In un certo senso anche quando avevo una buona vita e stavo bene, mi accorgevo di non essere mai del tutto soddisfatto. Di certo se ci si confronta con l’ideale non si sarà mai contenti, ma comunque mi pareva che mancasse qualcosa che non sapevo identificare e che i beni materiali non potevano soddisfare. La ricerca pareva girare attorno a una specie di mancanza di amore per la vita così com’è. Jiddu Krishnamurti direbbe: “il confronto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere”, che spinge a una frustrante ricerca di automiglioramento senza fine. Imparare a memoria i testi dei saggi, incontrare maestri risvegliati e meditare in eremitaggi sull’Himalaya non sembrava sufficiente e neppure l’analisi junghiana, lo Yoga, le esperienze con le piante sacre e le diete purificanti. Solo dopo parecchi anni di ricerca ebbi, nel modo più inaspettato, un’esperienza interiore davvero trasformativa che a distanza di anni considero un vero risveglio. E’ impossibile definire con le parole quell’esperienza in cui è come se avessi compreso che “cercavo il cercatore”, che ero già “il me stesso” che cercavo, e non ero un mero prodotto del pensiero e del tempo. Seppure impossibile proverò a descriverne alcuni effetti. E’ stato come vedere la realtà autoevidente che come un’onda non è separata dal mare e dipende dal mare sotto ogni aspetto, allo stesso modo l’individuo è espressione della Vita. Come percepire la vita nel suo insieme, in un flusso continuo e indiviso, in cui non c’era un io-separato dalla scena. La realtà: una manifestazione sullo sfondo di un continuo presente senza tempo. Percepire che la vita mi agiva, del tutto al di là di ogni pretesa di controllo dell’io-persona. Era assurdo cercare di migliorare quel “me”, qualcosa che non esisteva nella realtà, se non come concetto mentale. Le coppie di opposti erano ricomposte in unità senza lacune. Ma le parole sono del tutto inadeguate ad esprimerlo. Cambiata la prospettiva, tutti i conflitti interiori che avevo cercato invano di risolvere non avevano affatto bisogno di essere risolti, perché esistevano a un livello che non mi toccava più. Erano solo pensieri, creazioni illusorie di un altrettanto illusorio “io”… Era evidente che non ero un pensiero e che le radici della coscienza che mi animano erano la Vita stessa nella sua pienezza, oltre qualunque concetto. Tutte queste cose le avevo lette e studiate negli anni, ma in quel momento ne sentii la realtà autoevidente. Potrei elencare un gran numero di prospettive coesistenti che comunque non potrebbero rendere attuale l’esperienza. In precedenza avevo già provato stati transpersonali in cui avevo percepito una simile realtà. Ma erano stati momenti passeggeri di cui la mente presto si impossessava. Concettualizzandoli ne perdevo la sostanza e presto diventavano un ricordo del passato e l’ego ritornava in prima fila. In questo caso, invece, non si trattava di uno stato di rapimento meditativo, o uno stato fuori dall’ordinario, non era un’esperienza, ma un riconoscimento della cosa più evidente e sostanziale riguardo alla natura del “me”, che non mi ha più lasciato.

Non potrai percorrere il sentiero prima di essere diventato il sentiero stesso

Appena ho smesso di sprecare energie alle prese con i falsi problemi dell’ego, ho percepito un’onda di chiarezza e di forza interiore che dispensava coraggio e benessere. Erano scomparsi ogni bisogno, ogni mancanza, era finita la divisione tra il giudicante e il giudicato, non c’era più di che essere insoddisfatti. La vita non aveva più nulla di problematico, non c’era nulla da temere, e anche l’enigma di “essere e non essere” non era un problema, anzi dava profondità e mistero alla quotidianità. In questo flusso, non ci sono immagini personali da sostenere, nessun bisogno di apparire agli altri in un modo o in un altro, nulla da mostrare e non siamo neppure qualcuno che ha raggiunto qualcosa. A questo punto l’Essere indiviso nel suo fluire si manifesta senza sforzo. L’assenza di ostacoli inutili e conflitti di interiori è lo stato della normale attività della mente che finalmente si è arresa alla totalità dell’Essere in un auto-accadere spontaneo e fluido. Non desiderando e non temendo, non temendo il timore né desiderando il non desiderio, prendendo la vita come viene secondo ciò che l’attimo richiede, tutto pare trovare un ordine ed un’armonia che vista dall’esterno sembra solo buona fortuna. Dicendo questo sembra che io riaffermi la legge di attrazione e il pensiero creativo, cioè se cambiamo noi cambia il mondo. E’ qui che credo sia necessario chiarire bene la differenza che è tanto radicale da apparire l’esatto opposto. Il surrender è la fine dell’io che vuol automigliorarsi… Coloro che insegnano la legge d’attrazione, suggeriscono di riprogrammare il cervello e sostituire i programmi negativi che producono insicurezza e conflitto con programmi di incoraggiamento e successo. In questo modo ciò che è programmato si traveste da programmatore per riprogrammarsi… Mentre è proprio quando non c’è più un io, né la presunzione di programmare, proprio quando non voglio nulla e non mi sento qualcuno, che la fortuna mi stupisce. Tutto va come deve e anche apparenti contrattempi si rivelano la miglior cosa in un contesto più ampio, come quando perdiamo l’aereo che sarebbe precipitato.E’ piuttosto una consapevolezza impersonale, senza desideri e alternative ad attirare le sincronicità armoniche e le coincidenze positive. E’ la fine di ogni pretesa e controllo. Il cammino di certo non ha nulla a che vedere con intenzionali riprogrammazioni, neppure con la pretesa di sapere che cosa programmare. Oltretutto dovremmo ricordare che il programmatore e il programmato esistono solo nell’immaginazione. Il dissolversi dell’io, la fine dell’autoinganno è una cosa seria, un impegnativo cammino di disillusione per il quale ci vuole molta attenzione ed energia. Reagire ai problemi quando la mente non vede chiaramente l’illusione della personalità, anziché risolverli, li amplifica. Arrendersi alla Realtà e riconoscere la natura del sé è un compito difficile, ben diverso da esercizi mentali per influenzare l’inconscio ecc. La conoscenza di sé conduce alla liberazione, ma è necessario ricercare nella giusta direzione e applicare, con coerenza, pratiche esperienziali efficaci.

Più di mille anni fa diceva Huang Po, importante maestro della scuola buddhista Zen cinese: Quando l’Illuminazione è compiuta, egli non è libero dalla schiavitù delle cose, ma non cerca di essere liberato dalle cose. Il Samsara non è odiato da lui né egli ama il Nirvana. Quando raggiunge la perfetta illuminazione, essa non è né schiavitù né liberazione.  

Filippo Falzoni Gallerani, Milano, ottobre 2017

Essenza dell’insegnamento non-dualista (F. Falzoni)

La vetta più alta del pensiero indiano è l’Advaita Vedanta, la cui essenza è la filosofia non-dualista. E’ una via pratica e concreta alla realizzazione e all’autotrascendenza per conoscere la realtà che i sensi nascondono. L’India ha dato la nascita a grandi maestri dell’Advaita non solo in secoli remoti ma sino ai giorni nostri. Risvegliati come Ramana Maharshi e Nisargadatta Maharaj, che hanno vissuto in anni recenti, hanno lasciato insegnamenti di incomparabile valore, coerenti con gli antichi classici. Quando nei primi anni ’90 in India, su suggerimento di un saggio bibliofilo, entrai in contatto con alcune Upanishad del VII secolo, fui subito consapevole che quegli antichi testi indicavano verità fondamentali e sempre attuali. Avevo osservato qualcosa di simile nei momenti di risveglio della consapevolezza durante un’esperienza perimortale in gioventù e con il Rebirthing e la meditazione. Nello stesso tempo paradossalmente era come se fossero stati quegli stati di coscienza non ordinaria a permettermi di comprendere quegli insegnamenti. Negli anni ho letto e riletto molte decine di testi. Li ho considerati così importanti che durante i miei soggiorni in India ho tradotto e poi raccolto nel volumetto “La Saggezza non Dualista” parte della Ribhu Gita (la Gita di Shiva), dell’Avadhoota Gita e altri brani di Upanishad inedite in italiano. Queste indicazioni dei saggi, assieme alla pratica del breathwork, hanno risvegliato delle intuizioni che hanno rivoluzionato il modo di considerare me stesso e la vita. Hanno chiarito le esperienze interiori che avevo vissuto senza capire. Hanno reso evidente la falsa percezione che ci fa credere di essere individui separati in balia di una realtà priva di senso.

Queste conoscenze non hanno nulla a che fare con la fede in qualcosa e con le fantasie spiritualistiche o l’idealismo New Age. Sono di autentica saggezza e di fondamentale importanza per qualunque psicoterapia e per ogni cammino di autorealizzazione. Sono coerenti, nel confronto interdisciplinare, con i nuovi paradigmi della scienza quantistico-relativistica e con gli studi più avanzati della Psicologia Transpersonale. Anche il processo d’individuazione di Jung, che indica una via d’integrazione dell’inconscio, può essere compreso pienamente alla luce di questi testi. Non si tratta di speculazioni astratte, perché si è constatato che la retta comprensione di sé dissolve i conflitti dell’ego, dona equilibrio e serenità e apre la strada alla saggezza intuitiva che guida all’autorealizzazione. Conoscere se stessi e cogliere la natura non divisa dell’Essere è sia la cosa più semplice, sia la cosa più difficile. Il vero Sé non si può trovare perché non lo si è mai perduto. Ipnotizzati dal mondo del divenire abbiamo dimenticato chi siamo e ci perdiamo nella camera a specchi della mente. Quegli insegnamenti esoterici, che pochi potevano avvicinare, sono ora diffusi su internet e attraverso pubblicazioni popolari. Ma sono conoscenze a cui si può accedere solo attraverso l’intuizione e l’esperienza e nel ridurle a concetti se ne stravolge completamente il significato. Non si tratta di capire le parole né di coltivare nuove idee, ma piuttosto trovare: a CHI appaiono parole e idee? A CHI appare l’evanescente mondo del pensiero?

Tutto il mondo delle percezioni è contenuto nella Coscienza e la liberazione deriva dalla conoscenza di sé come essenza coscienziale a monte di qualunque identificazione

La domanda essenziale dell’Advaita Vedanta è: “Chi sono io?” alla quale ci si accorge di non poter trovare risposta. Non posso vedere colui che vede, né trovare il pensatore dei pensieri, il quale, sottoposto ad indagine, si rivela esso stesso un pensiero che scompare appena sospendiamo il processo pensativo. La saggezza discriminante è un ingrediente necessario per non cadere in un mare di contraddizioni e paradossi. Per giungere alla conoscenza del vero Sé, devo dapprima scartare ciò che non sono. Di certo tutte le immagini e i pensieri su di me e sul mondo non sono me. La memoria del passato e di quanto ho vissuto non è me e neppure i desideri e il chiacchierio mentale cui assisto. L’immagine che ho di me è anch’essa un pensiero. Quando rivolgo la mente all’interno, alla ricerca del testimone dei pensieri, riconosco che una coscienza impersonale e onnipervadente è il substrato (un immenso vuoto che contiene ogni cosa) di tutte le sensazioni fisiche e mentali e di tutte le percezioni sensoriali. Non ha dimensioni o centro, non ha caratteristiche come l’assoluta trasparenza e il vuoto. Riconosco di essere coscienza solo quando non mi identifico in un oggetto-immagine proiettato dal pensiero. La coscienza di Essere (prima di immaginare di essere “questo o quello”) è il Sé. Questo Atman trascende il corpo e la mente e non è separabile da Brahman (l’Assoluto). Senza di esso non ci sarebbero lo spazio e il tempo che per esistere necessitano di qualcuno-qualcosa che li percepisca. Quando mi immedesimo nell’Atman sperimento “Sat-Cit-Ananda” (Essere-Coscienza-Beatitudine), uno stato che le parole non possono descrivere e che può comprendere solo chi l’ha vissuto. La coscienza per manifestarsi ha bisogno di un corpo sostenuto dal respiro e dal cibo. Nel mondo fisico tutto pulsa, tutto è vibrazione e onde di diversa frequenza, sistole-diastole, inspirazione-espirazione, notte-giorno, tutto è percepito attraverso le coppie di opposti, caldo-freddo, luce-ombra, bene-male, ecc. Il sorgere e il tramontare della coscienza si manifestano nei cicli di sonno-veglia, vita-morte, Essere-non essere. Nella realtà non-duale le polarità e la divisione tra “osservatore e osservato” scompaiono nell’interconnessione e nell’interdipendenza dell’Unità che tutto sottende. Invero l’Advaita è al di là di dualismo e non dualismo, perché il Sé è oltre agli attributi e il pensiero, è sempre soggetto e mai oggetto. Chi è il Testimone del sorgere e del tramontare della coscienza? Nel sonno profondo ci sono e non c’è pensiero né io. Che cosa è ciò che si situa prima della consapevolezza di essere e della divisione tra essere e non essere?

I saggi dell’Advaita chiamano Parabrahman il substrato della coscienza. Tale stato assoluto è oltre ciò che il pensiero possa concepire e raggiungere. E’ il Nulla che è il Tutto. Un’attenta e sincera autoindagine conduce il serio ricercatore alla realtà non divisa, in cui riconosciamo la natura atemporale, “non nata” e immortale della pura consapevolezza che anima ogni cosa. Quest’esperienza trasformativa libera dalla sofferenza e dalla paura. Il risveglio a questa consapevolezza conduce all’autorealizzazione e alla fine del dolore. Non nella fantasia di speranze ultramondane bensì nella pienezza del quotidiano e in un confronto armonico e spontaneo con il mondo fenomenico.

Non è qualcosa di mistico che trasforma in santi. Invero è lo stato naturale della mente non divisa, che si manifesta nell’autenticità spontanea. Non leggeremmo neppure queste righe se avessimo realizzato l’ovvietà di tutto questo. E invero anche queste sono solo parole, indicazioni e concettualizzazioni per mettere un po’ d’ordine al pensiero, ma indicano qualcosa che ha valore solo se è vissuto.

Aggrapparsi alle parole confonde la mente e la conduce ai paradossi dell’impensabile o a confondere la mappa con il territorio e la parola con la cosa. Tutta la ricerca e la filosofia e l’io stesso, che cerca la realtà, sono aspetti dell’illusione. Nel Sé scopriamo che è la vita stessa a prendersi cura di ogni cosa in perfetta armonia. Superati gli inganni dell’io e dell’inconscio entriamo in un flusso armonico del divenire e troviamo la vera serenità interiore. Se invece l’ego per automigliorarsi cerca il Sé, secondo i suoi condizionamenti, ne crea un’immagine ingannevole e caricaturale. Chi cade nel gioco delle illusioni pseudoreligiose finisce nell’inganno dei ruoli spirituali, che è una situazione che, a quanto pare, per essere superata alcuni devono dolorosamente attraversare e nella speranza di diventare maestri illuminati vivere una vita inautentica e alienata. E’ invero pericoloso seguire false vie ed è deprimente osservare gli affari che molti fanno vendendo falsi insegnamenti che conducono solo a più grandi illusioni. Secondo l’Advaita e l’esperienza dei mistici di ogni tempo e cultura, Dio è lo stesso Sé, “Io Sono Colui che E’”. Quando l’io si arrende al Sé, l’io stesso diventa una sola cosa con Esso. Ma chi, oltre a capire le parole, si arrende davvero?

“Se si indaga sull’esistenza dell’io si scoprirà che non esiste ma se lo si considera esistente e si cerca di controllarlo, cioè se la mente cerca di controllare la mente, la situazione è quella di un ladro che si traveste da poliziotto per arrestare il ladro, cioè lui stesso. In questo modo l’io persiste e inganna se stesso.”  Sri (Ramana Maharshi)

Colui che vede che gli atti sono prodotti dalla natura e altresì che il Sé non è agente, quegli vede.Stando così le cose, colui che considera come agente unicamente l’io, quell’uomo debole di mente, a causa dell’immaturità del suo giudizio, non vede realmente. (Bhagavad Gita)

Filippo Falzoni Gallerani, Milano 25 settembre 2017

FILIPPO FALZONI GALLERANI