Gli Idoli (Raphael)

…. Lungo il tempo le aspirazioni dei popoli sono state riposte nell’avvento di un Messia, nell’avvento del Regno celeste, del Superuomo, della scienza, della macchina industriale e del potere burocratico; nell’avvento della democrazia o della dittatura, ecc. Ma tutti questi “avventi” non sono altro che proiezioni, sono sempre immagini cariche di aspettative e di poteri taumaturgici.
… Laddove vi sono idoli e immagini da adorare, la v’è idolatria. Gli idoli, creati dalla mente esteriorizzante e proiettiva, sono narcotici che offuscano la consapevolezza dell’essere. Gli uomini possono essere addormentati dalla potenza di un idolo costruito pazientemente da menti preparate.
… È inevitabile che, fino a quando la mente pone fuori di sé la sua salvezza, l’io “campa” e si perpetua e, finché sussiste l’io accaparratore, acquisitivo e reattivo, non c’è alcuna politica o scienza che possa dare salvezza. L’io non può vivere senza idolo, gli è sottomesso, e in suo nome si permette di tutto. Le qualità attribuite all’idolo hanno poco a che fare con l’effettiva presa di consapevolezza dell’ente proiettore, il quale aspetta passivamente che esso faccia i suoi miracoli. Ciò implica che, asservendoci alla nostra rappresentazione, comunichiamo con noi stessi in forma alienata. Se da una parte abbiamo foggiato l’idolo-miracolo, dall’altra l’idolo imprigiona noi. È il paradosso dell’individuo foggiatore d’immagini. Molti proiettano sull’idolo qualità di giustizia sociale, di fratellanza, di ordine, ecc., ma il soggetto operante non vive in sé queste qualità e non può viverle perché le ha proiettate, divenendone alienato. Molti fanno addirittura una rivoluzione per cambiare le cose, per creare giustizia, perequazione sociale e altro; conquistato il potere, quelle stesse persone che hanno combattuto per abbattere l’ingiustizia commettono altrettanta ingiustizia dei predecessori, magari in forme diverse. Ciò avviene perché esse hanno proiettato un’immagine rivoluzionaria, frutto, fra l’altro, di semplice reazione passionale, senza essere, o incarnare, l’essenza della rivoluzione. Noi rincorriamo le nostre proiezioni, i nostri idoli, i nostri fantasmi, senza mai raggiungerli perché, li poniamo, appunto, sempre di fronte a noi. Fino a quando non siamo noi stessi permeati di giustizia, di ordine e di compostezza, non potremo mai trionfare sull’ingiustizia sociale: quelle istituzioni sono sempre presiedute da enti “mancanti”.
… La politica è un potentissimo idolo, o feticcio, che ha milioni di devoti, di fedeli e anche di fanatici. E come, ad esempio, in nome dell’Amore del Cristo si è ucciso, così in nome della giustizia e del progresso sociale si commettono delitti detestabili e irrazionali. Tutte le strade della filosofia del divenire portano alla stessa meta: l’alienazione. Questo mondo non ha un fuori, non ha un altrove in cui la filosofia del divenire possa indirizzarlo. I progressisti e i conservatori, per quanto usino metodi diversi di potere, sono accomunati in un unico destino che è quello dell’alienazione.
… Fino a quando viviamo di proiezioni e di feticci non possiamo ristabilire la giustizia, l’uguaglianza e la fratellanza perché queste non devono essere espresse mediante il feticcio, ma vissute dalla nostra stessa coscienza.

liberamente tratto da Filosofia dell’Essere di Raphael

La Shakti o Volontà (Sri Aurobindo)

La Shakti

Auro

Parlerò oggi della Shakti o volontà-energia, poiché essa è il fondamento dello Yoga. La Shakti si trova nel settimo chakra il Loto dei mille petali sopra la sommità della testa e opera da tale sede d’azione. Sotto di essa alla sommità del cranio, c’è l’Intelligenza-comprensione (la Buddhi superiore) sotto la quale, c’è la Ragione (Buddhi inferiore); sotto quest’ultima, si trova l’organo di comunicazione con la mente sensoria (Manas). Potremmo chiamare quest’organo la “Comprensione”. La Conoscenza, la Ragione e la Comprensione sono le tre parti del cervello. Queste funzioni si trovano nel corpo sottile, ma sono collegate alle parti corrispondenti del cervello fisico.

La mente sensoria è nel petto, proprio sopra al cuore, ed è l’organo sensoriale con le sue cinque facoltà subordinate. Sotto il Manas, tra il cuore e l’ombelico, si trova la coscienza di base, mente emotiva, mente del cuore (Chitta). Da quel punto fino all’ombelico e oltre c’è la regione del prana psichico i piani sottili dell’essere (Suksma). Tutti si trovano nel corpo sottile (Sukshma deha), ma sono collegati ai rispettivi punti con il corpo materiale (o Sthula deha). Due funzioni sono situate nel corpo materiale stesso: il prana fisico o sistema nervoso nel corpo materiale (lo Annam o materia grossolana). Ora, la Volontà è l’organo dell’Ishwara o Maestro vivente del corpo. Essa opera attraverso tutte queste funzioni: attraverso la Comprensione (Buddhi) per il pensiero e la conoscenza, attraverso la mente sensoria (Manas) per la percezione sensoriale, attraverso la mente emotiva, (Chitta) per l’emozione e attraverso il Prana per la fruizione.

Quando funziona perfettamente operando in ciascun organo secondo le sue capacità, l’azione della Shakti diviene perfetta e infallibile. Ma esistono due cause di debolezza, d’errore e di cedimento. Innanzi tutto, la confusione degli organi. Se il Prana interferisce nella sensazione, nell’emozione e nel pensiero, allora la persona diventa schiava del Prana e dei desideri.

Se la mente emotiva interferisce con la sensazione e il pensiero, allora questi ultimi sono viziati dalle emozioni e dalle loro corrispondenti voglie. Se per esempio l’amore interferisce con la ragione, la persona diventa cieca rispetto all’oggetto del suo amore, non sa distinguere tra il giusto e lo sbagliato, tra kartavya e akartavya, in tutto ciò che riguarda l’oggetto del suo amore. Diventa in misura più o meno grande schiava delle emozioni, dell’amore, dell’ira, dell’odio della pietà, della vendetta ecc. Nello stesso modo se la mente sensoria interferisce con la ragione, la persona prende le proprie sensazioni per idee giuste o veri argomenti. Giudica basandosi su ciò che vede e sente in luogo di giudicare ciò che vede o sente. Se, ancora, la ragione, l’immaginazione, la memoria interferiscono con la coscienza, la persona è tagliata fuori da ogni conoscenza superiore, vaga in tondo nel circolo interminabile delle probabilità e possibilità. Se, infine, persino la ragione interferisce con la Volontà, allora la persona resta circoscritta al potere della sua limitata conoscenza, invece di avvicinarsi sempre più all’Onnipotenza. In breve se una macchina o strumento è impiegata per un lavoro cui non è adatta, per cui non è stata creata o adattata fin dall’inizio, o non sarà per nulla in grado di fare il suo lavoro, oppure lo farà male in quanto si viene a creare dharma-sankara (confusione delle funzioni).

Quello che ora ho descritto è lo stato normale degli uomini prima che conquistino la Conoscenza. Tutto è confusione delle funzioni: cattiva amministrazione e governo incompetente o ignorante (Dharma-sankara). La Volontà, il vero ministro, è ridotta a un burattino dei funzionari di più basso rango che lavorano tutti per i loro scopi egoistici, interferendo l’uno con l’altro e ostacolandosi l’un l’altro o favorendosi l’un l’altro in modo disonesto, per il loro tornaconto e a detrimento dell’Ishwara loro signore.

Egli non è più l’Ishwara, ma è anisha, (non padrone, soggetto alla natura), diventa la marionetta e lo zimbello dei suoi servitori. Come mai lo permette? A causa della non-conoscenza (Ajnanam). Non sa, non si rende conto di quello che i ministri e i funzionari e il loro innumerevole seguito di portaborse stanno facendo di lui. Che cosa è la non-conoscenza, Ajnanam? E’ l’incapacità di riconoscere la propria vera natura, posizione e autorità.

Egli ha cominciato con il provare un profondo interesse per una piccola provincia del suo regno, il corpo. Ha pensato, “Questo è il mio regno.” E’ diventato lo strumento delle proprie funzioni fisiche. Così anche con l’essere nervoso, sensoriale, emotivo e mentale: egli s’identifica con ciascuno di essi. Dimentica d’essere diverso da loro, e molto più grande e potente. Ciò che deve fare è riprendere in mano le redini del potere, ricordarsi di essere l’Ishwara, il re, il signore e Dio in persona.

Basandosi su questa presa di coscienza deve ricordarsi d’essere onnipotente. Ha al suo fianco un grande ministro la Volontà. Che egli sostenga e diriga la Volontà e la Volontà porterà l’ordine nel governo e costringerà i funzionari a fare ciascuno il proprio dovere in tutta obbedienza e perfezione. Naturalmente, questo non accadrà subito. Prenderà tempo. I funzionari sono così abituati a lavorare nella confusione e nel malgoverno che all’inizio saranno recalcitranti a lavorare nel modo appropriato; e, d’altra parte, anche se volessero farlo lo troverebbero difficile. Non saprebbero nemmeno da dove cominciare. Per esempio, qualora incominciate a usare la vostra volontà, che cosa è probabile che accada? All’inizio cercherete di usarla attraverso il Prana, il desiderio, la vaghezza, la speranza; oppure l’userete attraverso il Chitta, con emotività, eccitazione, aspettativa, o attraverso il Manas usando combattimento con sforzo (Cheshta), come se lottaste fisicamente contro la cosa che volete controllare; oppure userete la ragione cercando di dominare il soggetto del vostro interesse con il pensiero, pensando “così sia”, “che questo accada”, ecc. Tutti sono metodi che lo Yoghi usa per ritrovare il potere della Volontà: lo Hata-Yoghi usa il Prana e il corpo, il Raja-Yoghi usa il cuore, il Manas e la Buddhi. Ma il metodo migliore sfugge a entrambi. Anche il secondo metodo è solo un ripiego che necessariamente comporta lotta, sconfitta e frequente disappunto. La Volontà è perfetta nella propria azione solo quando opera in modo indipendente da tutte queste cose, diretta verso il suo oggetto dal Sahasradala, senza sforzo, senza emozione e ansietà, senza desiderio. Obbedisce sempre all’Ishwara, ma agisce in sé stessa e attraverso sé stessa. Usa le altre cose, non dev’essere usata da queste. Ogni funzione per sé e la Volontà è la sua propria funzione.

Usate la Buddhi per la conoscenza, non per il comando; usate il Manas per la percezione sensoriale, non per il comando né per la conoscenza; usate il cuore per le emozioni, non per la percezione sensoria, la conoscenza o il comando; usate il Prana per la fruizione, e per nessun’altra cosa. Usate il corpo per il movimento e l’azione, non come una cosa capace di limitare o determinare la conoscenza, l’emozione, la percezione dei sensi, il potere di godimento. Dovete quindi mantenervi distaccati e comandare tutte queste cose come entità da voi separate. Esse sono semplici yantra, meccanismi; il Purusha (lo Spirito) è lo Yantri o Signore del meccanismo e l’elettricità o potere motore è il Volere. Questa è la vera conoscenza. Vi dirò in seguito come farne uso. E’ questione di pratica, non di semplice insegnamento. Colui che ha anche solo un poco di dhairyam, la calma costanza, usando il Volere può avvicinarsi per gradi alla padronanza del meccanismo. Ma prima egli deve sapere; deve conoscere la macchina, il potere motore, deve conoscere sé stesso. Non è necessario che la conoscenza sia perfetta per cominciare, ma dev’esserci almeno una conoscenza elementare, come quella che sto cercando di darvi. Vi sto spiegando le diverse parti della macchina, la loro natura e le loro funzioni, la natura del Volere e la natura dell’Ishwara.

Yoga Vasistha, lo Yoga Supremo

LO YOGA SUPREMO

220px-Meister_des_Jog-Vashisht-Manuskripts_001

Vasistha continuò: Oh Rama, ti dico che non c’è altro sentiero se non quello dell’autoconoscenza per poter tagliare completamente i legami e per attraversare questo oceano di illusioni. Per l’illuminato quest’oceano di sofferenza non è che una piccola pozzanghera. Egli vede il suo corpo come uno spettatore osserva una folla lontana e non è influenzato dalle sofferenze cui il corpo è soggetto. L’esistenza del corpo non limita l’onnipresenza del Sé più di quanto le onde limitino la pienezza dell’oceano.

Quale relazione c’è tra un cigno, una roccia o un pezzo di legno e l’acqua che li circonda? Allo stesso modo il Sé supremo non ha relazione con questo mondo apparente. Un albero che cade sembra far sorgere onde nell’acqua: simile è l’esperienza del sé per le pene e le sofferenze che hanno luogo nel corpo. Come per la sua vicinanza con l’acqua, il legno si riflette in essa, il corpo è riflesso nel Sé. E come una pietra che cade nell’acqua non danneggia l’acqua né è danneggiata da essa, allo stesso modo quando il corpo entra in contatto con le circostanze materiali della vita non esiste pena e sofferenza per alcuno.

Il riflesso di un oggetto nello specchio non può dirsi né reale né irreale. La sua realtà non si può definire allo stesso modo in cui non si può definire la realtà del corpo che essendo un riflesso del Sé non può dirsi né reale né irreale. Coloro che non sanno accettano come reale tutto quello che vedono di questo mondo, non così fa il saggio. Come il pezzo di legno e l’acqua in cui esso si riflette non hanno reale relazione, il corpo e il Sé non hanno reale relazione. Inoltre, non c’è di fatto alcuna dualità in cui tale relazione possa esistere. Esiste soltanto una sola infinita consapevolezza senza divisione in soggetto-oggetto. In essa la diversità è immaginaria, cosicché ciò che non può essere toccato dal dolore immagina se stesso nella sofferenza, come colui che credendo di vedere un fantasma vede un fantasma. Attraverso il potere del pensiero questa relazione immaginaria assume la forza del reale.

Il Sé non è mai toccato dal dolore e dal piacere, ma pensando di essere il corpo viene sottomesso alle esperienze del corpo. L’abbandonare questa falsa credenza è “liberazione. Coloro i quali non sono travolti in questo modo dalla falsa identificazione e dall’attaccamento immediatamente sono liberati dalla sofferenza. E’ questo condizionamento il seme della vecchiaia della morte e della delusione, quando esso si dissolve si può andare oltre l’oceano delle illusioni. Il condizionamento della mente crea legami anche per coloro che vivono come asceti, la mente libera dai condizionamenti è pura anche se si vive nel mondo.

La mente condizionata è il legame, oltre ad essa può venire la liberazione e la libertà dal legame (contatto, attaccamento, identificazione). Questo contatto interiore che presuppone illusoria divisione, da solo è causa della schiavitù e della liberazione. Le azioni compiute da chi non è condizionato non sono azioni. La mente condizionata agisce anche quando esteriormente non si esprime. L’azione e l’inazione sono nella mente; il corpo non fa nulla. Perciò dobbiamo risolutamente abbandonare questa falsa divisione.

Lo Yoga Vasistha è un famoso testo di filosofia Indiana scritto tra il VII – IX secolo, che contiene gli insegnamenti del saggio Vasistha al Principe Rama.

Libera traduzione di Filippo Falzoni Gallerani

Prova ad ascoltarti… (Ken Wilber)

ken wilber

Prova ad ascoltarti, proprio ora, ascolta la sensazione d’essere te stesso, e nota che questo “te” non è altro che un oggetto nella consapevolezza. Non è neppure un vero soggetto, è un altro oggetto nella consapevolezza. Questo piccolo “io” con i suoi pensieri sfila in parata davanti a te proprio come le nuvole attraverso il cielo. Che cosa è allora il vero “te” che sta osservando tutto questo? Chi sta osservando il tuo piccolo io? Chi o che cosa è? Quando ti spingi indietro verso questa pura “Soggettività”, questo puro osservatore, non lo potrai vedere come un oggetto, perché non è un oggetto. Non è nulla che tu possa vedere. Piuttosto se rimani calmo in questa consapevolezza osservante, testimone della mente, del corpo e della natura che fluiscono davanti a te, potresti incominciare a notare che quello che provi ora è semplicemente una sensazione di libertà, una sensazione di distensione, di non essere legato a nessuno degli oggetti che stai tranquillamente osservando. Non guardi nulla, semplicemente riposi in questa vasta libertà. Di fronte a te le nuvole passano in parata, i pensieri passano in parata, le sensazioni fisiche passano in parata, e tu non sei nessuna di queste cose. Tu sei il vasto espandersi della libertà attraverso la quale gli oggetti vanno e vengono. Tu sei un’apertura, un vuoto, un vasto spazio nel quale gli oggetti vanno e vengono. Le nuvole vanno e vengono, le sensazioni vanno e vengono, i pensieri vanno e vengono, e tu non sei loro, tu sei il vasto senso di libertà, quel vasto “Vuoto”, quella vasta apertura in cui sorge la manifestazione, resta per un po’, poi se ne va.

Incominci a notare che “l’Osservatore” in te che è testimone di tutti gli oggetti, è in se stesso solo un vasto “vuoto”. Non è una cosa, un oggetto, non è qualcosa che puoi vedere o afferrare. E’ piuttosto una sensazione d’ampia libertà, non essendo nulla che possa entrare nel mondo obiettivo degli oggetti, della tensione e dello sforzo… questo puro Testimone è un puro Vuoto nel quale tutti questi soggetti e oggetti individuali si manifestano, stanno per un po’ e poi passano. Questo puro Testimone non è qualcosa che possa essere visto… oggetti e soggetti possono indubbiamente essere osservati, ma l’Osservatore non può essere osservato. L’osservatore è assolutamente indipendente da loro, un’assoluta Libertà che non può essere catturata dal loro trambusto, dai loro desideri, dalle paure e dalle speranze… di certo abbiamo la tendenza a identificarci con quei piccoli soggetti e oggetti ed è esattamente questo il problema! Noi identifichiamo l’Osservatore con fragili piccole cose che possono essere viste. Questo è l’inizio del coinvolgimento e della schiavitù. Siamo in realtà un’ampia espansione di spazio libero, ma c’identifichiamo con oggetti e soggetti limitati e non liberi, che sono tutti osservabili, tutti vittime della sofferenza, e nessuno dei quali è ciò che noi siamo. Patanjali dette la classica descrizione della schiavitù come “l’identificazione dell’Osservatore con gli strumenti dell’osservazione” con i piccoli soggetti e oggetti, invece che con l’apertura, la vastità, il Vuoto in cui tutto sorge e si manifesta… così quando risiedi nel puro Testimone sei invisibile. Non puoi essere visto. Nessuna parte di te può essere vista perché tu non sei un oggetto. Può essere visto il tuo corpo, può essere vista la tua mente, la natura può essere vista, ma tu non sei nessuno di questi oggetti. Sei la pura sorgente della consapevolezza e non qualcosa che si manifesta in tale consapevolezza. Così tu sei consapevolezza! Le cose sorgono nella consapevolezza, vanno e vengono… sorgono nello spazio si muovono nel tempo. Il puro Testimone non va e non viene. Non sorge nello spazio e non si muove nel tempo. E’ sempre presente e immutabile. Non è un oggetto là fuori e quindi non entra mai nella corrente del tempo, dello spazio, della nascita e della morte…

Mia libera traduzione da: Brief History of Everything, edizioni Shambhala USA 1996 di Ken Wilber tratto dal l’Io Trasparente Volume due.

Storiella Sufi

Vi è un banchetto in onore del re. Tanti invitati sono riuniti, ognuno seduto secondo il suo rango. Vi è un solo posto libero per l’arrivo del re. Un discepolo sufi, vestito di stracci, entra e si siede sulla sedia destinata al re.

Il primo ministro è indignato, e avvicinandosi al sufi gli chiede: Come osi sederti sulla sedia riservata al re? Sei un importante ministro?

Sufi: No, non sono un importante ministro, ma molto di più.

Primo ministro: Sei il re?

Sufi: No, non sono il re. Sono molto più importante.

Primo ministro: Sei il Profeta?

Sufi: No, non sono il profeta. Sono molto più importante.

Primo ministro: Sei Dio?

Sufi: No, no sono Dio. Sono molto più importante.

Primo ministro: (indignato) Come puoi dire questo? Non vi è nulla di più importante di Dio.

Sufi: Appunto… sono quel “Nulla”.

 

Saggezza Taoista

Prima di reagire il saggio rispecchia ogni situazione com’è obiettivamente; come uno specchio quindi riflette solo il presente, non è saturo di informazioni trattenute dal passato con il rischio di rimanere intrappolato in atteggiamenti obsoleti; e non è neppure proteso verso il futuro, con l’intenzione di raggiungere una meta precedentemente stabilita. Il saggio allora non viene distratto da fuorvianti tensioni e percepisce ogni circostanza come nuova:

«…Kuan-yin diceva: “Non fermarti in posizioni fisse: le cose come prendono forma si manifestano. In moto sii come l’acqua, in quiete sii come uno specchio, rispondi come un’eco”…».

Il consiglio dell’autore è di abbandonare i punti di vista fissi e di attenersi a una visione obiettiva; la situazione esterna, come prende forma, si presenta di momento in momento in modo obiettivo. Il saggio è fluido come l’acqua, la quale non incontra impedimenti perché si adatta alle curve del suolo; nel reagire la mente del saggio non è soggetta alle agitazioni che oscurano la chiarezza di visione, egli svuota la mente e lascia che le cose esterne entrino in lui, coglie le relazioni e poi agisce, o meglio reagisce, la sua risposta è immediata come quella dell’eco ad un suono.
Secondo il Graham, dal punto di vista dei Taoisti, non si pensa nei termini di una dicotomia tra l’agente razionale e la natura; per cui il primo valuta i fatti che accadono, fa le sue scelte e resiste agli impulsi fisici e animali; oppure nel caso contrario il soggetto si abbandona all’idea Romantica di spontaneità, come libero gioco di impulsi, emozioni e fantasie. Nella mente del Taoista non si verificano separazioni né in un senso né nell’altro, piuttosto è costantemente in atto una mediazione tra il sé e la natura, dal cui ambito il primo non cerca di sottrarsi per dominarla ma si fonde spontaneamente in essa. Il rispettare le cose nella loro obiettività implica che la mente sia limpida come uno specchio, quindi neutrale e sgombra da valutazioni morali.
La chiarezza mentale, che consente il naturale svolgersi del wu wei, diviene anche il presupposto della pratica quotidiana degli artigiani, protagonisti di molte storie del Chuang Tzû; una tra le più famose è quella del cuoco Ting:
«…Ciò a cui il tuo suddito fa attenzione è la Via, ho abbandonato la tecnica. Quando cominciai a tagliare i buoi, non vedevo altro che questi. Tre anni più tardi non vedevo il bue come un intero. Oggi, entro in contatto attraverso il mio spirito, e non vedo con gli occhi. Con i sensi so dove fermarmi, desidero seguire il corso dello spirito. Faccio affidamento sulla struttura del Cielo, taglio lungo le giunture principali, mi lascio guidare dalle principali cavità, mi regolo su ciò che è così per sua natura. Non ho mai toccato un tendine o un legamento, mai un osso. Un buon cuoco cambia la sua mannaia una volta all’anno, perché squarta grossolanamente. Un cuoco comune la cambia una volta al mese, perché riduce in pezzi malamente. Io ho questa mannaia da diciannove anni, e ho tagliato parecchie migliaia di buoi, ma la lama è come se fosse appena stata affilata. In quel punto di congiunzione c’è un interstizio, e il filo della lama non ha spessore; se inserisci ciò che non ha spessore là dove è un interstizio, poi, cosa potresti chiedere di meglio, certamente c’è ampio spazio per girare la lama. Questo perché dopo diciannove anni il filo della mia mannaia sembra fresco di affilatura. Comunque, ogni volta che arrivo a qualcosa di intricato, io vedo dov’è duro da maneggiare e con cautela mi preparo, il mio sguardo lo fissa, l’azione rallenta, a mala pena si vede il movimento rapido della mannaia – e ad un sol tocco il groviglio è districato, come una zolla si sgretola al suolo. Tengo la mannaia in mano, mi guardo orgogliosamente tutt’intorno, mi compiaccio fino ad essere del tutto soddisfatto, poi pulisco la mannaia e la ripongo…».

Molti degli episodi sugli artigiani sono impostati secondo uno schema che vede sempre il sovrano nella posizione di chi impara dalle semplici parole di uomini umili; anche le parole del cuoco Ting sono infatti indirizzate ad un principe che ammira la sua abilità e che dopo averlo ascoltato dichiara di sapere finalmente come nutrire la vita, praticando il suo stesso metodo nel governare l’impero. Il cuoco, quando incontra un nodo specialmente intricato di ossa e muscoli, si ferma finché non ha assimilato tutte le informazioni e poi taglia con un solo abile tocco.
Possiamo definire l’arte di vivere taoista come una sensibilità massimamente intelligente, che sarebbe indebolita dall’analizzare e dal porre alternative, in particolare nel caso di pratiche fisiche; se il funambolo per esempio si chiedesse in continuazione dove muovere il passo successivo alla fine cadrebbe dalla fune.
Il problema sorge quando prevale la dicotomia tra il soggetto e l’oggetto, allora l’agente comincia a porre le alternative e a chiedersi quale potrebbe essere la soluzione migliore; in questo modo non fa altro che disperdersi in innumerevoli direzioni con il rischio di non riuscire più ad individuare la giusta via.

Tratto da: http://www.estovest.net/tradizione/wuwei.html

FILIPPO FALZONI GALLERANI