Ramana Maharshi e l’autoindagine

Ramana

“Non meditare—sii ! “, “Non pensare di essere—sii!”, “Non pensare all’essere—tu sei!”

L’autoindagine non dovrebbe essere considerata una pratica di meditazione da eseguire a certe ore e in certe posizioni; dovrebbe continuare durante tutte le ore della veglia, indipendentemente da ciò che si sta facendo. Sri Ramana non vedeva conflitto tra il lavoro e l’autoindagine ed affermava che con un po’ di pratica poteva essere eseguita in qualunque circostanza. Qualche volta affermò che periodi regolari di pratica formale erano benefici per i principianti, ma non patrocinò mai lunghi periodi di meditazione in posizione seduta e mostrò sempre la sua disapprovazione se qualcuno dei suoi devoti esprimeva il desiderio di abbandonare le attività mondane in favore di una vita meditativa.  (da “Gli Insegnamenti di Ramana Maharshi, Sii ciò che sei)

Domanda: nel Tao Te Ching ho letto: – Con la “non-azione” wu-wei il saggio governa tutto -.
Sri Ramana risponde: “Non-azione” significa attività incessante. La sua calma è come l’immobilità apparente di una trottola che giri vorticosamente. Essa si muove troppo velocemente perché gli occhi possano vedere, perciò appare immobile. Così è l’apparente inazione del saggio.
Dove sono il tempo e lo spazio, separati da noi? Se noi siamo i corpi, saremmo avvolti in tempo e spazio. Siamo i corpi? Noi siamo lo stesso, adesso, dopo e sempre; lo stesso qui, e ovunque noi siamo; tempo e spazio non sono; noi siamo.
Quando dormi non percepisci più il mondo, pur continuando a esistere. Dunque il mondo ti appare solo al risveglio. Da dove viene? Dalla tua mente. I tuoi pensieri sono tue proiezioni. Prima nasce il pensiero IO, poi il mondo. Il mondo è creato dal pensiero IO che proviene dal Sé eterno. Di conseguenza l’enigma della creazione del mondo è risolto se riesci a risolvere l’enigma della creazione dell’io.
D.: Un uomo che abbia conseguito la Realizzazione, può andare e venire, agire, parlare?
R.: Perché no? Credete che la Realizzazione significhi essere inerte come una pietra?
D.: Che cos’è il samadhi?
R.: Nello Yoga è un tipo di trance e ci sono vari tipi di samadhi. Ma il samadhi di cui parlo è differente. E’ il sahaja samadhi. In questo stato voi rimanete calmo e composto durante l’attività. vi rendete conto che non c’ nulla che appartenga a voi come ego e che tutto è fatto da qualcosa con cui siete in conscia unione. un brav’uomo dice: -“Che sia pure l’ultimo uomo a conseguirla (la Realizzazione) se così potrà aiutare gli altri a diventare Realizzati prima di me!”- Sarebbe come se il sognatore dicesse: – Che tutte le persone del sogno si sveglino prima di me!

Link alla Ramana Gita

Dice Krishnamurti…

Krishnamurti, Saanen, 24 luglio 1975

Krishnaji

Perché è stata costruita la struttura chiamata “me”? Perché il pensiero ha fatto questo? È realmente una domanda di straordinaria importanza, perché si tratta della nostra vita. Dobbiamo affrontare tutto ciò con enorme serietà. Perché il pensiero ha generato il “me”? Sia che vediate questo fatto, che il pensiero ha costruito il “me”, sia che diciate che il “me” è qualcosa di divino, qualcosa che esisteva prima ancora dei tempi, (cosa che, infatti, molti dicono), dobbiamo procedere e indagare.

Per quale motivo il pensiero ha creato il “me”? Perché? Non lo so, e voglio scoprirlo. Per quale motivo credete che il pensiero abbia creato il “me”? Ci sono due punti da prendere in considerazione: uno è che il pensiero richiede stabilità; solo quando c’è sicurezza il cervello è soddisfatto. Ecco, quando c’è sicurezza il cervello opera meravigliosamente, che lo faccia in modo ragionevole o nevrotico. Quindi, una delle ragioni è che il pensiero, essendo esso stesso insicuro, frammentato, frantumato, ha generato il “me” come qualcosa di permanente; il “me” che è poi divenuto separato dal pensiero, e quindi da questo percepito come permanente.

Questo permanere è definito attraverso l’attaccamento: la mia casa, il mio carattere, i miei desideri, le mie volontà, tutto ciò dà al “me” un completo senso di sicurezza e di continuità. Non è forse così? L’altro punto è dato dall’idea che il “me” sia qualcosa che esiste già prima del pensiero: è così? E chi può dire che esistesse prima ancora del pensiero? Se fate questa affermazione (come molti fanno), qual è la sua motivazione?

Su quale base asserite ciò? Si tratta di un’affermazione della tradizione, una convinzione, una credenza, un non voler riconoscere che il “me” è un prodotto del pensiero, e non qualcosa di meravigliosamente divino, che è ancora una volta una proiezione del pensiero che il “me” sia permanente? Avendo osservato tutto ciò, si abbandona l’idea che il “me” sia eterno, eternamente divino, o come lo si voglia definire, che è troppo assurda. Si può vedere con chiarezza che il pensiero ha creato il “me”, che il “me” è diventato indipendente, che ha acquisito conoscenza, il “me” che è l’osservatore, il “me” che è il passato.

Il “me” che è il passato transita attraverso il presente e si modifica come futuro: si tratta ancora del “me” creato dal pensiero, e quel “me” è diventato indipendente dal pensiero stesso. Giusto? Vogliamo procedere da qui?

Per favore, non accettate questa descrizione, le parole, ma osservate la verità di questa cosa. Nello stesso modo in cui vedete la realtà di questo microfono, così capite la realtà di questa cosa. Quel “me” ha un nome e una forma. Quel “me” possiede un’etichetta, si chiama K o John, e ha una forma, si identifica con il corpo, il volto, l’intera struttura. Quindi esiste l’identificazione del “me” con un nome e una forma, che sono la struttura, e con gli ideali che vuole perseguire, o il desiderio di cambiare quel “me” in un’altra forma di “me”, con un altro nome. Questo è il “me”. Questo “me” è il prodotto del tempo e, conseguentemente, del pensiero. Questo “me” è la parola; togliete la parola: che cos’è il “me”? Allora, questo “me” soffre, il “me”, come “te”, soffre. Perciò il “me” che soffre è “te”.

Il “me” nella sua grande ansia è la grande ansia del “te”: per questo motivo tu e io siamo comuni. Questa è l’essenza che è alla base: malgrado tu sia più alto, più basso, più intelligente, di diverso temperamento, con un carattere diverso, tutto ciò è dato dal periferico movimento della cultura, ma in profondità, alla radice, siamo uguali. Quindi il “me” si muove in correnti di avidità, in percorsi egoistici, nei sentieri della paura, dell’ansia e via dicendo, e questo accade, esattamente nello stesso modo, per “te”.

Ecco, è così: tu sei egoista e un altro è egoista, tu sei spaventato e un altro lo è, essenzialmente tu soffri, provi dolore, piangi, sei avido, invidioso: è ciò che tutti gli esseri umani hanno in comune. Questo, adesso, è il flusso in cui viviamo, questo è il flusso in cui tutti noi siamo catturati. In altre parole, noi tutti viviamo in quella corrente di egoismo, e in questa parola sono racchiuse tutte le descrizioni del “me” che abbiamo appena fatto.

Quando moriamo quell’organismo muore, ma quella corrente dell’ego continua. Fatela questa considerazione! Ho vissuto una vita estremamente egoistica, radicata in attività ego-centrate: i miei desideri, l’importanza dei miei desideri, le ambizioni, la brama, l’invidia, l’accumulo di proprietà, l’accumulo di conoscenza, di tutte le cose che ho raccolto (tutto quello che ho definito egoistico).

Questo è ciò in cui vivo, questo è il “me” e questo siete anche voi, e nei rapporti è esattamente la stessa cosa. Così, nel nostro vivere, noi tutti fluiamo in questa corrente di egoismo. Questa è la realtà, non la mia opinione o una mia conclusione. Se osservaste, capireste ciò di cui sto parlando. Andate in America e vedrete lo stesso fenomeno, così in India, come in Europa, magari modificato dai diversi contesti, da pressioni diverse, ma nell’essenza vedrete la stessa cosa, lo stesso flusso di egoismo; e quando il corpo muore, quel movimento continua.

Quindi, questo vasto flusso egoistico, se posso riassumere in questa espressione tutte le cose che esso implica, è il movimento del tempo; e quando il corpo muore, questo movimento continua. Viviamo quotidianamente in quella corrente fino a quando moriamo; noi moriamo e quel flusso continua. Quel flusso è il tempo. Quello è il movimento del pensiero, che ha creato sofferenza, che ha creato il “me”, dal quale il “me” ha definito se stesso come essere indipendente, separandosi da te, ma quel “me”, quando soffre, è la stessa cosa che te. Quindi il “me” è la parola, il “me” è la struttura immaginata dal pensiero, in se stessa non ha realtà, è ciò che il pensiero ha generato, perché il pensiero ha bisogno di sicurezza, di certezza, e ha investito nel “me” tutte le sue certezze, In tutto ciò è implicita la sofferenza; mentre viviamo, siamo trasportati da questa corrente, dal flusso dell’egoismo e quando moriamo, quel movimento continua. È possibile che quel flusso si arresti? Muoio fisicamente, questo è ovvio, mia moglie può piangere, ma il fatto è che io muoio, il corpo muore, mentre questo movimento del tempo, di cui facciamo tutti parte, continua. Ecco perché il mondo è me, e io sono il mondo. Ci sarà mai una fine a quel flusso? Esiste la manifestazione di qualcosa che sia completamente diverso da quel flusso?In altre parole, può mai l’egoismo, con tutte le sue sottigliezze, giungere a una fine completa? Quella fine è la fine del tempo e li si manifesta una dimensione totalmente diversa, che non è affatto centrata nell’ego.

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“Soltanto quando la mente trascende il tempo, la verità cessa di essere un’astrazione. Allora l’estasi non è un’idea derivata dal piacere, ma una realtà di fatto e non di parole. Il liberarsi della mente dal tempo è il silenzio della verità, e il vedere ciò è il fare; pertanto non c’è divisione tra il vedere ed il fare. Nell’intervallo fra il vedere e il fare nasce il conflitto, l’infelicità, la confusione. Ciò che non ha tempo è l’eterno.”

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Krishnaji ritratto

“La meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni giorno, né la ricerca di visioni e di gaudi. Una piccola mente squallida ed immatura può avere, e ha, visioni ed esperienze che riconosce secondo il proprio condizionamento. Ciò non toglie che questa immaturità sia talvolta capace di riportare successi nel mondo e ottenere fama e notorietà. I guru che essa segue sono della stessa qualità e dello stesso stato. La meditazione non appartiene a gente come questa. Non è per il “cercatore” perché costui trova ciò che vuole, ed il confronto che ne deriva è la morale delle sue paure. Per quanto faccia, l’uomo di credenza o di dogma, non può entrare nel regno della meditazione. Per meditare è necessaria la libertà. Non viene prima la meditazione e poi la libertà; la libertà – negazione totale della morale e dei valori sociali – è il primo movimento della meditazione. Non è una faccenda pubblica dove molti si uniscono e offrono preghiere. Sta a sé ed è sempre al di là dei confini della condotta sociale. Infatti la verità non è nelle cose del pensiero o in ciò che il pensiero ha costruito e chiama verità. La negazione totale di questa intera struttura del pensiero è la realtà della meditazione”.

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Un uomo religioso:

Dunque un uomo religioso non è quello che indossa una tonaca, o un perizoma, o che consuma un solo pasto al giorno, o che ha fatto numerosi voti di essere questo e non essere quello, bensì quello che è semplice interiormente, che non tende a diventare alcunché. Una mente simile è capace di una ricettività straordinaria, perché in essa non ci sono barriere, ne paure, ne movimento verso qualcosa; è dunque capace di ricevere la grazia, Dio, la Verità, o quel che vi pare. Una mente che persegue la realtà, invece, non è una mente semplice. Una mente che cerca, si affanna, brancola in preda all’agitazione, non è una mente semplice. Una mente che si conforma a un qualsiasi modello di autorità, interna o esterna, non può essere sensibile. E soltanto quando una mente è veramente sensibile, vigile, consapevole di tutte le sue vicende, reazioni, pensieri, quando non tende più a diventare qualcosa, quando non plasma più se stessa per diventare qualcosa, solo allora è capace di accogliere ciò che è la verità. Solo allora può esserci felicità, poiché la felicità non è un fine: è il risultato della realtà. Quando la mente e il cuore saranno divenuti semplici e dunque sensibili (ma non attraverso a forme di coazione, di autorità, d’imposizione), allora vedremo che i nostri problemi possono essere affrontati con molta semplicità: per quanto complessi tali problemi siano, saremo in grado di impostarli in maniera nuova e vederli in un ottica differente. Ecco di cosa c’è bisogno oggi: di gente che sia capace di affrontare la confusione, l’agitazione, la conflittualità della realtà esterna in maniera nuova, creativa e semplice, non con teorie ne con formule, di sinistra o di destra che siano. Ma non si può affrontare tutto ciò in maniera nuova se non si è semplici.

I problemi possono essere risolti soltanto se li s’imposta in questo modo. Una nuova impostazione non è possibile se ragioniamo nei termini di precisi schemi di pensiero, religioso, politico o di altra natura. Dobbiamo liberarci di tutte queste cose per essere semplici. Ecco perché è così importante essere consapevoli, avere la capacità di comprendere il processo del proprio pensiero, avere una percezione totale di sè; da ciò scaturisce una semplicità, un’umiltà che non è virtù o esercizio. L’umiltà che si conquista attraverso uno sforzo cessa di essere umiltà. Una mente che si fa umile non è più una mente umile.

Solo quando si è umili, ma non di un’umiltà coltivata, solo allora si è in grado di affrontare i tanti problemi pressanti della vita, perché non ci si ritiene importanti, non si guarda alle cose attraverso il filtro delle proprie urgenze e del proprio senso d’importanza; si considera invece il problema in sè e così si è in grado di risolverlo…

Jiddu Krishnamurti

Di fronte alla morte (Sri Nisargadatta Maharaj)

Visitatore: Il mio unico figlio è morto pochi giorni fa in un incidente automobilistico. Trovo quasi impossibile affrontare questa morte con fortezza filosofica. Io so di non essere la prima persona che affronta un lutto del genere. So anche che ognuno di noi dovrà morire un giorno. Ho cercato sollievo mentale con tutte le manovre usualmente utilizzate da chi cerca consolazione per se e per gli altri quando si è in questi difficili frangenti. Ma ancora ritorno al fatto tragico che un destino crudele abbia privato mio figlio di ogni cosa agli inizi della sua vita. Continuo a chiedermi: perché? Perché? e non posso eliminare il mio dolore.

Maharaj: (Dopo essere rimasto seduto in silenzio con gli occhi chiusi per qualche minuto) E’ inutile e vano dire che sono dispiaciuto perché in assenza di un “io” (di un “me” come individuo) non ci sono “altri”, ed io vedo me stesso rispecchiato in tutti voi. Ovviamente non sei venuto da me per ricevere delle condoglianze perché le avrai certamente già ricevute in abbondanza da parenti e amici. Ricordati che si va attraverso alla vita, anno dopo anno, godendo dei soliti piaceri e soffrendo le solite pene, senza mai vedere una volta la vita nella sua giusta prospettiva. E qual’è la giusta prospettiva? E’ questa: Non c’è un “io” né un “tu”, tali entità non potranno mai esistere. Ogni uomo dovrebbe comprendere questo e avere il coraggio di vivere la vita con questa comprensione. Hai questo coraggio amico mio? Oppure devi impantanarti in ciò che chiami il tuo dolore?

Visitatore: Perdonatemi Maharaj, non comprendo pienamente quanto avete detto, ma mi sento interdetto e scosso. Voi avete mostrato l’essenza del mio essere e ciò che avete detto con tanta compassione mi appare come la chiave d’oro della vita. Per favore elaborate quanto avete detto. Che cosa esattamente dovrei fare?

Maharaj: Fare? Fare? Non devi fare assolutamente nulla: solo guarda ciò che è transitorio come transitorio, l’irreale come irreale, il falso come falso, e realizzerai la tua vera natura. Hai menzionato il tuo dolore. Hai mai guardato il tuo dolore in faccia e cercato di comprendere che cosa sia veramente?

Perdere qualcuno o qualcosa che hai amato teneramente è di sicuro causa di dolore. E poiché la morte è il totale annientamento e la fine assoluta, il dolore che essa provoca non è mitigabile. Ma anche questo dolore insopportabile, non può durare a lungo se lo analizzi con intelligenza. Di che cosa esattamente stai soffrendo? Torna all’inizio: Tu e tua moglie avevate preso un accordo con qualcuno perché vi nascesse un figlio – con un corpo particolare – che avrebbe dovuto avere un destino particolare? Non è un fatto che il suo stesso concepimento fu un caso? Che il feto abbia sopravvissuto a molti rischi mentre era nel ventre è anche questa una situazione del caso. Che il neonato fosse maschio è anche questa un’altra combinazione. In altre parole ciò che tu chiamavi “tuo figlio” era solo un “evento casuale” un accadimento sul quale non avevi alcun controllo in nessun attimo del tempo, ed ora quell’evento ha avuto fine. Per che cosa davvero soffri? Soffri per le poche esperienze piacevoli e le molte esperienze dolorose che tuo figlio ha perduto negli anni a venire? Oppure veramente e profondamente soffri per i piaceri e il tornaconto che non potrai più ricevere da lui? Pensaci, tutto questo è dal punto di vista della falsità! Tuttavia mi hai seguito fin qui?

Visitatore: ho paura di essere ancora frastornato. Certamente seguo quanto avete appena detto. Solo non capisco che volete dire affermando che tutto questo è dal livello del falso?

Maharaj: Ah! Adesso arriveremo alla verità. Per favore comprendi che al livello di verità tu non sei un individuo, una “persona”. Quella persona che crediamo di essere è solo un prodotto dell’immaginazione e il Sé è vittima di tale illusione. La persona non può esistere indipendentemente, è la consapevolezza del Sé che erroneamente crede che ci sia una persona e crede di essere lei identificandosi. Cambia il tuo punto di vista. Non guardare al mondo come a qualcosa di esterno a te. Guarda la persona che immagini di essere come parte del mondo – davvero un mondo di sogno – che percepisci come un’apparizione nella consapevolezza, e guarda a tutto lo spettacolo dal di fuori. Ricordati che non sei la mente, che non esiste nulla se non il contenuto della coscienza. Fino a quando ti identifichi con il corpo-mente sei vulnerabile alla sofferenza e al dolore. Fuori dalla mente c’è soltanto l’Essere, non l’essere padre o figlio, questo o quello.Tu sei oltre lo spazio tempo, e sei in contatto con loro solo nel punto del qui e ora, ma altrimenti sei oltre il tempo, oltre lo spazio, invulnerabile da qualunque esperienza. Comprendi questo e non soffrire più. Una volta che avrai compreso che non c’è nulla in questo mondo che tu puoi aver bisogno di chiamare tuo, guarderai a esso dal di fuori, come guardi a una commedia sul palcoscenico, godendo, forse soffrendo, ma nel profondo del tutto

La Shakti o Volontà (Sri Aurobindo)

La Shakti

Auro

Parlerò oggi della Shakti o volontà-energia, poiché essa è il fondamento dello Yoga. La Shakti si trova nel settimo chakra il Loto dei mille petali sopra la sommità della testa e opera da tale sede d’azione. Sotto di essa alla sommità del cranio, c’è l’Intelligenza-comprensione (la Buddhi superiore) sotto la quale, c’è la Ragione (Buddhi inferiore); sotto quest’ultima, si trova l’organo di comunicazione con la mente sensoria (Manas). Potremmo chiamare quest’organo la “Comprensione”. La Conoscenza, la Ragione e la Comprensione sono le tre parti del cervello. Queste funzioni si trovano nel corpo sottile, ma sono collegate alle parti corrispondenti del cervello fisico.

La mente sensoria è nel petto, proprio sopra al cuore, ed è l’organo sensoriale con le sue cinque facoltà subordinate. Sotto il Manas, tra il cuore e l’ombelico, si trova la coscienza di base, mente emotiva, mente del cuore (Chitta). Da quel punto fino all’ombelico e oltre c’è la regione del prana psichico i piani sottili dell’essere (Suksma). Tutti si trovano nel corpo sottile (Sukshma deha), ma sono collegati ai rispettivi punti con il corpo materiale (o Sthula deha). Due funzioni sono situate nel corpo materiale stesso: il prana fisico o sistema nervoso nel corpo materiale (lo Annam o materia grossolana). Ora, la Volontà è l’organo dell’Ishwara o Maestro vivente del corpo. Essa opera attraverso tutte queste funzioni: attraverso la Comprensione (Buddhi) per il pensiero e la conoscenza, attraverso la mente sensoria (Manas) per la percezione sensoriale, attraverso la mente emotiva, (Chitta) per l’emozione e attraverso il Prana per la fruizione.

Quando funziona perfettamente operando in ciascun organo secondo le sue capacità, l’azione della Shakti diviene perfetta e infallibile. Ma esistono due cause di debolezza, d’errore e di cedimento. Innanzi tutto, la confusione degli organi. Se il Prana interferisce nella sensazione, nell’emozione e nel pensiero, allora la persona diventa schiava del Prana e dei desideri.

Se la mente emotiva interferisce con la sensazione e il pensiero, allora questi ultimi sono viziati dalle emozioni e dalle loro corrispondenti voglie. Se per esempio l’amore interferisce con la ragione, la persona diventa cieca rispetto all’oggetto del suo amore, non sa distinguere tra il giusto e lo sbagliato, tra kartavya e akartavya, in tutto ciò che riguarda l’oggetto del suo amore. Diventa in misura più o meno grande schiava delle emozioni, dell’amore, dell’ira, dell’odio della pietà, della vendetta ecc. Nello stesso modo se la mente sensoria interferisce con la ragione, la persona prende le proprie sensazioni per idee giuste o veri argomenti. Giudica basandosi su ciò che vede e sente in luogo di giudicare ciò che vede o sente. Se, ancora, la ragione, l’immaginazione, la memoria interferiscono con la coscienza, la persona è tagliata fuori da ogni conoscenza superiore, vaga in tondo nel circolo interminabile delle probabilità e possibilità. Se, infine, persino la ragione interferisce con la Volontà, allora la persona resta circoscritta al potere della sua limitata conoscenza, invece di avvicinarsi sempre più all’Onnipotenza. In breve se una macchina o strumento è impiegata per un lavoro cui non è adatta, per cui non è stata creata o adattata fin dall’inizio, o non sarà per nulla in grado di fare il suo lavoro, oppure lo farà male in quanto si viene a creare dharma-sankara (confusione delle funzioni).

Quello che ora ho descritto è lo stato normale degli uomini prima che conquistino la Conoscenza. Tutto è confusione delle funzioni: cattiva amministrazione e governo incompetente o ignorante (Dharma-sankara). La Volontà, il vero ministro, è ridotta a un burattino dei funzionari di più basso rango che lavorano tutti per i loro scopi egoistici, interferendo l’uno con l’altro e ostacolandosi l’un l’altro o favorendosi l’un l’altro in modo disonesto, per il loro tornaconto e a detrimento dell’Ishwara loro signore.

Egli non è più l’Ishwara, ma è anisha, (non padrone, soggetto alla natura), diventa la marionetta e lo zimbello dei suoi servitori. Come mai lo permette? A causa della non-conoscenza (Ajnanam). Non sa, non si rende conto di quello che i ministri e i funzionari e il loro innumerevole seguito di portaborse stanno facendo di lui. Che cosa è la non-conoscenza, Ajnanam? E’ l’incapacità di riconoscere la propria vera natura, posizione e autorità.

Egli ha cominciato con il provare un profondo interesse per una piccola provincia del suo regno, il corpo. Ha pensato, “Questo è il mio regno.” E’ diventato lo strumento delle proprie funzioni fisiche. Così anche con l’essere nervoso, sensoriale, emotivo e mentale: egli s’identifica con ciascuno di essi. Dimentica d’essere diverso da loro, e molto più grande e potente. Ciò che deve fare è riprendere in mano le redini del potere, ricordarsi di essere l’Ishwara, il re, il signore e Dio in persona.

Basandosi su questa presa di coscienza deve ricordarsi d’essere onnipotente. Ha al suo fianco un grande ministro la Volontà. Che egli sostenga e diriga la Volontà e la Volontà porterà l’ordine nel governo e costringerà i funzionari a fare ciascuno il proprio dovere in tutta obbedienza e perfezione. Naturalmente, questo non accadrà subito. Prenderà tempo. I funzionari sono così abituati a lavorare nella confusione e nel malgoverno che all’inizio saranno recalcitranti a lavorare nel modo appropriato; e, d’altra parte, anche se volessero farlo lo troverebbero difficile. Non saprebbero nemmeno da dove cominciare. Per esempio, qualora incominciate a usare la vostra volontà, che cosa è probabile che accada? All’inizio cercherete di usarla attraverso il Prana, il desiderio, la vaghezza, la speranza; oppure l’userete attraverso il Chitta, con emotività, eccitazione, aspettativa, o attraverso il Manas usando combattimento con sforzo (Cheshta), come se lottaste fisicamente contro la cosa che volete controllare; oppure userete la ragione cercando di dominare il soggetto del vostro interesse con il pensiero, pensando “così sia”, “che questo accada”, ecc. Tutti sono metodi che lo Yoghi usa per ritrovare il potere della Volontà: lo Hata-Yoghi usa il Prana e il corpo, il Raja-Yoghi usa il cuore, il Manas e la Buddhi. Ma il metodo migliore sfugge a entrambi. Anche il secondo metodo è solo un ripiego che necessariamente comporta lotta, sconfitta e frequente disappunto. La Volontà è perfetta nella propria azione solo quando opera in modo indipendente da tutte queste cose, diretta verso il suo oggetto dal Sahasradala, senza sforzo, senza emozione e ansietà, senza desiderio. Obbedisce sempre all’Ishwara, ma agisce in sé stessa e attraverso sé stessa. Usa le altre cose, non dev’essere usata da queste. Ogni funzione per sé e la Volontà è la sua propria funzione.

Usate la Buddhi per la conoscenza, non per il comando; usate il Manas per la percezione sensoriale, non per il comando né per la conoscenza; usate il cuore per le emozioni, non per la percezione sensoria, la conoscenza o il comando; usate il Prana per la fruizione, e per nessun’altra cosa. Usate il corpo per il movimento e l’azione, non come una cosa capace di limitare o determinare la conoscenza, l’emozione, la percezione dei sensi, il potere di godimento. Dovete quindi mantenervi distaccati e comandare tutte queste cose come entità da voi separate. Esse sono semplici yantra, meccanismi; il Purusha (lo Spirito) è lo Yantri o Signore del meccanismo e l’elettricità o potere motore è il Volere. Questa è la vera conoscenza. Vi dirò in seguito come farne uso. E’ questione di pratica, non di semplice insegnamento. Colui che ha anche solo un poco di dhairyam, la calma costanza, usando il Volere può avvicinarsi per gradi alla padronanza del meccanismo. Ma prima egli deve sapere; deve conoscere la macchina, il potere motore, deve conoscere sé stesso. Non è necessario che la conoscenza sia perfetta per cominciare, ma dev’esserci almeno una conoscenza elementare, come quella che sto cercando di darvi. Vi sto spiegando le diverse parti della macchina, la loro natura e le loro funzioni, la natura del Volere e la natura dell’Ishwara.

Su Sri Aurobindo

Maestri Indiani:  Sri Aurobindo

Una nuova Coscienza

Aurobindo è una delle grandi figure dell’India moderna, ebbe una funzione politica per la liberazione dell’India dal giogo coloniale, ma è stato principalmente un profondo filosofo, un mirabile poeta e un grande mistico. Il modello di sviluppo dello Yoga Integrale ha ispirato la Psicologia Integrale e Transpersonale ed è un riferimento sempre valido all’interno delle più avanzate ipotesi scientifiche sulla natura della coscienza.
Aurobindo nasce a Calcutta nel 1872 da Krishnadan Ghose, un medico idealista e da Swarmalata Bose, figlia di Rajnarayan Bose, un noto letterato. Il padre, che ammirava la scienza e la tecnologia occidentali, lo manda a studiare in Inghilterra, ma gli invia pochissimo denaro perché troppo spesso lavora gratuitamente per i non abbienti. Così Aurobindo deve mantenersi con le borse di studio che ottiene grazie ai suoi eccellenti risultati. Supera tutti gli esami a Manchester e a Londra sino a essere ammesso al prestigioso King’s College di Cambridge, l’università delle classi dirigenti.

Dotato di una memoria e di un’intelligenza straordinarie impara l’italiano, il tedesco e lo spagnolo per poter leggere Dante, Goethe e Cervantes in originale e diviene presto un profondo conoscitore della letteratura occidentale antica e moderna. Al suo ritorno in India, Aurobindo è fortemente impressionato nel vedere che il suo paese è crudelmente sfruttato dagli inglesi che stanno cercando di sradicare l’antica cultura indiana come fosse solo superstizione di un popolo inferiore.
Nonostante abbia ruoli di prestigio come segretario personale del Maharaja di Baroda e sia vicepreside all’università di letteratura dove insegna, si mette alla guida di un movimento anticolonialista con l’intento di risvegliare la coscienza del suo popolo. Diventa un personaggio molto scomodo per l’Impero Britannico e nel 1908, denunciato da falsi testimoni, è arrestato e condotto nel carcere di Alipore con l’accusa di essere il mandante di un attentato dinamitardo. Vi rimarrà un anno in attesa di un processo che avrebbe potuto comportare la pena di morte, ma nell’isolamento del durissimo carcere avviene il suo pieno risveglio spirituale.
Entra in contatto con una guida disincarnata che lo porta a realizzare in poco tempo la pienezza dello Yoga della Gita e a riconoscere la propria essenza spirituale. Ricorda che questa è la stessa voce interiore che tempo prima lo aveva avvertito che presto avrebbe dovuto passare un periodo d’isolamento e totale solitudine. In carcere, nei momenti più difficili in cui la mente vacilla di fronte al naufragio del suo progetto esistenziale, riconosce in sé la presenza di una consapevolezza superiore che non appartiene al suo io ma a Vasudeva, il divino stesso in lui. (Vasudeva è un nome di Krishna).
Nel primo discorso pubblico dopo il rilascio afferma di aver compreso che una forza superiore ha diretto ogni avvenimento e dopo essere entrato in contatto cosciente con essa i suoi scopi non sono più politici, bensì il suo compito è quello di portare l’umanità verso più vasti spazi di consapevolezza. La sua realizzazione “Supermentale” è la manifestazione del gradino evolutivo che attende la coscienza umana.
Aurobindo racconta che quando, durante la reclusione, riconobbe in sé il Divino iniziò a vederlo in ogni cosa. Le stesse mura del carcere erano della sostanza di “Vasudeva” e persino i falsi testimoni e il pubblico ministero erano quell’Unico Essere. Le cose si volgono a suo favore e uscito dalla prigione si reca al Sud in Tamil Nadu dove vivrà il resto della sua vita a Pondicherry, una linda cittadina coloniale francese che si affaccia sul mare. Il Tamil Nadu è una delle più belle regioni dell’India, zona costellata da antichissimi e grandiosi templi, che da secoli è patria di dinastie di grandi Yogi tra cui Ramana Maharshi. Qui svolgerà il suo grande lavoro interiore che ha come scopo lo sviluppo della coscienza collettiva verso un più alto stato di consapevolezza.

Lo Yoga Integrale

Attorno a lui si riuniscono ricercatori spirituali e nasce un piccolo ashram, ma è dopo l’incontro con Mirra Alfassa, “Mère”, che sarà la sua controparte spirituale, che si sviluppa un grande centro che attira devoti da tutto il mondo. Mirra sin da bambina aveva manifestato straordinarie doti psichiche e paranormali ma, appartenendo a una famiglia d’intellettuali atei, dovette nascondere le sue esperienze extracorporee e transpersonali.
Nelle sue visioni le appariva una figura vestita con una specie di tunica bianca con lunghi capelli e occhi penetranti. Quando in visita in India incontrò Aurobindo lo riconobbe esattamente come il personaggio delle sue visioni persino negli inconsueti abiti orientali. L’incontro di una figura femminile in grado di aiutarlo sul piano pratico e di comprenderlo sul piano spirituale permise ad Aurobindo di portare avanti il grande progetto che, dopo la sua scomparsa nel 1950, inizia a prendere la forma di una città del futuro, basata sulla nuova coscienza.
Aurobindo concepisce il suo “Yoga Integrale” e si dedica a tempo pieno alla meditazione e alle sue opere filosofiche e poetiche e mantiene contatti con i devoti rispondendo a migliaia di lettere e per molti anni è tanto assorbito da questo compito da apparire in pubblico dal balcone della sua stanza solo una volta all’anno.
Aurobindo, che dormiva solo 3 ore per notte, scrive anche sei libri contemporaneamente. Al riguardo disse in una lettera: “Vorrei sottolineare che non pensavo quando scrivevo di filosofia come non penso mai quando scrivo queste lettere e queste risposte… Scrivo nel silenzio mentale cose che arrivano già formate… Il migliore sollievo per il cervello è quando il pensiero si forma fuori del corpo e al di sopra del capo. In ogni caso per me è avvenuto così”.
Oggi chi si addentra nei ponderosi 20 volumi della sua opera rimane sopraffatto dalla profondità, lucidità e ampiezza del suo pensiero. Tuttavia, con il suo caratteristico humor, Aurobindo disse che tutta la sua opera era stata scritta al solo scopo di calmare la mente dei seguaci. L’insegnamento, infatti, è diretto a una coscienza che va oltre l’uomo attuale identificato con il corpo-mente a un livello di sviluppo ancora imperfetto e conflittuale che deve essere superato.
Nelle sue opere presenta una visione del mondo, della coscienza e dell’evoluzione che il premio Nobel Romain Rolland definì “la più vasta sintesi mai realizzata tra il genio dell’Asia e il genio dell’Europa”. Aldous Huxley invece parlò di Sri Aurobindo come del “Platone delle generazioni future”. Chi visita Auroville vi trova un laboratorio della coscienza dove risiedono migliaia di occidentali e indiani che stanno cercando un modo diverso di essere e di vivere anche se con i limiti e i difetti che l’umanità porta con sé. L’insegnamento di Aurobindo e Mère, invero, è diretto a un’umanità che si risveglia alla propria natura divina, cosa che attualmente è ancora abbastanza rara. Ma di certo il visitatore sensibile percepirà la bellezza e l’atmosfera che si respirano in questo luogo e la luce che Aurobindo ha lasciato sul sentiero della verità.

Se si è consapevoli della propria anima, si sente che lo psichico è il proprio vero essere, mentre la mente e il resto cominciano a essere soltanto gli strumenti di ciò che è più profondo… Sri Aurobindo – Lettere sullo Yoga – Vol. IV – Cap. XXI – pagg. 160-161

Legge e scopo principale della vita individuale è la ricerca del proprio sviluppo. Consapevolmente o semi consapevolmente, o con un inconscio e oscuro brancolare, la vita individuale si sforza sempre, e a buon diritto, di trovare un’autoespressione, cioè di scoprire in sé la legge e il potere del proprio essere e attuarli… 

Aurobindo, The Human Cycle

Per avvicinare il pensiero di Aurobindo un buon libro di facile lettura è: “L’avventura della coscienza” di Satprem, Ed. Mediterranee.
Di Aurobindo due testi fondamentali della sua sterminata opera sono: “La Sintesi dello Yoga” (3 volumi), Ediz. Ubaldini  e “La Vita Divina” (2 volumi), Ediz. Mediterranee.

Bibliografia completa: http://www.sriaurobindoyoga.it/bibliografia.htm

Dice Sri Nisargadatta Maharaj 

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… Impegna la tua mente nella misura in cui ti è utile per i tuoi impegni giornalieri, non al di là di questo. Colui che ha conoscenza, non fa che testimoniare o cancellare qualunque esperienza ottenibile attraverso la mente come priva di sostanza. Tutto questo gioco del mondo è nel regno della mente; una volta che si comprende di non essere la mente come si può essere coinvolti? Questa è una fase temporanea, imperfetta, inadeguata.

Estratto da:  “Prima della Coscienza” di Nisargadatta Maharaj

Se vuoi l’integrazione, devi sapere chi vuoi integrare. Lo specchio rimanda l’immagine, ma l’immagine non modifica lo specchio. Tu non sei né lo specchio, né l’immagine nello specchio. Puoi lucidarlo per renderlo trasparente e poi ti ci guardi dentro. L’immagine che ti rimanderà, non sei tu; tu sei l’osservatore dell’immagine. Capisci bene: qualunque cosa tu percepisca, non sei quello.

Poiché puoi vedere sia l’immagine che lo specchio, non sei nessuno dei due. Chi sei? Non pensare per formule. La risposta non è nelle parole. L’enunciazione più adatta è: “ io sono ciò che rende possibile la percezione”, la vita stessa, oltre lo sperimentatore e la sua esperienza. E ora, distanziati sia dallo specchio che dall’immagine, e resta solo, fermo.

Quanti sono i tuoi processi automatici? Digerisci, fai circolare il sangue e la linfa, muovi i muscoli, e poi percepisci, senti, pensi senza sapere come e perché. Analogamente, sei te stesso senza saperlo. Non c’è nulla di sbagliato in te in quanto te stesso, il quale è come deve essere. Lo specchio invece non è chiaro e verace, e perciò ti dà delle false immagini: non devi correggerti ma solo mettere a punto la tua idea di te stesso. Impara a distanziarti dall’immagine e dallo specchio; allenati a ripetere: «Non sono la mente, non sono le sue idee». Se lo fai con pazienza e convinzione, arriverai a vederti direttamente come la fonte eterna e universale dell’essere-conoscenza-amore. Tu sei l’infinito, concentrato in un corpo. Per ora vedi solo il corpo. Se insisti, arriverai a vedere solo l’infinito.

Ogni esperienza è necessariamente transitoria. Ma ha un fondo immutabile. Nulla che si possa definire un evento, è destinato a durare. Però alcuni eventi purificano la mente e altri la intorbidano. Istanti di profonda intuizione, di amore illimitato purificano la mente; invece i desideri e le paure, le invidie e l’ira, le credenze cieche e l’arroganza intellettuale inquinano e intorpidiscono la psiche.

Senza l’autorealizzazione sarai consumato dai desideri e dalle paure che si rinnovano futilmente. I più ignorano che si può arrestare il dolore. Ma, una volta udita la buona novella, bisogna immediatamente porsi al di sopra di ogni conflitto. Ora sai che puoi essere libero e che dipende da te. Hai due alternative: sarai per sempre torturato dalla fame e dalla sete, spinto dal desiderio a cercare, afferrare, trattenere in un gioco di perdite e rimpianti, o ti inoltrerai nella ricerca appassionata dello stato d’immutabile perfezione, cui nulla si può aggiungere e nulla sottrarre. I desideri e le paure dileguano, non perché vi si sia rinunciato, ma perché hanno perso ogni senso.

Non devi “fare”. Sii e basta. Non c’è da scalare montagne o giacere in caverne. E neppure ti dico: “Sii te stesso”, giacché non ti conosci. Limitati a essere. Non sei né il mondo “esterno” dei percepibili, né quello “interno” dei pensabili, né il corpo né la mente. Non ci si accosta per gradi. Accade ed è irreversibile. Ruoti in una nuova dimensione, dalla quale i vecchi abiti mentali appaiono vuote astrazioni. Come al sorgere del sole si vedono le cose come sono, cosi, nell’autorealizzazione, tutto si mostra com’è, lì mondo delle illusioni è lasciato alle spalle. Non è l’esperienza della realtà, bensì dell’armonia dell’universo.

Estratto da: “Io sono Quello” Sri Nisargadatta Maharaj

FILIPPO FALZONI GALLERANI