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Introduzione
Perché, dopo anni di seminari, meditazioni e letture spirituali, i conflitti interiori riemergono intatti alle prime difficoltà della vita? In questo saggio radicale, Filippo Falzoni Gallerani smaschera l’inganno dell’ego spirituale e il paradosso della ricerca interiore: lo sforzo stesso di “raggiungere” l’illuminazione o di “migliorarsi” nel tempo psicologico è l’ostacolo principale al vero risveglio. Attraverso la prospettiva del Rebirthing Transpersonale e l’antica saggezza del Mahamudra, l’autore ci guida verso l’unica vera liberazione possibile: l’accettazione incondizionata del momento presente e la resa profonda a “ciò che è”, oltre le illusioni del pensiero.
Il coraggio di accettare la Verità
“L’uomo vorrebbe passare da sonni agitati a sonni tranquilli, mentre è giunto il tempo di svegliarsi”.
Come mai, dopo tanti seminari e lo studio di libri pieni di saggezza, i conflitti interiori si ripresentano appena la vita ci mette di fronte alle sue sfide? Notiamo che è molto difficile cambiare e risvegliarsi. Dalla Filosofia Orientale e dalle pratiche psicospirituali che si sono diffuse in Occidente, anche chi s’impegna a fondo trae spesso solo dei benefici superficiali, ma nessuna trasformazione radicale o autentica liberazione.
I motivi sono facili da comprendere se esaminiamo a fondo la situazione. Tutti i seminari della medicina alternativa o della spiritualità “New Age” propongono qualcosa da raggiungere: ad esempio, la salute olistica o la trascendenza dell’io. Ma è di fondamentale importanza comprendere che c’è una drammatica contraddizione in questa speranza di cambiamento attraverso lo sforzo. Il fatto stesso di dover raggiungere qualcosa è proprio ciò che più ostacola la coscienza olistica e rafforza l’idea dell’io separato, un io che si muove costantemente nell’illusorio futuro del “tempo psicologico”.
Pensare che “Oggi siamo confusi, ma seguendo delle pratiche e aderendo a certe idee, domani saremo sereni” non funziona, se non in modo molto superficiale. Il domani non esiste, e la confusione non si dissolverà sino a che non l’avremo osservata e compresa nel presente. Di certo, sfuggire lo stato attuale in attesa del cambiamento futuro è una via certa verso l’alienazione.
L’incontro tra Oriente e Occidente
Le parole dei saggi, la filosofia Orientale e persino le nuove prospettive della Scienza quantistico-relativistica perdono ogni valore e diventano semplici slogan con cui la mente può dilettarsi, se le interpretiamo dalla solita prospettiva egocentrica. I grandi saggi delle Upanishad e i Maestri dello Zen, i risvegliati di ogni epoca e cultura, indicano una prospettiva della consapevolezza radicalmente diversa. Tali intuizioni spirituali sulla natura dell’essere, solo se correttamente interpretate, trovano concordanza con le branche più avanzate della Scienza.
Tuttavia, prima di poter comprendere le parole di questi saggi e i nuovi paradigmi olistici, dobbiamo essere nelle condizioni di saper ascoltare. Altrimenti, condizionati dal senso comune, non coglieremo il radicale mutamento prospettico di queste rivoluzionarie visioni, ma lo adatteremo forzatamente al nostro modo di pensare preconcetto. Così facendo, useremo in modo improprio ogni insegnamento e conoscenza. Osservando il passato, dobbiamo riconoscere che lo abbiamo sempre fatto; tanto che, persino nel nome di un Dio di compassione e amore, abbiamo ingaggiato le più terribili guerre e perpetrato torture e stermini.
L’umanità, che ha sviluppato una fantastica tecnologia, meraviglie artistiche e sublimi intuizioni filosofiche, non ha ancora risolto il problema della sofferenza, dell’ansia e dei conflitti. Cerca, infatti, soluzioni attraverso il pensiero, uno strumento di certo inadatto a trovare la soluzione ai conflitti che esso stesso crea per la sua natura intrinsecamente dualista. Non ci rendiamo conto che i Maestri ci parlano di uno stato da sempre presente, che non può essere raggiuntodall’io e dal pensiero.
Di una simile condizione della consapevolezza non si può discutere per imporla a se stessi o al prossimo. I saggi parlano di un atteggiamento dell’essere, poiché qualunque concetto intellettuale diventa inevitabilmente motivo di discussione e conflitto, una “verità” da contrapporre a chi pensa diversamente. Come possiamo constatare, è dal pensiero, infatti, che nascono la divisione e il conflitto. I saggi dicono a gran voce che la mente crea le distorsioni e le illusioni che ci impediscono di percepire con chiarezza la realtà dell’Essere.
Samsara
Il Samsara (il ciclo dell’illusione e della sofferenza) è prodotto dal pensiero. Il risveglio significa riconoscere il Nirvanaal centro stesso del Samsara, cioè cogliere l’unità nell’integrazione degli opposti. La ruota gira, ma il mozzo rimane immobile. I saggi non suggeriscono affatto di fuggire questo mondo in attesa di un paradiso futuro; bensì indicano che questo stesso mondo, con le sue gioie e i suoi dolori, è la Terra di Buddha, non appena lo percepiamo con profondità e immediatezza, oltre le parole e i pensieri. La coscienza stessa, quando è trasparente e libera da desideri e paure, è la Mente di Buddha.
La visione distorta e parziale dell’uomo comune trasforma il sentiero in un mezzo per sfuggire il Samsara, portandolo a inseguire fantasie consolatorie e mete irraggiungibili. Per questo, una profonda crisi dell’io e della personalità è spesso la condizione indispensabile per un’effettiva morte e rinascita interiore, necessaria per dire definitivamente addio alle proprie illusioni.
Come ho detto, è molto facile attaccarsi alle parole dei saggi, dimenticando che essi indicano un modo dell’essere e del sentire, e non un nuovo concetto intellettuale che porti a un differente modo di pensare. Si tratta di qualcosa che non può essere né raggiunto né cercato, proprio perché è già qui non appena scompare l’io che lo persegue.
Oltre le nubi il cielo è sempre azzurro
Quando la mente è sgombra e attenta percepiamo il presente, e il tempo psicologico si dissolve nel fluire dell’attimo. Viviamo in “presa diretta”, senza divisione e conflitto, nella spontaneità che nasce dalla liberazione dai pensieri. L’ego è fatto della stessa sostanza del pensiero; ed è il pensiero che crea il domani, con i suoi immaginari problemi, e rivivifica lo ieri, con i suoi condizionamenti, frapponendosi alla chiara percezione del vivere nel presente.
Per “pensiero” non intendo l’intelligenza discriminante, ll’intelletto, a riflessione pratica o l’autoindagine, ma il costante chiacchiericcio interno che accompagna l’uomo durante tutto il giorno, basato su immagini del ricordo e dell’attesa, su immagini di sé con cui identificarsi e su proiezioni gettate sul prossimo. Il pensiero, lo straordinario strumento che differenzia l’uomo dall’animale, è diventato una maledizione dal momento in cui l’ego si è dissociato dalla pura consapevolezza. Il servo è divenuto padrone e despota, tanto che non riusciamo letteralmente a smettere di pensare.
La libertà interiore nasce dall’assenza di ogni desiderio e timore, che l’attività del pensiero inevitabilmente produce attraverso la costante pressione verso il “conseguimento”. A questa dinamica siamo stati programmati dall’educazione e da una società intrinsecamente competitiva.
Libertà dai desideri
Anche il desiderio di non aver desideri rientra, purtroppo, nella categoria dei desideri. Non si tratta quindi di sforzarsi di cambiare, ma di vedere con chiarezza, senza che la mente crei alternative ipotetiche. Il logorante conflitto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere secondo le nostre aspettative si dissolve solo nell’attenzione pura, senza alternative.
Osservando la difficoltà di capire e ascoltare che ci rende impermeabili al cambiamento profondo, si può notare che la maggioranza di coloro che si dicono alla ricerca della verità, recepisce solo le frasi dei maestri che si adattano alle loro idee preesistenti. Trascurano così gli aspetti fondamentali e scomodi dell’insegnamento, quelli che sono indispensabili perché tutto il discorso abbia un senso. C’è un tenace attaccamento alle proprie idee e ai condizionamenti mentali, perché ci identifichiamo con essi. Abbiamo il terrore di abbandonarci al fluire della vita e di spogliarci delle prigioni concettuali che ci siamo costruiti.
Accettazione e surrender
Non comprendiamo le parole dei maestri anche perché confondiamo costantemente i mezzi con i fini. Ad esempio: il concetto di surrender [1] (la resa incondizionata), seppure sia alla base di ogni percorso spirituale autentico, è comunemente considerato un “raggiungimento” da ottenere faticosamente attraverso la pratica. In realtà, qualunque pratica per lo sviluppo della coscienza non ha alcun senso se fin dall’inizio non c’è il surrender, cioè se non siamo già aperti al sentire diretto e a una chiara percezione della realtà per ciò che è.
Dobbiamo avere il coraggio di cedere alla nostra vera natura se vogliamo sperare di riconoscerla. Certo, lo sforzo e l’impegno nella pratica sono necessari quando si tratta di imparare a suonare il pianoforte o di studiare una lingua straniera, capacità per le quali il pensiero e la memoria sono lo strumento opportuno. Ma, per conoscere noi stessi e le profondità dell’Essere, per vivere pienamente e amare, il pensiero egocentrico è il nostro vero nemico. La confusione è prodotta dal pensiero, perché senza intelligenza intuitiva le parole ci confondono e frammentano la realtà.
Vediamo, ad esempio, che per surrender molti “ricercatori” intendono l’arrendersi a un Dio esterno. E considerano questa resa come qualcosa di simile all’obbedienza a un’autorità superiore: un Dio, spesso, costruito dell’immaginazione e dei condizionamenti culturali. Un’obbedienza, insomma, che si deve coltivare con la rigida disciplina della volontà, ponendosi inevitabilmente in conflitto con se stessi e con il proprio inconscio.
Liberarsi dalle illusioni
Anche il sincero ricercatore contemporaneo interpreta spesso in modo improprio concetti come “rinuncia” e “ritiro dal mondo”. A volte, il tutto viene ridotto al sottoporsi a una dieta impegnativa, al tentare di astenersi forzatamente da ciò che più piace, o all’andare ogni tanto in “vacanza” spirituale in un ashram o in un convento.
La rinuncia e il ritiro dal mondo sono in realtà attitudini mentali, atteggiamenti interiori, stati dell’anima. Giungono del tutto spontanei nel naturale contatto con la consapevolezza, che si manifesta non appena la mente si fa silenziosa e aperta. Il ritirarsi nel Sé è lo stato naturale che emerge senza sforzo quando svaniscono le immagini egoiche legate al “personaggio” che ci siamo creati.
Riconoscere la vanità delle nostre fantasie e l’illusorietà dell’io è qualcosa che accade in attimi di grazia che non possiamo in alcun modo produrre, programmare o cercare con uno sforzo mentale. Sono il prodotto del silenzio interiore, non il frutto meccanico che ci possiamo aspettare da un temporaneo ritiro in un eremo.
Nella confusione imperante di quest’epoca di cambiamento e declino culturale, pochi ricercatori comprendono Jiddu Krishnamurti quando ci ricorda che l’arte di vivere è una pura attenzione in cui il tempo psicologico finisce; e che, in una mente sgombra, tutto diventa meditazione. Il desiderio stesso dell’illuminazione inibisce la meditazione. Stare seduti per ore a ripetere mantra nella speranza di “vedere la luce” è l’esatto opposto della meditazione, anche se può avere un benefico effetto rilassante e dissolvere momentaneamente la tensione psicofisica. Krishnamurti rade al suolo ogni fede e credenza, avvertendoci che una “verità”, una volta concettualizzata, offusca il sentire diretto e oscura la luce stessa della verità. Lo studio lucido dei limiti e degli inganni del pensiero è un argomento che purtroppo ben pochi affrontano.
L’approccio Transpersonale
A questo punto qualcuno mi chiederà: “Ma non insegni anche tu un metodo per raggiungere il benessere attraverso la tecnica del respiro?” La verità è che l’approccio del Rebirthing Transpersonale non propone alcun fine alla sessione respiratoria, se non la pura consapevolezza e la percezione immediata del mondo interiore.
Se ci si pone di fronte all’esperienza del respiro cercando ostinatamente qualcosa – vitalità, salute fisica, o la soluzione di specifici problemi psicologici – può darsi che si ottengano esperienze piacevoli e indubbiamente benefiche. Ma non si otterrà mai una radicale trasformazione del modo di vedere la realtà, né quel risveglio alla nuova coscienza di cui stiamo parlando. Ciò che i maestri indicano, infatti, non può ridursi a un mero miglioramento della salute o a una temporanea attenuazione della nevrosi.
Inseguire eccitanti “stati alterati di coscienza” ci fa dimenticare che, in realtà, cercavamo il risveglio. Momentanee gratificazioni estatiche non fanno che sostenere le false pretese dell’io e ci allontanano dall’essenziale. Ciò che Krishnamurti chiama insight profondo è il lampo intuitivo in cui riconosciamo l’io come un miraggio, e percepiamo direttamente l’illusorietà dei legami che lo imprigionano, cogliendo la vanità del suo sforzo di liberarsi. Ed è unicamente questo a portare a una trasformazione reale del nostro rapporto con il mondo.
Con la percezione chiara dei limiti del pensiero e l’intuizione dell’inesprimibile natura della coscienza, avviene un cambiamento radicale. Dato che l’esperienza Transpersonale non avverrà se la cerchiamo con bramosia, suggerisco di respirare e osservare semplicemente tutto ciò che emerge, sapendo che ogni pensiero razionale offusca l’ascolto di ciò che stiamo realmente vivendo in quel momento. Osservare i pensieri e le immagini dell’io per quello che sono, senza condannarli né respingerli, conduce naturalmente al silenzio e alla presenza mentale (quello che i buddhisti chiamano mindfulness). I pensieri sorgeranno ancora, ma non dovendo fare alcuno sforzo per scacciarli, nel semplice “osservare”, la mente si calma da sé.
Il testimone senza forma
Nel rimanere testimoni imparziali dei movimenti del pensiero, portiamo la mente al silenzio e iniziamo a percepire qualcosa che non risiede nel tempo, ma che è sempre qui e ora, immutabile oltre l’ansia del divenire.
“La bellezza è lo splendore del vero”, diceva Platone. Per questo la sessione di respiro, secondo l’approccio Transpersonale, non si propone progetti né scopi predefiniti; rifugge l’inganno del “pensiero positivo” a tutti i costi, del perdono forzato o di altre mete egoiche. Spontaneamente potrà manifestarsi la catarsi liberatoria o l’illuminante silenzio mentale, ma l’atteggiamento di fondo del praticante resta sempre diretto all’autoindagine (Chi sono io? A chi si manifesta questa catarsi o questo silenzio?), ricordando che stiamo cercando di scovare il cercatore stesso. Quando scopriremo che l’io che cerca non esiste, se non come miraggio mentale, finiranno in un istante anche i problemi che esso crea.
Durante la respirazione è radicalmente diverso l’atteggiamento autentico del surrender (l’accettazione profonda del proprio stato nel qui e ora), rispetto a quello, assai comune, di perseguire la resa come se fosse uno stato di pace e abbandono che dobbiamo sforzarci di raggiungere. Proprio di fronte a esperienze profonde e destrutturanti come quelle che può indurre la respirazione intensa, è necessaria a priori l’accettazione incondizionata di ciò che è: ovvero vedere le cose esattamente per quello che sono, rimettendo ordine nella mente.
Il respirare in consapevolezza è molto efficace perché non si tratta di seguire pensieri o concetti intellettuali, ma di un confronto diretto con un’esperienza che coinvolge simultaneamente il corpo, la mente e l’energia vitale. Immergerci nel respiro ci permette di osservare le sensazioni pure, mettendoci nelle condizioni ideali per riconoscere che tutti i nostri problemi – essendo il frutto dell’attività del pensiero – sono altrettanto illusori quanto l’io che li crea. Ed è sempre necessario ricordare che quest’io scompare istantaneamente nell’attenzione pura, priva di alternative. Fermare la mente e riconoscere il caotico, meccanico movimento del pensiero è sempre il primo passo.
Altrimenti, la seduta di respirazione sarà dominata da aspettative, speranze e timori. Probabilmente si ingaggerà una lotta estenuante contro le distrazioni, nella febbrile attesa di qualcosa di “speciale” e risolutorio. E anche qualora si fosse premiati con istanti di straordinaria chiarezza mentale, quella parentesi di libertà resterebbe poi soltanto un ricordo – seppur piacevole – di un momento di luce passata. Un altro stato passeggero la cui natura esperienziale si dissolve rapidamente con il ritorno nell’identificazione con il solito personaggio.
Conclusione
Come ho detto, il “personaggio” è sempre frustrato dalla vana ricerca di uno stato oltre il conflitto; un conflitto che è creato paradossalmente dall’atto stesso di sfuggire la realtà, perché non si ha il coraggio di accettarla. Dobbiamo riconoscere che, come tutti i saggi insegnano, è l’io a creare il tempo psicologico del domani e dello ieri. Proprio questa dinamica temporale impedisce di fluire nell’attimo presente. È questa la radice stessa del dualismo e di ogni conflitto umano.
Solo quando riconosciamo con assoluta chiarezza questo fatto obiettivo, entriamo in un sentiero di stabile liberazione. Altrimenti è come se chiedessimo al ladro (il pensiero) di custodire i nostri averi più preziosi. Se prima non avviene questa presa di coscienza, tutti i nostri sforzi “evolutivi” e persino il sentiero spirituale diventeranno l’ennesima fuga dalla realtà che conduce a mete illusorie: una vera presa in giro che perpetriamo sadicamente a noi stessi.
Ho cercato di esprimere in queste righe non solo ciò che ho compreso in decenni di studio di filosofia, psicologia e misticismo, ma ciò che la vita stessa mi ha costretto a riconoscere sulla mia pelle. Ho avuto la fortuna di vivere molte delle esperienze che un ricercatore può sognare, come l’incontrare grandi maestri e lo sperimentare stati di coscienza straordinari. Tuttavia, solo un’inaspettata, profondissima crisi – giunta proprio quando mi sentivo, come non mai, “realizzato” – mi ha messo brutalmente di fronte all’inutilità di tutti gli sforzi di liberazione finché continuavo a identificarmi nel personaggio. Solo svelando e smantellando gli inganni dell’ego spirituale è giunto un reale e profondo cambiamento, che percepisco come la fine di ogni conflitto, la vera meta agognata al di là di ogni divenire.
Per dirla in parole semplici, è come se la vita fosse un grande teatro che osserviamo con assoluta attenzione e totale coinvolgimento. Ma, nello stesso tempo, con l’incrollabile distacco che deriva dal sapere intimamente che è solo una rappresentazione. Non desideriamo vedere esclusivamente scene piacevoli e non rifiutiamo le scene drammatiche. Troviamo, proprio nella complessa trama, la bellezza dell’opera intera. Ammiriamo l’attore che fa la parte dell'”antipatico” con tanta bravura, riconoscendolo come un ingrediente indispensabile della scena. Speranze e timori non offuscano mai la mente di chi assiste allo spettacolo risvegliato.
Dice Tilopa, patriarca del Buddhismo Vajrayana, nel Mahamudra:di cui poubblico questo estratto di una mia traduzione:
Guardando intensamente il cielo vuoto le visioni cessano,
allo stesso modo quando la mente guarda dentro se stessa
il treno dei pensieri concettuali e discorsivi si ferma
e la suprema illuminazione è raggiunta.
Come la nebbia del mattino si dissolve nell’aria sottile,
non va da nessuna parte ma cessa d’esistere,
così quando riconosci la vera natura della tua mente
le onde della concettualizzazione e tutte le creazioni mentali si dissolvono.
[…]
L’oscurità di migliaia di eoni non ha il potere
di diminuire la chiarezza cristallina del cuore del sole;
allo stesso modo eoni di samsara non hanno il potere
di velare la chiara luce dell’essenza della mente.
[…]
Libera da concetti intellettuali, disconoscendo i principi dogmatici,
la verità di ogni scuola e di ogni scrittura è rivelata.
Assorto nel Mahamudra, sei libero dalla prigione del samsara
in Mahamudra la colpa e le negatività sono consumate
e come maestro di Mahamudra tu sei la luce della Dottrina.
[…]
La più alta meta è l’essere ordinario privo di speranza e paura.
La suprema condotta è assenza di sforzo.
La meta della via degli esseri risvegliati è conseguita senza un sentiero da percorrere.
Il sommo risveglio è realizzato senza qualcosa da praticare.
La suprema meta è lo stato naturale senza aspettative.
Rimani nello stato in cui non c’è nulla da meditare.
Quando otterrai il non ottenimento, allora otterrai il “Grande Sigillo”.
(Versi tratti dalla versione Inglese di Keith Dowman, per gentile concessione)
Filippo Falzoni Gallerani, Milano, marzo 2012
Note
[1] Surrender: resa, totale abbandono al divino, alla vita, a “ciò che è”. Jung forse lo definirebbe “integrazione dell’inconscio”.

