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L’Ego, l’Io e il Sé

Tratto dal libro “Psicologia Perenne” di Filippo Falzoni Gallerani

L’essenza della psiche si estende in tenebre che sono molto al di là delle nostre categorie intellettuali. L’anima contiene non meno enigmi di quanti ne abbia l’universo con le sue galassie, di fronte al cui sublime aspetto soltanto uno spirito privo di fantasia può non riconoscere la propria insufficienza. C.G. Jung

Per procedere nella ricerca interiore è cruciale chiarire il significato di termini fondamentali come Ego, Io, Sé, Anima e Spirito. È una grave lacuna della nostra cultura che parole di questa importanza per definire noi stessi siano, nel linguaggio comune, tanto ambigue.

Io, ego e Sé sono infatti spesso considerati semplici sinonimi, ma secondo i casi acquistano significati radicalmente diversi e questo impedisce a volte di riflettere con chiarezza, mentre un significato preciso è indispensabile per comprendere e comunicare i concetti relativi all’evasivo tema dell’individualità e della coscienza.

Inizierò quindi col definire i significati che ho adottato: con il termine “Ego”, indico le idee, i concetti e le immagini che abbiamo su di noi, qualcosa da non confondere con la vera identità. L’Ego quindi, sta ad indicare il “me” come il personaggio, i ruoli con cui ci identifichiamo e non chi siamo. Quest’io empirico è una funzione psichica e non un’entità reale e muta continuamente secondo gli umori e gli stati d’animo, è un prodotto dell’immaginazione che prendiamo terribilmente sul serio.

Anche con il termine “io”, una delle parole che più spesso ricorre sulle nostre labbra, è facile far confusione: si usa dire, ad esempio, che la persona presuntuosa ha un io grande come una casa, oppure che il mistico ha ucciso il suo io, e in questo caso il termine “io” è sinonimo di “Ego”, mentre in psicologia l’”io” è considerato il centro organizzativo della personalità, e l’”io” deve essere solido per confrontarsi con il mondo con il necessario distacco; un “io” forte è in grado di affrontare imperturbato ciò che accade, mentre un “io” fragile è considerato patologico. Essere privi di “io”, da questa prospettiva, non avrebbe nulla di spirituale, anzi sarebbe piuttosto una psicosi. L’io ha un suo sviluppo e mentre l’io infantile è fuso con il mondo e dipende del tutto dagli altri e dall’ambiente, con la maturazione si diventa individui realizzando indipendenza e autosufficienza.

Tuttavia nel linguaggio quotidiano quando si usa il pronome “io” in genere s’intende l’ego immagine, l’insieme di idee e pensieri con cui ci identifichiamo. Quando diciamo: “io son fatto così” non indichiamo il testimone, altrimenti diremmo: “in questo momento mi vedo così e così”, bensì ci identifichiamo con esso e pensiamo di essere quello.

Questo “me” immaginario non è il centro organizzatore della personalità come inteso dalla psicologia, ma un oggetto della consapevolezza, un prodotto del pensiero, solo un vortice di ricordi e di concetti, ma dal momento che non ce ne rendiamo conto ci identifichiamo con esso e così inizia l’autoinganno.

Quindi userò il termine “io” quasi sempre in senso psicologico affinché non si possa confondere con l’ego: l’io immagine, il falso io, l’io separato che è un’illusione concettuale condizionata. Tuttavia anche questo “io” centro dell’individualità personale, quando giunge al suo pieno sviluppo può essere trasceso con la realizzazione del Sé, che è la pura consapevolezza transpersonale a monte dell’io.

È più difficile definire il termine Sé con cui si entra in un ambito “spirituale” e trascendente. La realizzazione del Sé comporta infatti il riconoscimento della natura illusoria dell’ego, la trascendenza dell’io personale, e l’accesso alla consapevolezza impersonale onnipervasiva che è l’essenza dell’essere.

Il Sé

Invero risiedo in tutti gli esseri e tutti gli esseri sono in me; questa è Conoscenza.

Ashtavakra Samhita

Il “Sé” dovrebbe essere al centro di ogni studio filosofico e psicologico in quanto ci connette con le radici della consapevolezza e della Vita. Comprendere questo termine è essenziale per non “viver come bruti”, ma sviluppare quelle “virtù e conoscenze” che conducono all’emancipazione e alla trasformazione.

Il termine “Sé” ha significati d’importanza fondamentale per la psicologia e la filosofia, ma nel linguaggio comune questo termine ha perduto ogni risonanza profonda a scapito della nostra capacità di comprendere la nostra natura essenziale e di vivere in saggezza e armonia.

In inglese il termine “Self” [1] indica sia l’io che il Sé e quindi per chiarire il significato spesso si usano termini come higher self, lower self, o separate self (Sé superiore, sé inferiore o sé separato). È necessario dare un significato preciso a questo termine per orientarsi, non solo in queste pagine, ma anche nell’ambito generale della ricerca spirituale e dell’autoindagine, userò quindi il significato usato da C.G. Jung e quello che troviamo nella Filosofia indiana e in modo specifico nel Vedanta.

C.G. Jung si è distinto per aver tentato un approccio, per quanto possibile scientifico, alle dimensioni spirituali dell’individuo e ai potenziali di sviluppo dei più alti piani della coscienza. Per Jung il “Sé” è un caposaldo di tutta la sua Psicologia Analitica e rappresenta sia l’archetipo della totalità della psiche e il suo centro, sia lo scopo della terapia il cui culmine è l’Individuazione che caratterizza il soggetto autorealizzato, cioè l’individuo che ha integrato l’inconscio nella totalità della coscienza, si è emancipato dai condizionamenti e vive con autenticità e pienezza.

Il Sé nell’opera di Jung è l’archetipo centrale dell’inconscio collettivo e rappresenta l’unione degli opposti e l’Unità dello Spirito. Per la Psicologia Junghiana [2], per quella Transpersonale e per la Psicosintesi, l’apparire di un mandalain un sogno o in una visione rappresenta l’emergere dell’archetipo del Sé; nello stesso tempo, si considera un Saggio colui che ha realizzato il proprio Sé e la vera gnosi consiste appunto nel giungere alla conoscenza del Sé e all’identificazione con esso.

Dice Jung: “La sofferenza è dovuta a un ristagno spirituale, a una sterilità psichica… fede, speranza, amore e conoscenza è ciò di cui ha bisogno il paziente per vivere… nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso”.

E con questo Jung non si riferisce all’aderire a una fede, ma all’esperienza interiore delle dimensioni spirituali che sole possono condurre all’armonia e alla saggezza.

Per la filosofia indiana, in particolare nel Vedanta, il Sé ha un significato della massima importanza in quanto è sinonimo dell’essenza divina e dell’Assoluto. È la sola stabile realtà rispetto al mondo fenomenico che esiste solo grazie al percettore e non esisterebbe indipendentemente da esso [3].

Il Sé è l’Atman-Brahman [4], la Suprema Identità, ciò che vede e non può essere visto, che è senza dimensioni, ma contiene gli universi. Il Sé è un singolare che si manifesta nella molteplicità degli esseri, senza perdere la sua natura unitaria priva di attributi.

(Per indicare l’io, l’ego, la persona, il Sé, il sanscrito usa termini affatto differenti che non possono dare adito a confusione).

Nelle Upanishad il Sé è Shiva, il Sé è la suprema identità, che assieme alla Shakti, sua controparte femminile, rappresenta la totalità dell’Essere manifesto e immanifesto. La Shakti è energia/volontà che si manifesta nella Natura e nella materia del mondo del divenire. Shiva è la Coscienza, lo spirito senza il quale la Shakti non avrebbe esistenza in quanto non percepita né percepibile e priva dell’Essere che la anima. Naturalmente i due sono interdipendenti come lo sono il soggetto e l’oggetto, il vuoto e la forma.

Il grande saggio Ramana Maharshi usava dire che il Sé, che risiede nel cuore, è la sorgente della luce che illumina la mente la quale ha come base il cervello. Il Sé è a monte della coscienza dell’io, e per questo a volte usava il termine “Io-io” per indicare il Sé come l’Io con la “I” maiuscola, che osserva l’io con la “i” minuscola.

In queste pagine il termine Sé sarà usato principalmente secondo la prospettiva trascendente della filosofia non dualista dell’Advaita Vedanta, oppure dalla prospettiva della Psicologia Analitica di C.G. Jung. Quindi, secondo il contesto, l’uso del termine può qui indicare sia la totalità della coscienza conscia e inconscia e la pienezza dell’individuo realizzato della Psicologia del profondo, sia la base coscienziale dell’Universo a monte dello spazio e del tempo e la pura consapevolezza, che è il testimone senza forma di ogni attimo del nostro vivere, come indicato dai mistici.

Seppure appaia difficile da concepire, il Sé [5] non è qualcosa di mistico e lontano e non è neppure qualcosa di simile a un io ideale e armonioso, anzi non è neppure qualcosa che possa essere visto e conosciuto in quanto non è mai “oggetto”, tuttavia è sempre presente in ogni attimo e più vicino della tua stessa pelle.

È la stoffa del Cosmo e, in quest’istante, è anche la consapevolezza con cui ti accorgi che stai leggendo queste righe. È ciò che da sempre già siamo appena smettiamo di credere di essere qualcosa di percepibile là fuori, nel campo del pensiero. Realizzare la realtà del Sé permette all’io fenomenico di esprimere la sua parte con armonia e sicurezza senza paure e contraddizioni.

Ogni esperienza, piacevole o spiacevole, può essere un’occasione per riconoscere che siamo il testimone senza forma delle sensazioni, siamo cioè lo sfondo incondizionato dell’Essere che abbraccia la manifestazione.

Da questa prospettiva c’è chiarezza e pace, c’è un naturale risveglio dell’intelligenza, quando finalmente siamo davvero noi stessi dal momento che manifestiamo le funzioni dei diversi piani, fisico, energetico, emotivo e mentale in armonia con l’essenza che ci anima, guidati dalla saggezza della Vita stessa, dall’Iswara, il Maestro che vive in noi.

Osservando il nostro vivere ci accorgiamo che questo potenziale della coscienza del Sé ci sfugge appena ci rinchiudiamo egoisticamente nella prospettiva dell’ego, prospettiva nella quale non siamo nella verità e nella pace, ma nell’ansia esistenziale dell’uomo comune che è schiavo di condizionamenti e di gratificazioni egoistiche.

Il Sé è pienezza e reintegrazione con la Vita, ma noi non vogliamo lasciare i nostri attaccamenti a ciò che conosciamo e abbiamo timore del nuovo e dell’ignoto.

Un testo delle Upanishad dice: “Come osi affermare di conoscere il Sé o di non conoscerlo!”

Infatti è più vicino dello spazio in cui ci troviamo, è la presenza che ci permette di sentire di essere e per questo impossibile da definire come qualcosa di esterno o oggettuale.

L’unica cosa di cui non possiamo dubitare è il nostro essere e se ci immergiamo, come suggeriva Sri Ramana Maharshi, nella sorgente dell’Io sono, tutto apparirà autoevidente anche se non si troveranno le parole per descriverlo.

Come coscienza onnipervadente, il Sé è la totalità di “io e altro”, di “osservatore e osservato”, è un singolare che non ha plurale, è l’essenza di ognuno e di ogni cosa.

Il Sé non nasce e non muore perché è a monte dei fenomeni e non appartiene al divenire, preesiste a nascita e morte ed è in noi la suprema realtà immutabile.

È l’ineffabile consapevolezza non divisa e il substrato coscienziale dell’Universo.

Purtroppo ci sfugge completamente questa che è la vera sorgente della libertà e della beatitudine.

Il Nobel per la fisica Erwin Schrödinger conferma la visione non dualista con quest’affermazione: “Il mondo è il costrutto delle nostre sensazioni, percezioni, memorie. Conviene guardarlo come esistente in modo proprio e oggettivo. Ma certamente non diventa manifesto grazie alla propria esistenza. Il suo manifestarsi dipende da vari fatti in determinate parti di questo stesso mondo, cioè da certi avvenimenti che accadono nel cervello. La ragione per cui il nostro ego senziente, intelligente e pensante è introvabile all’interno della nostra rappresentazione scientifica del mondo è spiegabile facilmente con otto parole: perché è esso stesso quella rappresentazione del mondo. Il mondo mi è dato in una sola volta, non ve n’è uno esistente e l’altro percepito. Il soggetto e l’oggetto sono una sola cosa. Non si può dire che la barriera tra di loro sia crollata quale risultato delle recenti esperienze, per il semplice fatto che questa barriera non esiste. Il mondo è dato in una sola volta. Nulla è riflesso. L’immagine riflessa e quella originale sono identiche. Il mondo esteso nello spazio-tempo è solo la nostra rappresentazione”.

(Dovremmo aggiungere a questa riflessione di Schrödinger, che la comprensione del mistero del Sé non è soltanto l’indivisibilità di mondo e cervello, percepito e percettore, bensì il riconoscimento di ciò che in noi sperimenta le percezioni del cervello e riconosce l’unità io-mondo.)

Tra le tante metafore per definire il Sé ci sono: il Vuoto senza confini che tutto contiene, senza il quale nessuna forma potrebbe avere lo spazio per manifestarsi; il cristallo che attraversato dalla luce manifesta i colori dell’iride senza compiere alcuna azione e senza esserne minimamente influenzato; lo schermo su cui è proiettato il film, schermo che è la sola realtà stabile rispetto all’evanescenza e transitorietà delle immagini proiettate, ma che durante la proiezione non notiamo.

Questi simboli del Sé rappresentano quello che invero già siamo, siamo coscienza-consapevolezza e conteniamo il mondo che appare all’interno della consapevolezza, ma, poiché viviamo in una specie di sogno e d’illusione, siamo erroneamente identificati con il corpo e l’ego e ci siamo persi in un labirinto di specchi e siamo stati catturati da ragnatele di parole. Il nemico che ci imprigiona nella Matrix delle illusioni sensoriali è solo la nostra mente erronea.

Nei sogni e come simbolo il Sé appare come cerchio, mandala, vecchio saggio, guida spirituale, il puer aeternus, fior di loto o rosa, ecc.

Jung scrive: “Il simbolo del cerchio/mandala allude a un grande tesoro nascosto nella profondità dell’inconscio e la sua personificazione è l’essere personale che rappresenta l’unità tra il conscio e l’inconscio. È una figura paragonabile al Purusha, a Buddha e Cristo. Per questa ragione ho scelto di chiamarlo Sé, intendendo con tale espressione una totalità psichica, però allo stesso tempo anche un Centro, che non coincide con l’io ma lo include”. …”Il Sé non è soltanto il centro, ma anche l’intero perimetro che abbraccia coscienza ed inconscio insieme: è il centro di questa totalità, così come l’Io è il centro della mente cosciente”. (C.G. Jung, Aion, ricerche sul simbolismo del Sé, Opere, vol. IX pag. 444.)

Il grande mistico indiano Sri Ramana Maharshi risponde alla domanda “chi sono Io?”: Io non sono il corpo materiale, che è composto dai sette umori, Io non sono i cinque organi di senso, Io non sono i cinque organi conoscitivi, Io non sono i cinque soffi vitali, prana ecc., che comprendono le cinque rispettive funzioni dell’inspirare ecc.; Io non sono neanche la mente che pensa. Così come non sono il ricordo, che riguarda solo le impressioni residue degli oggetti e nel quale non vi sono né oggetti né funzioni. Dopo aver negato tutte queste cose come “né questo”, “né quello”, rimane solo la Consapevolezza – quella io sono. La natura della Coscienza è: esistenza-coscienza-beatitudine. (Sat, Cit, Ananda)

Dall’Avadhoota Gita [6]: Il tatto, il gusto, la vista e l’olfatto non sono te; né tu i cinque sensi. Tu solo sei la verità ultima. Perché allora tormentarsi?
Vita e morte, legame e liberazione, bene e male appartengono alla mente e non a te. Perché singhiozzare, figlio mio? Né tu né io abbiamo nome o forma.
Mente perché questa confusione? Perché erri come un fantasma? Pensa solo al Sé, rinuncia al desiderio e sii felice.
Tu sei il solo principio che redime, che rimane stabile e imperturbabile. Non hai desiderio né avversione. Ahimè, perché allora ti tormenti con voglia di cose?
I Veda proclamano che il Sé è senza qualità, senza impurità, senza declinazione, incorporeo, retto. Portami senza dubbio a tale Sé.

Note al testo:

[1] Il Sé nell’accezione che ho scelto (che sarebbe l’higher self) non ha un sopra e un sotto o dei livelli, in quanto il Sé è il Sé, cioè coscienza-consapevolezza indivisa, mentre i livelli e le categorie possono essere applicati allo sviluppo dell’io nel divenire.

[2] Jung per differenziare i diversi aspetti dell’individuo usa i termini “Persona”, “Ombra”, “Animus e Anima”, e indica nel processo di Individuazione la differenziazione dall’inconscio collettivo e l’integrazione dell’Ombra. L’opera di Jung è molto vasta e complessa e non pretendo di poterla riassumere: rimando quindi alle sue opere per approfondimenti.

[3] Oggi anche la scienza inizia a riconoscere che la Coscienza è l’interfaccia della materia.

[4] Nelle Upanishad il termine “Atman” ricorre innumerevoli volte, è il perno centrale sul quale ruota tutta la riflessione upanishadica, una ricerca sull’essenza ultima dell’individuo. Il termine vi ricorre però con molti significati, che vanno intesi come analogie o aspetti volti a spiegare ciò che non è certo spiegabile con gli elementi del linguaggio. “Atman” indica via via il soffio vitale, la coscienza spirituale, il vero soggetto dell’uomo, il Sé del mondo, e come elemento ultimo in questa scala lo stesso Brahman. Questa identità fra atman e Brahman è il caposaldo che la letteratura critica delle Upanishad riconosce essenziale.

[5] Nel Buddhismo il termine Mente con la M maiuscola si usa per indicare il Sé impersonale, la Mente unica o coscienza Buddhica. Con il termine in minuscolo si indica la mente erronea, ego. Autonatura nello Zen ha simili accezioni.

[6] Da una mia libera traduzione, Avadhoota Gita (canto dell’anima liberata) Cap 1, Gli insegnamenti di Dattatreya, testo classico del Vedanta del nono secolo. Ho pubblicato alcuni capitoli in “La saggezza non dualista” che indico nella bibliografia.

Filippo Falzoni Gallerani, Milano 2022

Per approfondire 

Psicologia Transpersonale 
Pubblicazioni e Psicologia Perenne

FILIPPO FALZONI GALLERANI