…. Lungo il tempo le aspirazioni dei popoli sono state riposte nell’avvento di un Messia, nell’avvento del Regno celeste, del Superuomo, della scienza, della macchina industriale e del potere burocratico; nell’avvento della democrazia o della dittatura, ecc. Ma tutti questi “avventi” non sono altro che proiezioni, sono sempre immagini cariche di aspettative e di poteri taumaturgici.

… Laddove vi sono idoli e immagini da adorare, la v’è idolatria. Gli idoli, creati dalla mente esteriorizzante e proiettiva, sono narcotici che offuscano la consapevolezza dell’essere. Gli uomini possono essere addormentati dalla potenza di un idolo costruito pazientemente da menti preparate.

… È inevitabile che, fino a quando la mente pone fuori di sé la sua salvezza, l’io “campa” e si perpetua e, finché sussiste l’io accaparratore, acquisitivo e reattivo, non c’è alcuna politica o scienza che possa dare salvezza. L’io non può vivere senza idolo, gli è sottomesso, e in suo nome si permette di tutto. Le qualità attribuite all’idolo hanno poco a che fare con l’effettiva presa di consapevolezza dell’ente proiettore, il quale aspetta passivamente che esso faccia i suoi miracoli. Ciò implica che, asservendoci alla nostra rappresentazione, comunichiamo con noi stessi in forma alienata. Se da una parte abbiamo foggiato l’idolo-miracolo, dall’altra l’idolo imprigiona noi. È il paradosso dell’individuo foggiatore d’immagini. Molti proiettano sull’idolo qualità di giustizia sociale, di fratellanza, di ordine, ecc., ma il soggetto operante non vive in sé queste qualità e non può viverle perché le ha proiettate, divenendone alienato. Molti fanno addirittura una rivoluzione per cambiare le cose, per creare giustizia, perequazione sociale e altro; conquistato il potere, quelle stesse persone che hanno combattuto per abbattere l’ingiustizia commettono altrettanta ingiustizia dei predecessori, magari in forme diverse. Ciò avviene perché esse hanno proiettato un’immagine rivoluzionaria, frutto, fra l’altro, di semplice reazione passionale, senza essere, o incarnare, l’essenza della rivoluzione. Noi rincorriamo le nostre proiezioni, i nostri idoli, i nostri fantasmi, senza mai raggiungerli perché, li poniamo, appunto, sempre di fronte a noi. Fino a quando non siamo noi stessi permeati di giustizia, di ordine e di compostezza, non potremo mai trionfare sull’ingiustizia sociale: quelle istituzioni sono sempre presiedute da enti “mancanti”.

… La politica è un potentissimo idolo, o feticcio, che ha milioni di devoti, di fedeli e anche di fanatici. E come, ad esempio, in nome dell’Amore del Cristo si è ucciso, così in nome della giustizia e del progresso sociale si commettono delitti detestabili e irrazionali. Tutte le strade della filosofia del divenire portano alla stessa meta: l’alienazione. Questo mondo non ha un fuori, non ha un altrove in cui la filosofia del divenire possa indirizzarlo. I progressisti e i conservatori, per quanto usino metodi diversi di potere, sono accomunati in un unico destino che è quello dell’alienazione.

… Fino a quando viviamo di proiezioni e di feticci non possiamo ristabilire la giustizia, l’uguaglianza e la fratellanza perché queste non devono essere espresse mediante il feticcio, ma vissute dalla nostra stessa coscienza.

… Laddove vi sono idoli e immagini da adorare, la v’è idolatria. Gli idoli, creati dalla mente esteriorizzante e proiettiva, sono narcotici che offuscano la consapevolezza dell’essere. Gli uomini possono essere addormentati dalla potenza di un idolo costruito pazientemente da menti preparate.

… È inevitabile che, fino a quando la mente pone fuori di sé la sua salvezza, l’io “campa” e si perpetua e, finché sussiste l’io accaparratore, acquisitivo e reattivo, non c’è alcuna politica o scienza che possa dare salvezza. L’io non può vivere senza idolo, gli è sottomesso, e in suo nome si permette di tutto.

Le qualità attribuite all’idolo hanno poco a che fare con l’effettiva presa di consapevolezza dell’ente proiettore, il quale aspetta passivamente che esso faccia i suoi miracoli. Ciò implica che, asservendoci alla nostra rappresentazione, comunichiamo con noi stessi in forma alienata. Se da una parte abbiamo foggiato l’idolo-miracolo, dall’altra l’idolo imprigiona noi. È il paradosso dell’individuo foggiatore d’immagini. Molti proiettano sull’idolo qualità di giustizia sociale, di fratellanza, di ordine, ecc., ma il soggetto operante non vive in sé queste qualità e non può viverle perché le ha proiettate, divenendone alienato. Molti fanno addirittura una rivoluzione per cambiare le cose, per creare giustizia, perequazione sociale e altro; conquistato il potere, quelle stesse persone che hanno combattuto per abbattere l’ingiustizia commettono altrettanta ingiustizia dei predecessori, magari in forme diverse.

Ciò avviene perché esse hanno proiettato un’immagine rivoluzionaria, frutto, fra l’altro, di semplice reazione passionale, senza essere, o incarnare, l’essenza della rivoluzione. Noi rincorriamo le nostre proiezioni, i nostri idoli, i nostri fantasmi, senza mai raggiungerli perché, li poniamo, appunto, sempre di fronte a noi. Fino a quando non siamo noi stessi permeati di giustizia, di ordine e di compostezza, non potremo mai trionfare sull’ingiustizia sociale: quelle istituzioni sono sempre presiedute da enti “mancanti”.

… La politica è un potentissimo idolo, o feticcio, che ha milioni di devoti, di fedeli e anche di fanatici. E come, ad esempio, in nome dell’Amore del Cristo si è ucciso, così in nome della giustizia e del progresso sociale si commettono delitti detestabili e irrazionali. Tutte le strade della filosofia del divenire portano alla stessa meta: l’alienazione. Questo mondo non ha un fuori, non ha un altrove in cui la filosofia del divenire possa indirizzarlo. I progressisti e i conservatori, per quanto usino metodi diversi di potere, sono accomunati in un unico destino che è quello dell’alienazione.

… Fino a quando viviamo di proiezioni e di feticci non possiamo ristabilire la giustizia, l’uguaglianza e la fratellanza perché queste non devono essere espresse mediante il feticcio, ma vissute dalla nostra stessa coscienza.

tratto da Filosofia dell’Essere di Raphael

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FILIPPO FALZONI GALLERANI