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Come è impossibile spiegare la bellezza di un tramonto a un uomo cieco dalla nascita, così è impossibile ai saggi trovare le parole capaci di esprimere la loro saggezza agli uomini di intelligenza inferiore. La saggezza dei saggi non sta, infatti nel loro insegnamento; altrimenti chiunque potrebbe diventare saggio solo leggendo il Bhagavad Gita, i Dialoghi di Platone o le scritture buddiste. In realtà, potremmo studiare questi libri per tutta la vita senza diventare per nulla più saggi, perché cercare l’Illuminazione nelle parole e nelle idee è (per usare una frase del dottor Trigant Burrow) “è come sperare che la vista di un menù influisca sui processi interni di un uomo affamato e lo soddisfi.” Però, nulla è più facile che confondere la saggezza di un saggio con la sua dottrina. Perché chi non comprende la verità può facilmente scambiare per verità la spiegazione che un altro uomo gli dà di ciò che ha compreso. E tuttavia essa non è la verità, così come un cartello stradale non è la città di cui esso indica la direzione. Gautama il Buddha (l’Illuminato) si guardò bene dal descrivere l’Illuminazione che egli raggiunse mentre sedeva una notte sotto un gigantesco albero di fico a Gaya e si narra che, interrogato sui fondamentali misteri dell’universo, “mantenne un nobile silenzio”. Non si stancò mai di dire che la sua dottrina (Dharma) voleva mostrare solo la Via verso l’Illuminazione e non la proclamò mai una rivelazione dell’Illuminazione.

Di qui i versi buddisti:

Quando ti interrogano curiosi, cercando di sapere che cosa Esso sia,

Non affermare nulla, non negare nulla.

Perché ogni cosa affermata non è vera.

E ogni cosa negata non è vera.

Come potrà qualcuno dire con verità che cosa può essere,

Finché egli stesso non ha pienamente raggiunto Ciò che E’?

E dopo che l’ha raggiunto, qual parola si può mandare da una Regione

Dove il carro della parola non trova una via su cui correre?

Dunque alle loro domande offri il silenzio soltanto,

Il silenzio… è un dito che indica la via.

Però, i seguaci del Buddha hanno cercato l’Illuminazione nel dito, invece di andare in silenzio verso il luogo che esso indica; hanno riverito e seguito i suoi detti tramandati, come se fossero il reliquario della sua saggezza, e così ne hanno fatto non solo un reliquario, ma la tomba in cui la morta carcassa di quella saggezza è sepolta. Ma l’Illuminazione è una cosa viva, che non può essere irrigidita in parole; e perciò lo scopo che la scuola buddista Zen si propone è di penetrare oltre le parole e le idee per riportare in vita la visione originale del Buddha. Considera questa visione come l’unica cosa importante, e le scritture soltanto mezzi, espedienti temporanei per mostrare dove quella visione può essere ritrovata. Non cadere mai nell’errore di scambiare gli insegnamenti con la saggezza, perché lo Zen è essenzialmente quel “qualcosa” che determina la differenza fra un Buddha e un uomo comune; è l’Illuminazione contrapposta alla dottrina.

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FILIPPO FALZONI GALLERANI