Introduzione
In questo profondo articolo, Filippo Falzoni Gallerani riassume l’essenza dell’insegnamento di Bhagavan Sri Ramana Maharshi, uno dei più grandi mistici dell’India moderna. Dalla sua spontanea illuminazione giovanile fino alla vita ascetica sul monte Arunachala, Ramana Maharshi ha incarnato la suprema saggezza del Non-Dualismo (Advaita). Il testo esplora come il sentiero dell’autoindagine (“Chi sono io?”) e l’abbandono dell’illusione dell’ego siano pratiche profondamente trasformative, confermate oggi sia dalla Psicologia Transpersonale sia dai sorprendenti paradigmi della fisica quantistica, e accessibili a ogni ricercatore sincero attraverso metodi esperienziali come il Rebirthing Transpersonale.
SRI RAMANA MAHARSHI E IL NON-DUALISMO (ADVAITA VEDANTA)
Questo brano riassume gli insegnamenti di quello che è riconosciuto tra i più grandi mistici e saggi dell’India moderna.
Lo pubblico perché il Rebirthing Transpersonale, che è un metodo esperienziale molto semplice, si rivela efficace non solo per ridare vitalità, energia e salute, ma conduce spesso alla scoperta del Maestro interiore che è il nostro vero Sé.
Bhagavan Sri Ramana Maharshi e il Risveglio
Ramana Maharshi nacque il 30 dicembre 1879 in un villaggio non lontano da Madurai nel Tamil Nadu. Il suo risveglio spirituale fu spontaneo e tutta la sua vita fu espressione della saggezza di chi, avendo trasceso l’ego e colto l’illuminazione, incarna la pienezza del Sé Transpersonale.
Da ragazzo, all’età di sedici anni, il giovane Ramana ebbe la sensazione di stare per morire. È probabile che sia stato quello che oggi chiamiamo un attacco di panico, ed è interessante notare come studi recenti dimostrino che chi è predisposto al panico è predisposto all’estasi [1]. In quel momento, invece di opporsi a questa sensazione e tentare di sfuggirla, la penetrò completamente, si arrese al fatto di star per morire e cercò di osservare e comprendere in che cosa consistesse la morte. Pensò: se muore il corpo, resta la mente? Se la mente e la memoria si estinguono con il corpo, che cosa resta?
Ebbe allora la chiara percezione di essere la vita stessa, oltre l’io, la mente e il corpo. Percepì con chiarezza che il pensiero “Io Sono”, che precede la consapevolezza del mondo, emerge dall’Assoluto e riconobbe che la natura profonda di ogni essere è quest’Assoluto. Ebbe esperienza diretta di tutto ciò che i testi dell’Advaita (che lui avrebbe letto e commentato soltanto in seguito) descrivono.
Riemerse da quest’esperienza senza mai perdere, per il resto della sua vita esemplare, la Coscienza del Sé con cui era completamente identificato. Assorto nella beatitudine del Sé non ebbe più interesse per il mondo esteriore. Lasciò la casa e si ritirò a vita contemplativa in una grotta sul monte Arunachala, nei pressi di Tiruvannamalai, una montagna sacra sin dall’antichità alla quale nei Veda è dedicata una storia famosa, dove visse in stato di samadhi rimanendo assorto in silenzio per lunghissimi periodi.
Della vita di Ramana si potrebbero raccontare centinaia di episodi straordinari: la sua vita è un esempio di saggezza, umiltà e amore incondizionato. Senza aver studiato il Sanscrito e senza aver ricevuto alcuna iniziazione realizzò l’essenza degli insegnamenti spirituali e continuò la catena ininterrotta dei maestri Non-dualisti, come dopo di Lui Nisargadatta Maharaj (che sarà l’argomento del mio prossimo articolo).
Sri Ramana lasciò serenamente il corpo il 14 aprile 1950. Quel giorno il fotografo francese Henri Cartier-Bresson, che risiedeva all’ashram, fu testimone di un fenomeno emblematico: alla sera una stella con una scia simile a quella di una cometa illuminò il cielo, lo attraversò lentamente sino alla cima del monte Arunachala, per poi scomparire dietro di esso. Henri controllò l’orologio: erano le 20:47. Tornato all’ashram seppe che esattamente alle 20:47 Sri Ramana Maharshi aveva smesso di respirare. Mentre scrivo queste righe ricordo anche che Sri Babaji in mia presenza una volta disse che delle migliaia di maestri che l’India aveva generato, solo pochi erano veri maestri e poi aggiunse che Ramana Maharshi era uno dei più grandi, un vero Rishi, un portatore della saggezza perenne.
Il Non-Dualismo (Advaita)
Gli insegnamenti di Sri Ramana Maharshi sono una purissima espressione della filosofia Advaita. Advaita significa “non dualità”, “non dualismo” e per essere più precisi: “al di là di dualismo e non dualismo”.
Per dare una vaga idea a chi non conosce l’argomento, nel Vedanta la Coscienza (il Dio Shiva) è lo stesso Sé. Perciò il Sé (Dio) non potrà mai essere conosciuto come “oggetto”: non può esser visto perché è ciò che vede, non può essere udito perché è ciò che ode, non può essere pensato perché è ciò che pensa. È oltre lo spazio e il tempo e contiene in sé tutta la manifestazione. È la suprema identità, è l’Uno senza un secondo.
Quando si supera l’identificazione con il corpo e la mente percepiamo di essere Spirito, l’Uno atemporale che tutto contiene, là dove le parole, il pensiero e la fantasia non possono giungere. Dalla prospettiva Advaita le mitologie, gli dèi e i rituali sono trascesi e integrati: gli Dèi sono considerati archetipi utili alla mente per dare forma alle energie, e i racconti mitologici sono metafore delle dinamiche della psiche umana nella lotta per il risveglio.
Il Sé (o la Coscienza-Consapevolezza) nella sua natura essenziale non è diviso in osservatore e osservato, interno-esterno. Tutto è contenuto nell’Uno, nella consapevolezza non divisa. La scienza stessa ci dice che spazio e tempo sono un’illusione percettiva. Invero viviamo nel continuo infinito presente, ma siamo prigionieri del tempo psicologico, fatto di ricordi e anticipazioni che è causa di desiderio e paura.
Il “liberato in vita” incarna l’esperienza concreta di chi, avendo trasceso l’identificazione con l’io e riconosciuto le illusioni mentali, si è stabilizzato nella consapevolezza del Sé; è il testimone libero che osserva il divenire della vita in perfetta equanimità.
Per la psicologia del profondo il processo di autorealizzazione avviene attraverso l’integrazione dell’inconscio, dell’Anima e dell’Ombra. L’Individuazione è il cammino eroico di coloro che hanno il coraggio di guardare nell’abisso e di rinascere al vero Sé.
Tat Tvam Asi, Tu sei Quello!
Vorrei portare il lettore a riflettere sull’importanza pratica e trasformativa del sentiero dell’autoindagine. C’è chi rifiuta come fantasioso qualunque argomento spirituale, gettando via il bambino con l’acqua sporca; altri idealizzano la spiritualità indiana rischiando di mitizzare il personaggio, dimenticando che ciò che realmente conta è l’incarnare il suo messaggio, piuttosto che mettere fiori e incensi sotto la sua foto. Non si può cogliere l’attualità dell’insegnamento se si pensa che riguardi solo i santi e non sia alla portata di ogni ricercatore sincero.
Se con mente sgombra e attenta si avvicinano le parole di saggi come Ramana Maharshi, esse possono davvero risvegliare la coscienza e far percepire l’Unità della vita. La realizzazione del sé è l’adempiere al proprio destino senza imitare nessuno. È l’essere autenticamente ciò che si è. Il Maestro ci guida dal vero maestro, il Sat Guru che è il nostro stesso Sé.
Per la mente occidentale è difficile comprendere che il mondo fenomenico è Maya, un’illusione. Ramana Maharshi paragona il mondo fenomenico ai riflessi che appaiono sullo specchio. In assenza dello specchio essi non esistono. Le immagini dipendono dallo specchio, sono un riflesso, per cui si potrebbe dire che esistono e non esistono. La coscienza è lo specchio reale e oltre il tempo su cui appaiono i riflessi del divenire. Questo è lo stato di Turya, il Vuoto, in cui Ramana viveva in grande umiltà [2].
In questi anni la Psicologia Transpersonale ha usato tecniche psicofisiche per rendere esperibile all’uomo contemporaneo la dimensione essenziale dell’Essere. Non solo questi studi mostrano la coerenza del Vedanta con la Filosofia Perenne, ma persino con i nuovi paradigmi scientifici. Le conoscenze fisiche confermano che lo spazio e il tempo sono relativi; la fisica ci descrive un universo immateriale la cui sostanza è solo informazione. La visione della Realtà proposta dalla scienza moderna (teoria delle stringhe, teorie olografiche e quantistico-relativistiche) mi pare più fantastica della visione dei saggi.
La conoscenza del Sé (Jnana Yoga) è la via di liberazione. Consiste nel riconoscere che stiamo cercando il cercatore stesso. Lascio quindi la parola a Ramana Maharshi, la cui saggezza è la via più diretta verso la liberazione interiore.
Filippo Falzoni Gallerani, Milano, Ottobre 2014
Note
[1] Nota sui livelli di Samadhi:
- Savikalpa samadhi: In questo stato, la consapevolezza del Sé viene mantenuta dallo sforzo costante. La continuità dipende totalmente dallo sforzo compiuto per mantenerlo. Quando l’attenzione vacilla, la consapevolezza del Sé viene oscurata.
- Nirvikalpa samadhi: È lo stato che precede la realizzazione definitiva del Sé. C’è una consapevolezza temporanea, priva di sforzo, ma l’ego non è stato eliminato definitivamente. È caratterizzato da un’assenza di coscienza corporea e assorbimento interiore, ma non si è in grado di rimanere in contatto con il mondo e l’azione. Quando la coscienza corporea torna, l’ego riappare.
[2] Sahaja nirvikalpa samadhi: È lo stato del jnani (risvegliato alla conoscenza del sé) che ha definitivamente e irrevocabilmente eliminato il suo ego. ‘Sahaja’ significa “naturale” e ‘nirvikalpa’ significa “nessuna differenza”. Un jnani in questo stato è in grado di agire naturalmente nel mondo. Sapendo di essere il Sé, non vede differenze fra sé e gli altri e nessuna differenza fra se stesso e il mondo. Per una tale persona, ogni cosa è una manifestazione dell’invisibile Sé.
Per approfondire:

