Non vi è né creazione né distruzione, né destino né libero arbitrio; né sentiero né realizzazione; questa è la verità ultima.

Sri Ramana Maharshi

Shiva: simboli e realtà

Shiva, il cui culto è antichissimo, nella tradizione popolare è rappresentato in molti modi. Più nota è quella dello Yoghi in meditazione nella posizione del loto, con una luna crescente sulla fronte, un cobra attorno al collo. Molto diffuse le belle statue di Shiva Nataraja, che danza al centro della ruota di fuoco della vita, sorgente del movimento universale di creazione e distruzione. In questa immagine Shiva tiene un piede staccato da terra e con l’atro schiaccia una piccola figura che rappresenta l’ego. Per rappresentare i suoi attributi Shiva è evocato con 108 nomi e non intendo affrontare un argomento così vasto. Tanti sono i racconti su Shiva e del suo rapporto con la consorte Parvati da occupare molte pagine.

Dirò solo che uno degli aspetti più interessanti di questa figura è la straordinaria unione di opposti che rappresenta. Ad esempio, Shiva ci appare come l’asceta erotico. Ha manifestazioni spiccatamente dionisiache e al tempo stesso è lo yoghi che incenerisce il desiderio che disturba la sua meditazione, è colui che seduce le mogli dei bramini ipocriti, che lo seguono come coribanti mentre cavalca nudo il toro Nandi, che lui solo sa domare. Ha aspetti inquietanti nella forma di Kalbhairav, il consorte di Kali la dea della morte, e in queste forme frequenta i campi crematori, beve sangue e al suo seguito ci sono asura e fantasmi che obbediscono ai suoi ordini. In questa forma spaventosa è il medico supremo, il padrone dello Yoga di tutti i poteri sessuali e psichici.

Il simbolo più diffuso e antico è il Lingam che rappresenta sia il senza forma, ciò che è oltre agli attributi, sia il fallo eretto come principio creatore. Secondo la tradizione mistico-filosofica, Shiva è sia la Pura Consapevolezza, senza la quale l’universo non potrebbe esistere, in quanto nessuno potrebbe percepirlo, sia la forza che anima il divenire dei fenomeni della Natura.

Sadashiva, Shiva unito alla sua Shakti, rappresenta l’abbraccio di vuoto e forma, di spirito e materia. L’Unità Cosmica. Nei suoi molti aspetti è anche assimilato a Brahman, l’Assoluto che trascende spazio e tempo. Il mondo fenomenico appare e scompare in Lui come un gioco d’illusioni, come un sogno prodotto da un mago. Considerando illusorio tutto ciò che è transitorio, è reale e immutabile solo la Coscienza-Consapevolezza, il Testimone senza forma, in cui appaiono e scompaiono i fenomeni.

Nella Trimurti[1], Shiva rappresenta il distruttore della creazione, il Sé assorbito in se stesso in cui lo spazio e il tempo sono trascesi. Nei testi filosofici più profondi e amati dai grandi mistici, Shiva è decritto chiaramente come distruttore dell’ego e incarnazione del Sé. E’ la consapevolezza onnipervadente che è la vera Essenza d’ogni uomo. Il motto: Tat Tvam Asi significa. Tu Sei Quello, e per Quello s’intende il Sé, il Tutto non diviso, Shiva, Brahman. Chi realizza il Sé esclama “Io Sono Shiva”. Trasceso l’ego, si è una cosa sola con la coscienza-energia.

Il Lingam

Userò un semplice esempio per riflettere sul tema di religione e superstizione che è un problema fondamentale. Lo Shiva Purana è una raccolta di antichi testi Induisti su Shiva. Anni fa leggevo uno di questi pesanti volumi in una biblioteca indiana, e dopo molte pagine dedicate, ai rituali e alle pratiche di adorazione del Lingam[2], mi sono imbattuto in questo raccontino: “Un tale che si è recato a rubare in un tempio, quando viene colto sul fatto dal bramino, lo uccide e cerca di fuggire. Inseguito dalle guardie l’assassino viene raggiunto e a sua volta ucciso. Sta esalando l’ultimo respiro, quando il suo sguardo casualmente cade sul Lingam custodito nel tempio e poco dopo muore. In India rubare in un tempio è già un reato molto grave, ma uccidere un bramino è il peccato più grave in assoluto. Perciò quando muore, i demoni accorrono a frotte per prendere la sua anima e trascinarla nel più profondo degli inferni. A questo punto con un colpo di scena interviene Shiva, che scende dal cielo in suo soccorso, dal momento che prima di morire ha posato gli occhi sul Lingam. Il dio pretende quest’anima, la strappa ai demoni e la porta allo Shivaloka, il paradiso di Shiva, dove questo vivrà beato.”

La morale del racconto a prima vista è certamente assurda, pare voglia solo dimostrare che il potere del fallo di Shiva è tanto grande, che è sufficiente un’involontaria occhiata al sacro Lingam per annullare ogni “peccato” e in questo caso, per liberare l’anima del ladro assassino e condurla in paradiso! Non c’è nulla di mistico, di filosofico in tutto questo, piuttosto si è sorpresi dall’ingenuità dell’argomento. Qualsiasi persona razionale rifiuta una religione che attribuisce ai suoi feticci il potere di panacea universale. In questo modo il culto del Lingam non sarebbe altro che la superstizione del portafortuna supremo. Dove è finita la Filosofia Perenne della saggezza vedica? Affermare che il Lingam è tanto sacro che basta guardarlo per purificarsi dai peggiori crimini, può far pensare che i bramini, che hanno scritto questa storia, facevano ciò che oggi chiameremmo “pubblicità ingannevole”. Una persona razionale che legge un tale racconto lo considera, nel migliore dei casi, un esempio del pensiero magico, espressione prerazionale della psiche immatura dei popoli primitivi, nel peggiore, un altro inganno escogitato dai bramini shivaiti per attrarre devoti.

Interpretazione dei simboli

C’è tuttavia un altro modo per interpretare queste creazioni della psiche degli antichi anche quando si tratta di un raccontino come questo. I simboli delle religioni non sono invenzioni degli uomini, ma creazioni dell’inconscio collettivo che hanno un senso profondo, ma devono essere compresi in termini psicologici. Se si accettano alla lettera le Scritture, si è vittima di regressione mentale e fanatismo, come vediamo accadere nelle sette e in ogni forma di integralismo religioso. Tuttavia se, rifiutando i miti, neghiamo del tutto l’esistenza della dimensione spirituale, non possiamo comprendere dinamiche fondamentali della nostra stessa psiche. Nell’epoca dei Lumi non si è cercato di indagare sul significato delle antiche tradizioni, ma si sono rifiutate in toto e, in questo modo, si è buttato il bambino insieme all’acqua sporca. Questa necessità interpretativa è indispensabile non solo riguardo ai miti hindù, ma a tutte le forme religiose.

Torniamo al raccontino del Lingam: come uomini moderni sappiamo che non ci sono inferni né demoni che ci aspettano, tanto meno divinità che scendono dal cielo per salvare la nostra anima peccatrice e condurci in paradiso grazie a un’occhiatina ad una pietra oblunga custodita nel tempio. Ma come ho detto, possiamo interpretare in termini psicologici i fenomeni religiosi e, con questa prospettiva, anche questo raccontino assurdo acquista tutt’altro senso e significato. Possiamo interpretare il furto e l’omicidio come gli errori che nascono dalla prospettiva egocentrica che conduce ad azioni negative e creano conflitti. I demoni sono i sensi di colpa e le paure che assillano l’ego. L’inferno è la sofferenza mentale, la depressione e l’angoscia che travolgono l’io. Il Lingam è un simbolo del Sé. Shiva è Coscienza-consapevolezza oltre all’ego e un archetipo del Sé. Ricordare il Sé, vuol dire riconoscere l’essenza coscienziale. Identificarsi con il Sé rappresenta la trascendenza dell’io, la disidentificazione dalla forma esteriore, dal corpo e dal personaggio, nel ritrovamento dell’Unità della Vita. Il vero Yoga è individuazione e integrazione nel Sé. Liberazione attraverso il ricongiungimento con la Coscienza impersonale che percepisce il mondo in trasparente serenità, come fosse una rappresentazione teatrale.

Il paradiso di Shiva è la realizzazione del Sé.

Nel ritrovare il substrato invisibile e inconcepibile della Realtà, riconosciamo che quella che chiamavamo realtà era un’illusione simile al sogno cui possiamo partecipare come sereni testimoni di un’appassionante spettacolo. Vediamo dio (la coscienza) in ogni cosa. Il Sé (la Coscienza integrata di conscio e inconscio) è origine e fine di tutto il mondo manifesto che lo spirito trascende. Lo Spirito, che è la nostra vera natura indivisa, risiede prima e oltre il sorgere della coscienza dell’io, oltre lo spazio e il tempo e quindi oltre ogni possibilità di concettualizzazione. Non è certo qualcosa che il pensiero e le parole possano contenere o la mente immaginare. E’ l’inesprimibile quiddità dell’Essere.

Quando ritroviamo il vero Sé e ci risvegliamo alla consapevolezza dell’Unità e reintegrati affrontiamo in modo radicalmente diverso le gioie e le sofferenze che comporta l’esistenza terrena, la vita si svolge in modo spontaneo e armonico. La vita è un’esperienza di amore, di crescita e liberazione quando si agisce seguendo il cuore, liberi da maschere e pienamente in contatto con “ciò che è”. Riconosciamo allora che l’io, che s’immagina coinvolto dalla vita, è solo pensiero, che la realtà non è divisa in percettore, percepito e atto della percezione.

Tutto è “Ciò”, tutto è un’Unità impensabile, che tutto contiene, anche questa illusoria triade, in quest’Unità la sofferenza e i conflitti scompaiono. Ed è proprio in momenti di grande crisi dell’io, in modo particolare quando sentiamo vicinanza con la morte, che si presenta un’occasione di risveglio e liberazione. Nel mezzo del Samsara ritroviamo il Nirvana, il mozzo immobile su cui gira la ruota della vita. La Consapevolezza si situa oltre il tempo e i fenomeni nel divenire illusorio che la mente crea.

I limiti della ragione

L’Illuminismo, nella storia dello sviluppo del pensiero, ha molti aspetti positivi, che hanno spinto l’uomo a emanciparsi dalla superstizione. Tuttavia l’errore degli illuministi è stato il vedere nelle religioni solo una creazione dei sacerdoti per dominare il popolo, rifiutando di riconoscere l’universalità e il significato di queste creazioni della psiche. Le religioni possono essere strumentalizzate e distorte dagli uomini, ma hanno origine nelle profondità dell’Inconscio Collettivo.

Affidare la soluzione del problema umano alla sola Ragione, a scapito delle dimensioni invisibili del mondo interiore e dell’anima, ha provocato una maggior dissociazione dall’inconscio. Non ha dato i frutti sperati e anzi, in molti casi, ha creato problemi ancor più gravi. In questo modo abbiamo realizzato un grande sviluppo tecnologico che paghiamo però con l’alienazione dal Sè e con la perdita del significato profondo della vita. Vediamo lo sviluppo disarmonico di una società malata e corrotta, schiava dell’egoismo, che sta distruggendo la natura e tutti i valori autenticamente umani, in cui depressione, ansia, e relazioni conflittuali sono endemiche. In questo modo l’approccio razionale e lo sviluppo scientifico e tecnologico, nonostante le straordinarie scoperte, non hanno portato alla maggior parte degli individui la felicità promessa. Dobbiamo ammettere che l’Illuminismo ha favorito lo sviluppo del pensiero moderno liberandolo dalla superstizione. E’ anche merito del pensiero illuminista se sono stati riconosciuti i diritti universali dell’uomo e della donna ed è stata bandita la schiavitù. Di certo ai tempi dell’Illuminismo sulla natura dell’inconscio si sapeva ancora molto poco e, di certo, l’oscurantismo e i crimini delle religioni occidentali hanno prodotto una reazione in opposta direzione. Oggi la Scienza è giunta a riconoscere questi valori, e la Fisica Quantistica con i suoi Nuovi Paradigmi e la Psicologia Transpersonale, l’approccio olistico ed ecologico, sono espressioni di questo riavvicinamento, in cui scienza e religione, spirito e materia, conoscenza e saggezza possono integrarsi.

Avete trovato me prima di aver trovato voi stessi

Attenti a non rimanere schiacciati sotto il peso di una statua

Ritornando al racconto del Lingam, facilmente però coloro che si professano Induisti, soprattutto se occidentali, pur considerandolo iperbolico, aderendo alle suggestioni della fede si predispongono inconsapevolmente a cadere nell’inganno di confondere i simboli con la realtà. Sono spinti a pensare che gli antichi Rishi che hanno compilato i Veda[3] conoscessero il potere di simboli sacri davvero efficaci e che quindi adorare un pezzo di pietra possa portare benefici sul piano dell’io con cui si identificano.

I benefici riguardano i desideri e le paure dell’io, e quindi è tragicomico che si considerino questi culti rituali una vera pratica spirituale. Il vero cammino spirituale infatti, consiste nella dissoluzione di questo falso io e con esso dei desideri e paure che esso crea. (Su questo tema vedi il brano: “Translazione o Trasformazione” di Ken Wilber, tratto dalla rivista “What is Enlightenment?”). Il potere degli archetipi possiede la mente degli individui che non hanno ancora preso coscienza di sé e non si sono liberati dai condizionamenti culturali e dalle prigioni concettuali acquisite. Essi proiettano all’esterno ciò che va realizzato individualmente in se stessi.

E’ infatti più facile impegnarsi ad accontentare l’io che mettere in discussione la sua realtà. E’ più facile seguire le ingiunzioni religiose che pensare con la propria testa e perseguire l’autoindagine e il risveglio. Più facile imparare a memoria dei complicati mantra sanscriti che guardarsi dentro e riconoscere le pretese e gli inganni dell’io.

Il Vedanta va oltre il linguaggio simbolico con profonde intuizioni che mettono in luce le illusioni mentali dell’uomo identificato con l’ego e indicano la via dell’integrazione della Coscienza. (Trovate testi su Shiva e il Non-Dualismo nel libro: La Saggezza non Dualista).

Sono indicate vie esperienziali alla trascendenza-integrazione e non solo fede in concetti, dogmi e simboli.  Se la vita è sogno, il risveglio è la liberazione da ogni conoscenza relativa, in quanto tutta la conoscenza mondana è Avidya (ignoranza). Troviamo le stesse indicazioni nel Buddhismo Zen, nell’insegnamento dei Buddha e dei Grandi Maestri buddhisti, come ad esempio il Mahamudra di Tilopa. Quando si compiono rituali o si accettano delle idee, sulla base dei condizionamenti culturali, quando si prendono i simboli o le parole alla lettera e ci si comporta come se, in cambio del rito o all’aderenza alla fede, Dio ci desse qualcosa in cambio si è davvero fuori strada. Questo commercio immaginario con un Dio altrettanto immaginario, è un altro inganno della mente. Se non rifiutiamo questa attitudine regressiva, la mente si ottunde.  Solo una mente libera da questo tipo di condizionamenti può attingere alla chiara percezione della realtà, alla saggezza discriminante e all’autenticità dell’essere. I gruppi che accolgono idee superstiziose, anche se sono formati da individui ispirati dalle migliori intenzioni, cadono facilmente in atteggiamenti settari e regressivi, che invece di portare alla conoscenza spirituale, sono un ennesimo rifugio dell’ego. E l’ego è sempre foriero d’illusioni, delusioni e conflitti. Sono mode culturali, nel cui contesto l’ego dei sacerdoti e l’ego dei devoti possono compiacersi di essere sulla giusta via, se non addirittura sulla strada della santità. 

C’è un modo sano e benefico di avvicinare i simboli archetipici che i rituali rappresentano. Queste pratiche possono essere passaggi di un autentico percorso spirituale e strumenti efficaci per pacificare la mente, rivolgere l’attenzione all’interno e connetterci con la Coscienza. Con il risveglio i testi del Vedanta e la saggezza di tutte le religioni divengono chiari e di facile comprensione, tanto che parrà impossibile averli per tanto tempo considerati astrazioni, che è  difficile se non impossibile applicare nel quotidiano. Per il successo sul cammino della liberazione è sempre indispensabile riconoscere gli inganni e i limiti del pensiero e l’evanescente natura dell’io. E’ necessario interpretare i simboli e, soprattutto, essere in grado di riconoscere i tranelli dell’ego spirituale.  Quella spirituale infatti è per l’ego la più subdola di tutte le fogge e la storia ce lo mostra chiaramente.

Filippo Falzoni Gallerani, Milano, Novembre 2012

Note

[1] Trimurti: Brama, Vishnu e Shiva.

[2] Presso la religione induista il Lingam, consiste in un oggetto dalla forma oblunga, simbolo fallico considerato una forma di Shiva. L’utilizzo di questo simbolo come oggetto di adorazione è una tradizione senza tempo in India. In termini metafisici, rappresenta la forma dell’Assoluto trascendente senza principio e fine, oppure la forma del relativo formale che si fonde con l’Assoluto senza forma, o Brahman. Gli studiosi fanno risalire l’origine del Linga all’antica civiltà della valle dell’Indo. Secondo i Purāṇa la sua più grande virtù è la sua semplicità, che si pone a metà tra la venerazione delle murti e la loro assenza, né forma né senza forma.

[3] Lo Shiva Purana ha radici in millenni A. C. mentre il Vedanta di epoca molto successiva. Il primo grande codificatore dell’Advaita Vedānta fu Adi Shankara (788820).

La filosofia e l’esperienza tramandata dai Maestri dei tempi arcaici dei primi Veda è racchiusa nel mito e nel simbolo ma nel Vedanta tutto è chiarito con coerenti ragionamenti filosofici che portano a conclusioni che oggi paiono attuali e coerenti con alcune prospettive della Fisica Quantistica. 

Fritzof Capra nel suo articolo “La danza di Shiva: la visione indù della materia alla luce della fisica moderna“, e più tardi in “Il Tao della Fisica” collega splendidamente la danza di Nataraja con la fisica moderna. Dice che:

“Ogni particella subatomica non solo esegue una danza energetica ma è anche un processo pulsante di creazione e distruzione … senza fine … Per i fisici moderni, la danza di Shiva è la danza della materia subatomica. Come nella mitologia indù, è una danza continua di creazione e distruzione che coinvolge l’intero cosmo; la base di tutta l’esistenza e di tutti i fenomeni naturali.”

Nel 2004, al CERN l’Organizzazione europea per la ricerca nucleareil centro europeo di ricerca in fisica delle particelle di Ginevra, è stata svelata una statua di 2 metri di Shiva danzatore cosmico. Una speciale targa accanto alla statua di Shiva spiega il significato della metafora della danza cosmica di Shiva con le citazioni di Capra: “Centinaia di anni fa, artisti indiani hanno creato immagini visive di Shiva danzante in una bellissima serie di bronzi. Nel nostro tempo i fisici hanno impiegato la più avanzata tecnologia per ritrarre i modelli della danza cosmica. La metafora della danza cosmica unisce così la mitologia antica, l’arte religiosa e la fisica moderna.

 

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