La vetta più alta del pensiero indiano è contenuta nel Vedanta, che significa fine o conclusione dei Veda. L’Advaita Vedanta , è una cristallina dimostrazione filosofica del Non-dualismo. La filosofia non-dualista è una via pratica e concreta all’autorealizzazione e all’autotrascendenza che porta a conoscere le realtà che i sensi non possono percepire.
L’India ha dato la nascita a grandi maestri dell’Advaita non solo in tempi remoti (ad esempio Shankara nel VI-VII secolo) ma sino ai giorni nostri. Risvegliati come Ramana Maharshi e Nisargadatta Maharaj, che hanno vissuto in decenni recenti, hanno lasciato insegnamenti di incomparabile valore, coerenti con gli antichi classici.
Quando nei primi anni ’90 in India, su suggerimento di un saggio bibliofilo, entrai in contatto con alcune Upanishad del VII secolo, fui subito consapevole che quegli antichi testi indicavano verità fondamentali, affatto dogmatiche, sempre attuali e della massima importanza. Si trattava delle stesse intuizioni che sono esposte nei dialoghi di Sri Ramana e di Sri Nisargadatta. Mi si aprivano davanti un grande spazio di chiarezza e una prospettiva che sentivo profondamente vera. Qualcosa che avevo intuito e vissuto ma che non ero mai stato in grado di esprimere in modo così evidente; avevo vissuto stati simili in gioventù durante un’esperienza perimortale e con le prime sedute di Rebirthing. Mi accorsi che forse erano quelle esperienze di stati di coscienza non ordinaria a permettermi ora di comprendere questi insegnamenti con facilità.
Negli anni ho letto e riletto questi testi dell’Advaita. Li ho considerati così importanti che durante i miei soggiorni in India ho tradotto e poi raccolto nel volumetto “La Saggezza non Dualista” parte della Ribhu Gita (la Gita di Shiva), dell’Avadhoota Gita e altri brani di Upanishad inedite in italiano. Oltre a questi, la lettura di “Io sono Quello” di Nisargadatta Maharaj è stato per me uno dei libri più illuminanti. Ho approfondito l’argomento con i colloqui di Ramana Maharshi, che ho riletto come una meditazione per decine di volte trovandovi sempre ulteriore profondità.
Queste indicazioni dei saggi, assieme alla pratica di breathwork e altre pratiche esperienziali, risvegliano delle intuizioni che rivoluzionano il modo di considerare sé stessi e la vita.
Le letture chiariscono le esperienze interiori e rendono evidente la falsa percezione che ci fa credere di essere individui separati in balia di una realtà priva di senso.
Queste conoscenze non hanno nulla a che fare con metodi o credenze, la fede nel pensiero positivo e le fantasie spiritualistiche dell’idealismo New Age. Non sono vie di fuga dalla realtà, ma consapevolezza del reale.
Le ispirazioni di saggezza che provengono dalla conoscenza di sé, sono di fondamentale importanza per qualunque psicoterapia e per ogni cammino di autorealizzazione, attualmente sono oggetto di studio e ricerca della Psicologia Transpersonale e sono coerenti con i nuovi paradigmi della scienza quantistico-relativistica.
Il significato occulto delle religioni, i misteri della metafisica e delle filosofie iniziatiche, la psicologia del profondo, il processo d’Individuazione suggerito da Jung, si comprendono in modo nuovo ed evidente alla luce di queste conoscenze illuminanti che conducono all’essenza di sé.
Non si tratta infatti di speculazioni astratte, ma di realizzazioni trasformative poiché la retta comprensione di sé stessi può davvero dissolvere i conflitti, donare equilibrio e serenità e aprire la strada alla saggezza intuitiva che guida all’autorealizzazione.
Conoscere sé stessi e cogliere la natura non divisa dell’Essere è sia la cosa più semplice da realizzare, sia la cosa più difficile. Il Sé é qualcosa che non si può trovare perché non lo si è mai perduto e perché non è “qual-cosa” e abbiamo bisogno di scuoterci dal sonno per poterlo riconoscere.
Ipnotizzati dal mondo del divenire abbiamo dimenticato chi siamo e ci perdiamo nella camera a specchi della mente.
Insegnamenti che in passato pochi iniziati potevano avvicinare sono ora diffusi in pubblicazioni cui tutti possono accedere, ma queste perle rare sono mescolate a un gran numero di falsi insegnamenti.
La maggior parte di ciò che il mercato offre è di più facile lettura e propone tecniche e metodi a sostegno dell’ego e allettanti promesse di potere personale e successo materiale.
Mentre nel non-dualismo troviamo verità che annullano le pretese dell’ego e che possono essere comprese solo attraverso l’intuizione e con sincera aspirazione per la verità quando si è maturi per coglierle.
I testi che cercano di semplificare riducendo l’esperienza alla comprensione di meri concetti ne stravolgono completamente il significato.
Non si tratta infatti di capire le parole né di coltivare nuove idee, ma piuttosto di immedesimarsi  negli  insegnamenti con sincera passione. A “chi” appare l’evanescente mondo del pensiero? Cos’è la consapevolezza che mi permette di osservare “le sensazioni e ciò che percepisce”?
Non ha forma e non può esser vista perché è sempre soggetto e mai oggetto, è il testimone che non può avere un testimone come insegna Shiva nella Ribhu Gita. 

Tutto il mondo delle percezioni è contenuto nella Coscienza e la liberazione deriva dalla conoscenza di sé come essenza a monte di qualunque identificazione, priva di forma e di attributi.

La domanda essenziale dell’Advaita Vedanta è: “Chi sono io?” alla quale ci si accorge di non poter trovare risposta, e in questa sospensione del pensiero e nel sapere di non sapere si possono aprire ampi orizzonti interiori. Non posso vedere colui che vede, né trovare il pensatore dei pensieri, il quale, sottoposto ad indagine, si rivela esso stesso un pensiero, che scompare appena sospendo il processo pensativo.

Si trascende il pensiero senza escludere quella saggezza discriminante che è un ingrediente indispensabile per non cadere in un mare di contraddizioni e paradossi. Per giungere alla conoscenza del Sé, devo scartare ciò che non sono. Di certo tutte le immagini e i pensieri su di me e sul mondo non sono me. La memoria del passato e di quanto ho vissuto non è me e neppure i desideri e il chiacchierio mentale cui assisto.

L’immagine che ho di me è anch’essa un pensiero. Quando rivolgo la mente all’interno, alla ricerca del testimone dei pensieri, riconosco che non c’è nessun “io” ma solo lo spazio di una consapevolezza impersonale e onnipervadente che è il substrato di tutte le sensazioni fisiche e mentali e di tutte le percezioni sensoriali (un vuoto privo di dimensioni che contiene ogni cosa).

Non ha centro, non ha caratteristiche come l’assoluta trasparenza e la vacuità e riconosco di essere coscienza solo quando non mi identifico in un oggetto-immagine proiettato dal pensiero.

Questa coscienza di Essere (prima di immaginare di essere “questo o quello”) è il Sé, terribilmente semplice e vicina e nello stesso tempo inafferrabile.

Questo Atman trascende il corpo e la mente e non è separabile da Brahman[1] (l’Assoluto) che trascende anche il testimone. Senza di esso non ci sarebbero lo spazio e il tempo che per esistere necessitano di qualcuno-qualcosa che li contenga.

Quando ci si immedesima nell’Atman si sperimenta “Sat-Cit-Ananda” (Essere-Coscienza-Beatitudine) uno stato che le parole non possono descrivere e che può comprendere solo chi lo vive.

La coscienza per manifestarsi ha bisogno di un corpo sostenuto dal respiro e dal cibo. Nel mondo fisico tutto pulsa, tutto è vibrazione e onde di diversa frequenza: sistole-diastole, inspirazione-espirazione, notte-giorno, tutto è percepito attraverso le coppie di opposti, caldo-freddo, luce-ombra, bene-male, ecc.

Il sorgere e il tramontare della coscienza si manifestano nei cicli di sonno-veglia, vita-morte, Essere-Non essere. Nella realtà non-duale le polarità e la divisione tra “osservatore e osservato” scompaiono nell’interdipendenza di ogni aspetto dell’Unità che tutto sottende. L’Advaita è al di là di dualismo e non dualismo. Chi è il Testimone del sorgere e del tramontare della coscienza? Nel sonno profondo non c’è pensiero né io, ma il Sé rimane, e torna a manifestarsi appena si è richiamati alla veglia. Che cosa è ciò che si situa prima della coscienza di essere e della divisione tra essere e non essere? I saggi dell’Advaita chiamano Parabrahman il substrato della coscienza. Tale stato assoluto è oltre ciò che il pensiero possa concepire e raggiungere.

Su questa impensabilità si è al lungo soffermato Nāgārjuna. Gran parte del suo insegnamento consiste in una critica sia alle dottrine che sottintendono l’esistenza dei fenomeni, sia a quelle che ne negano l’esistenza. Nāgārjuna non presenta alcuna dottrina, poiché l’esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione filosofica. Secondo Nagarjuna l’idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se la vacuità viene considerata un ente o un oggetto. La vacuità richiede, ed è, la rinuncia a ogni opinione.

Nel Madhyamaka Karira, Le Stanze del Cammino di Mezzo, nel II secolo della nostra era, scriveva:

Laude della Suprema Realtà

Come posso lodarti, Tu non nato e residente in nessun luogo, Tu che sorpassi ogni comparazione mondana, che trascendi la strada delle parole!

Tu non sei né lontano né vicino, né nell’etere né nella terra, né nella trasmigrazione né nel nirvana. Lode a Te, o Signore, che non risiedi dovechessia.

Tu non risiedi in nessun’entità, sei andato nel piano dell’assoluta realtà, hai raggiunto la profondità suprema. Lode a Te, oh Profondo

Con questa lode possa Tu essere lodato. Ma, in realtà, sei stato Tu lodato? Tutte le entità essendo vuote, chi mai è lodato? e da chi è lodato?

E chi Ti può lodare, Tu privo di nascita e di sparizione, Tu dove non c’è né fine né mezzo, né percezione né percepibile? …

È il “Nulla” alla base di “Tutto”. Un’attenta e sincera autoindagine conduce il serio ricercatore ad intuire la realtà non divisa, in cui riconosce la natura atemporale, “non nata” e immortale, in quanto oltre alla dimensione spazio-temporale, della pura consapevolezza che anima ogni cosa. Quest’intuizione diventa un’esperienza mistica quando realizza che questa realtà è lui stesso.  Quest’esperienza trasformativa è libertà dalla prigione della mente, dalla sofferenza e dalla paura. Il risveglio a questa consapevolezza è l’autorealizzazione e la fine del dolore. Non nella fantasia di speranze ultramondane, bensì nella pienezza del quotidiano e in un confronto armonico e spontaneo con il mondo fenomenico. Non è una fuga dal mondo, ma un modo di essere naturalmente in armonia con il dovere quotidiano. Non è qualcosa che trasforma in santi, invero è lo stato naturale della mente non divisa, che si manifesta nell’autenticità spontanea. Non possiamo comprendere queste righe se non realizziamo l’ovvietà di tutto questo. E anche queste sono solo parole, indicazioni per mettere un po’ d’ordine e calmare i dialoghi mentali. Limitarsi alla comprensione delle parole senza esperienza diretta conduce a paradossi dell’impensabile e a confondere la mappa con il territorio. Dalla prospettiva dell’Assoluto tutta la ricerca filosofica e l’io stesso che cerca sono aspetti dell’illusione.

Nel Sé scopriamo che è la vita stessa a prendersi cura di ogni cosa in perfetta armonia senza bisogno di un agente. Superati gli inganni dell’io e dell’inconscio entriamo nel flusso armonico del divenire e troviamo la vera serenità interiore e il modo di vivere nel mondo con efficacia nelle faccende del quotidiano.

Se invece l’ego, per automigliorarsi, cerca il Sé secondo i suoi condizionamenti, ne crea un’immagine ingannevole e caricaturale. Chi cade nel gioco delle illusioni pseudoreligiose finisce nell’inganno dei ruoli spirituali, che è una situazione che, a quanto pare, per essere superata alcuni devono dolorosamente attraversare poiché nell’illusione di essere illuminati si vive una vita inautentica e alienata. La falsa via dell’ego che spinge nel mercato dei maestri che vendono quello che la gente vuole sentirsi dire e falsi insegnamenti che conducono solo a più grandi illusioni.

Secondo l’Advaita e l’esperienza dei mistici, Dio è lo stesso Sé, “Io Sono Colui che È”. Quando l’io si arrende al Sé, l’io stesso diventa una sola cosa con Esso. Ma chi, dopo aver compreso le parole, si arrende davvero? Per questo a meno che circostanze della vita non ci portino oltre noi stessi, le pratiche di autoindagine e Breathwork sono necessarie per la liberazione.

Tu non sei né terra, né acqua né fuoco, né aria, né spazio. Per ottenere la liberazione riconosci il Sé come il testimone di tutto questo e come la Consapevolezza stessa.

Astavakra Samhita

“Se si indaga sull’esistenza dell’io si scoprirà che non esiste, ma se lo si considera esistente e si cerca di controllarlo, cioè se la mente cerca di controllare la mente, la situazione è quella di un ladro che si traveste da poliziotto per arrestare il ladro, cioè lui stesso. In questo modo l’io persiste e inganna sé stesso.”

 Sri Ramana Maharshi

 

Colui che vede che gli atti sono prodotti dalla natura e altresì che il Sé non è agente, quegli vede. Stando così le cose, colui che considera come agente unicamente l’io, quell’uomo debole di mente, a causa dell’immaturità del suo giudizio, non vede realmente.

Bhagavad Gita

 

[1] L’induismo ha come fondamento del messaggio spirituale che tutte le manifestazioni delle cose e degli eventi che ci circondano non siano altro che differenti manifestazioni della realtà ultima, chiamata Brahman. Il Brahman è la realtà ultima, inteso come vero “sé” o l’essenza di tutte le cose. Esso è infinito e trascende tutti i concetti; non può essere compreso né adeguatamente descritto dalle parole. Tuttavia la gente vuole parlare di questa realtà e i saggi indù, con la loro caratteristica inclinazione per il mito, hanno raffigurato Brahman come una divinità e ne parlano con linguaggio mitologico. I vari aspetti del divino hanno ricevuto i nomi delle diverse divinità venerate dagli Indù, ma i testi sacri indicano chiaramente che tutte queste divinità non sono altro che riflessi dell’unica realtà ultima. La manifestazione di Brahman nell’anima umana è chiamata Atman e l’idea che Atman è Brahman, la realtà individuale e la realtà ultima siano una cosa sola è l’essenza delle Upanisad: “E’ da questo che tutte sono animate; esso è l’unica realtà, è l’Atman e tu stesso lo sei.”

 

Milano 25 settembre 2017

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