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Introduzione

Nella ricerca spirituale, l’inganno più sottile e più comune in cui possiamo cadere è quello dell'”ego spirituale”. Nel tentativo di “praticare” la mente o di raggiungere l’illuminazione attraverso lo sforzo, non ci rendiamo conto che è proprio questo che crea la separazione dal “qui e ora”. Attraverso un divertente e illuminante aneddoto autobiografico vissuto in India, l’autore ci mostra in modo inequivocabile il paradosso che il controllo mentale può innescare.

Se sono stupido e pretendo di diventare intelligente, lo sforzo stesso che compio per tentare di diventarlo è una forma ancora più grande di stupidità, perché quello che importa è capire la stupidità. Nonostante tutti i miei sforzi per diventare intelligente, la mia stupidità rimarrà. Superficialmente potrò sembrare più colto, potrò imparare a fare delle citazioni, a ripetere brani di grandi autori, ma fondamentalmente rimarrò stupido. Se però vedo la stupidità, così come si manifesta nella mia vita quotidiana – se vedo come tratto un servitore, come mi comporto col mio prossimo, che si tratti di un povero, di un ricco o di un impiegato – se vedo i miei modi di fare e li comprendo, allora proprio questa consapevolezza toglierà di mezzo la stupidità.

(Jiddu Krishnamurti)

Nel trascendere le dualità della mente vi è la Visione Suprema; in una mente calma e silenziosa vi è la Suprema Meditazione, nella spontaneità la Suprema Attività. E quando sono morte tutte le speranze e tutte le paure la meta è raggiunta. Oltre tutte le immagini mentali la mente è naturalmente chiara: non seguire alcun sentiero per seguire il sentiero dei Buddha; non utilizzare alcuna tecnica per raggiungere la suprema illuminazione.

(Tilopa)

I SUBDOLI TRAVESTIMENTI DELL’EGO

Ecco un’altra storiella personale che si svolse in India. Anche in questo caso nulla di paranormale, nulla di metafisico. Si tratta della semplice osservazione di un tranello mentale che mi fece meglio comprendere il meccanismo generale d’autoinganno in cui spesso cadono i cosiddetti ricercatori spirituali. Poter ridere di sé stessi fa molto bene.

Anni fa in India mi accadde di vivere un’esperienza che, seppure a prima vista può sembrare una banalità, invero si è rivelata un vero insegnamento. Credo che esemplifichi in termini molto semplici, attraverso un normale episodio della vita quotidiana, uno degli aspetti cruciali dei meccanismi con cui la mente ci inganna se non riconosciamo la differenza tra il movimento del pensiero e la consapevolezza, tra l’io che persegue i suoi fini e la coscienza di Sé.

Dalla fine degli anni ’70 ho passato l’inverno in India nell’Ashram di Haidakhan che è situato in una magnifica valle ai piedi dell’Himalaya, attraversata da un puro torrente. È lì che ho incontrato il grande guru Sri Babaji e iniziato le pratiche Yoga. Ho continuato a recarmi per molti anni anche dopo la sua scomparsa per un totale ad oggi di trentasei soggiorni. Non intendo raccontare qui la mia lunga storia e arrivo subito alle comiche circostanze che mi hanno, per l’ennesima volta, portato a smascherare gli inganni dell’io e i paradossi in cui si può cadere nella ricerca spirituale.

Una sera, prima di dormire, ascolto per un paio d’ore un audiolibro di Eckhart Tolle, l’autore de “Il potere di adesso”. Molti conoscono i suoi scritti che hanno avuto un grande successo e venduto milioni di copie. Essenziale nel suo discorso è il tema dell’attenzione, della consapevolezza e dell’assenza di un io separato dalla percezione, che sotto molti aspetti è in linea con il messaggio di Jiddu Krishnamurti e con la filosofia Advaita che sono tra gli argomenti che ho maggiormente approfondito.

Trovavo interessante Tolle, perché senza alcun particolare background, anzi dopo una vita caratterizzata da nevrosi e depressione, una subitanea presa di coscienza lo aveva portato a godere di beatitudine e serenità. Senza aver seguito pratiche o tecniche particolari e senza aver avuto un maestro, aveva realizzato spontaneamente quella consapevolezza non duale, di cui parlano i Maestri, a cui le tecniche psicospirituali conducono solo dopo un profondo lavoro su se stessi.

Ramana Maharshi, Krishnamurti o Aurobindo ci paiono esseri eccezionali con un destino particolare, favorito dal contesto sociale e storico, mentre questo Tolle pare un uomo comune, del nostro tempo, vissuto all’interno della nostra cultura con i problemi personali comuni a tutti. Nelle semplici parole di Tolle ritrovavo argomenti come la consapevolezza del presente, oltre parole e pensieri e anche temi classici degli insegnamenti di Gurdjieff sul ricordo di Sé, che ho sempre apprezzato. Ascoltando Tolle quella sera mi tornarono alla mente gli esperimenti che facevo da ragazzo esercitandomi a restare consapevole durante i sogni, o gli esercizi di attenzione consapevole di ogni movimento come la camminata consapevole dello Zen e altre cose simili.

In quei giorni in India ero in uno stato mentale assai sereno, l’ambiente rendeva molto facile vivere nel qui e ora senza conflitti mentali che mi potessero disturbare, e dedicavo molte ore al giorno alla meditazione e allo studio dei testi classici. Tuttavia quella sera, decisi che comunque doveva “farmi bene” applicare intenzionalmente la pratica dell’attenzione che Tolle suggeriva, con un impegno costante per le ore successive.

Spenta la luce attorno alle 23 mi concentro e ho la sensazione di passare consapevolmente dalla veglia al sonno. Come mi ero ripromesso, una certa presenza rimane come sottofondo al mio sonno con la strana sensazione che il tempo si fermi seppure la notte trascorra in un attimo. Mi sveglio alle 3:29 (un minuto prima del trillo della sveglia) fresco e riposato e mi sembra di essere rimasto sempre presente.

L’idea con cui mi sono addormentato è ancora attuale e mi alzo dal letto con l’intenzione di realizzare al massimo la consapevolezza, desideroso di praticare al meglio la presenza mentale. Ogni movimento è consapevole, il dentifricio depositato con cura consapevole sullo spazzolino, la moka consapevolmente riempita senza far cadere un granello di caffè, il gas acceso con la prima scintilla dell’accendino piezoelettrico ed ho l’impressione di bere la fumante bevanda molto consapevolmente.

Alle quattro meno dieci esco nella notte stellata e con camminata consapevole attraverso il boschetto di manghi, supero i nove templi e il dhuni e scendo le scale che conducono al sassoso greto del fiume, attento a ogni suono e sensazione. La luna e le stelle si riflettono luminose sulla superficie della piscina creata dalla diga di sassi che ho costruito nelle settimane precedenti.

Mi spoglio della giacca a vento, della kurta di lana pesante, dei due maglioni, della maglietta di lana e di calzamaglia e pantaloni, abiti necessari all’alba in questi freddi giorni di gennaio. Ogni gesto è assaporato con consapevolezza e con cura, metto gli abiti ben piegati per poterli indossare in fretta e non prendere freddo dopo il bagno, senza rimanere impigliato in una manica rovesciata o scambiare il davanti con il dietro di un golf. Mi sento attento a tutto e concentrato. Eccomi nudo, nella gelida notte, pronto a tuffarmi nelle acque cristalline della Gotami Ganga.

Un pungente vento dal Nord entra nella valle proprio mentre sto per tuffarmi nella pozza profonda… ed ecco che con stupore mi accorgo… che per la prima volta in trent’anni mi sono dimenticato di portare con me l’accappatoio!

L’accappatoio è la cosa più difficile da dimenticare perché sempre ci si ricorda che appena usciti dall’acqua ci vuole subito qualcosa di asciutto.

La cosa più comica è che l’ho dimenticato proprio quando mi ero impegnato come non mai a coltivare l’attenzione! Nel cercare di vivere nel presente, ho tralasciato la cosa più importante, ho perduto il contatto con il presente in cui in realtà già vivo.

Un flash illuminante mi attraversa la mente! Capisco che ho toccato uno dei paradossi classici in cui cade l’ego nella sua ricerca di automiglioramento. La mia incontenibile risata echeggia nella valle. Mio Dio! Sono già Consapevolezza e mi sforzo di raggiungerla? Lo sforzo di essere consapevoli non è forse un ostacolo alla consapevolezza che nasce spontanea in una mente sgombra e libera di scopi?

Sento come mai prima la stupidità della ricerca della presenza mentale attraverso il pensiero e, nello stesso tempo, capisco che è un atto d’intelligenza proprio il rendersi conto dell’inganno dell’io che vuole “essere presente”.

L’io e il pensiero sono il prodotto del movimento della mente nel tempo e non conducono al presente che è oltre la concettualizzazione perché è già l’autoevidente realtà.

Non è facile rendersi conto di questo perché è un’illusione collettiva condivisa e promulgata dalla società in cui viviamo, che si basa su ego e pensiero (e vediamo che i risultati sono un mondo in cui la conflittualità e la confusione sono diffuse a ogni livello).

Per superare gli inganni della mente dobbiamo smascherarli in noi stessi e renderci conto della natura paradossale di questa sfida, che al fine conduce alla resa e all’autentica trascendenza dell’io. Ma “Nulla è più facile del continuare a percorrere vie infantili o di farvi ritorno” diceva Jung. Si tratta di una radicale trasformazione della prospettiva e non di un graduale miglioramento all’interno delle nostre illusioni egoiche.

Si tratta di farla finita con il desiderio di trasformazione nel tempo, con le pretese di uno sforzo di automiglioramento che, da questa prospettiva egoica, si dimostra inutile e autofrustrante. Per questo l’idea di “risveglio” è molto più calzante.

Ci vuole sforzo e impegno per costruire una casa con le proprie mani ma di certo non serve lo sforzo per essere sé stessi.

Deve compiere uno sforzo l’onda per sentirsi oceano, o semplicemente è sufficiente che riconosca la realtà abbandonando così l’illusione di una propria natura indipendente?

Com’è vero tutto quello che ripeteva Krishnamurti. E com’è facile tradire ciò che si è compreso a livello intellettuale, nel momento in cui è l’ego a dirigere il pensiero.

Quante volte mi ero ripetuto che lo sforzo di meditare è antitetico alla meditazione e che è il silenzio interiore che ci conduce alla realtà, ma l’inganno si nasconde persino nella “ragionevole” intenzione di praticare la consapevolezza.

Questa situazione mi ha mostrato per l’ennesima volta il mimetizzarsi dell’ego nella forma più subdola: “l’ego spirituale”. Il riconoscere questo tranello mentale mi è sembrato più illuminante di molte ore di meditazione.

Solo quando il senso dell’io separato si dissolve ci svegliamo alla realtà. Solo vedendo e integrando l’ombra entriamo nella Luce… Solo riconoscendo le illusioni mentali troviamo la Realtà… Solo morendo a noi stessi viviamo nell’Eterno Ora…

Filippo Falzoni Gallerani, Ostuni, agosto 2012

Per approfondire

Inganni dell’io – Onda e Oceano 

Vita e pensiero di Jiddu Krishnamurti 

 

FILIPPO FALZONI GALLERANI