DIVERSI LIVELLI DI COMPRENSIONE

DIVERSI LIVELLI DI COMPRENSIONE

 Secondo alcuni antropologi e studiosi della psicologia di frontiera, l’umanità sta differenziandosi tra coloro che sono più o meno consapevoli del Sé (come totalità dell’Essere) e che vivono usando il cuore fluendo con la vita e coloro che vivono schiavi dei valori dell’ego e perseguono frustranti progetti di potere. La massa degli individui appartiene alla seconda categoria e vediamo il riflesso dei conflitti interiori proiettati nella crisi ecologica, economica e sociale che regna nel mondo.
La prima categoria è ancora molto minoritaria anche se pare che in questi tempi di crisi globale si stia espandendo come reazione alla caduta dei valori. Il conflitto e la contraddizione sono la natura essenziale dei dualismi della psiche umana. Pochi desiderano affrontare queste dimensioni interiori profonde dove solo la consapevolezza del Sé può conciliare la tensione degli opposti che ci lacera.
Ho avuto molte resistenze a scrivere questo “brano del mese” perché ho avuto la sensazione che, per quanti sforzi faccia per esprimermi in modo chiaro, è quasi impossibile trasmettere l’essenziale a chi non ha esperienza di un diverso modo di sentire.
L’intuizione di essere consapevolezza impersonale che osserva la realtà senza il filtro di desideri e paure, oltre i conflitti e le contraddizioni interiori, è lo scopo di tecniche esperienziali volte al risveglio come il Rebirthing Transpersonale, che attraverso il respiro può mettere in contatto con la consapevolezza del Sé. Ma anche il metodo più efficace funziona solo se si è diretti nella giusta direzione perché come diceva Seneca “Nessun vento è favorevole per il navigante che non sa dove andare”, penso quindi che condividere tali argomenti con chi si avvicina senza esperienza diretta è forse impossibile. Ad esempio, in un brano che ho scritto tempo fa intitolato “La ricerca di una nuova coscienza”, tra le altre cose citavo un concetto teosofico secondo il quale i problemi umani sono causati da tre fattori soltanto: l’ignoranza, la paura e l’egoismo. L’ignoranza è soprattutto “ignorare di ignorare” e quindi attaccarsi a opinioni e ideologie che dividono… ecc.
Concetti come questi sono stati ripetuti nei secoli, ma il mondo non è cambiato, la gente raramente si emancipa dall’ego e dai conflitti e la maggior parte degli individui è più attratta dal denaro e dal potere e da mete narcisistiche che dall’autorealizzazione, la conoscenza e la liberazione.
Comprendere davvero porterebbe a risolvere problemi e conflitti, ma se non si vede la realtà che le parole indicano, anche i concetti più elevati sono inutili.
Leggere riflessioni come: l’ignoranza consiste nell’ignorare di ignorare, la paura paralizza l’intelligenza, l’ego è alla radice di ogni conflitto, ecc., per molti sono solo “belle parole” e tutto finisce lì. Anche riconoscere che questa “società civile” è formata da individui che ignorano di ignorare e sono vittime dell’egoismo e della paura serve a ben poco. Oppure si possono ricordare momenti in cui abbiamo riconosciuto in noi stessi questi veleni, ma anche questo tipo di analisi del passato non è trasformativa (come dimostrano gli scarsi risultati delle terapie strettamente analitiche). La comprensione che induce cambiamento si manifesta solo nell’istante in cui riconosco in me nel presente questi atteggiamenti che la mente rifiuta e nasconde.
Essendo consapevoli, attimo per attimo, dei movimenti del pensiero ci rendiamo conto che una parte di noi è attaccata a conclusioni e credenze perché ignoriamo di ignorare ed è proprio questa presa di coscienza che ci riporta alla vera consapevolezza. E come si sta bene quando si coglie la Verità, che magnifica sensazione di libertà e leggerezza interiore!
Dovremmo renderci conto che il movimento del pensiero, se non lo controlliamo, è rivolto alla ricerca della sicurezza e del piacere e non alla percezione oggettiva di ciò che è che è la sola via che conduce alla Conoscenza e alla Libertà.
Non vogliamo vedere l’ombra e accettare l’ignoto e ci aggrappiamo ai condizionamenti di descrizioni illusorie ereditate di generazione in generazione. Per vedere con chiarezza è necessaria libertà dalle immagini con cui ci si identifica e prendere coscienza di Sé, il Testimone che è consapevolezza della totalità dell’Essere.
Questa non è una fuga dal coinvolgimento con il mondo esterno, bensì un confronto con il proprio Io. Per questo dobbiamo ascoltare e riconoscere i movimenti della psiche profonda e confrontarci con le dinamiche inconsce che ci condizionano, ciò che C. G. Jung chiama l’Inconscio Collettivo, un mondo che trascende la nostra biografia e racchiude la storia dell’umanità e gli archetipi che ci possiedono. Per questo confronto ci vuole passione, impegno e sincerità con se stessi, ma molti preferiscono rimanere nel loro sogno infantile di onnipotenza e inseguire illusioni.
La vita va vissuta con autenticità, ma per farlo dobbiamo riconoscere e integrare la mente frammentata e avere il coraggio di affrontare la tensione degli opposti in noi stessi. Si tratta di vedere la realtà senza alternative cioè senza il filtro dell’ego, che cerca di avere tutto sotto controllo nella speranza che il mondo corrisponda alle sue aspettative.
Se non si è riconosciuta la natura del Sé e non si rivolge l’attenzione all’interno è raro che le parole possano condurre alla comprensione degli insegnamenti di saggezza. Per questo l’umanità si evolve tanto lentamente ed è meglio lavorare su se stessi che illudersi di cambiare il mondo.
 
Jiddu Krishnamurti ha passato la vita a spiegare con impareggiabile chiarezza e lucidità gli evidenti inganni mentali di cui siamo schiavi. Per oltre 60 anni ha parlato in tutto il mondo con incontri a cui partecipavano migliaia di persone. Sul suo pensiero sono stati pubblicati decine di libri in molte lingue ma il mondo non lo ha saputo ascoltare.
Nel 1985, ormai novantenne, parlando alle Nazioni Unite sul tema della pace mondiale, ribadiva la necessità di un cambiamento radicale nella coscienza individuale e dell’inutilità di tutte le organizzazioni che perseguono un ideale di pace quando i membri che la rappresentano non hanno trovato pace in se stessi. Ma, come appare chiaro nell’imbarazzante dibattito che ha seguito il suo discorso, nessuno dei presenti lo comprendeva. L’anno successivo in punto di morte K. pare si sia lamentato di aver sprecato la vita, dato che il suo messaggio non era stato compreso e la gente aveva seguito le sue conferenze solo per svago. Dopo tanti anni passati a cercare di risvegliare l’umanità dalle sue illusioni non notava alcun cambiamento profondo nella società bensì il perpetuarsi in tutto il mondo dei medesimi problemi.
Solo pochissimi, ascoltandolo, hanno vissuto quella rivoluzione interiore che trasforma radicalmente la comune prospettiva dell’io separato.
Ancor oggi, a distanza di 30 anni dalla sua scomparsa, nell’ambiente di coloro che s’interessano di ricerca interiore alcuni si vantano di essere Krishnamurtiani, affermazione che è già un’autocontraddizione dal momento che K. ha sempre lottato contro ogni tipo di dipendenza e suggeriva di “essere luce a se stessi”.
Altri ascoltando K. possono considerare eccellenti e profonde le sue idee e imparare a citarle per condividere piacevoli emozioni intellettuali (come probabilmente facevo anch’io in gioventù). Ma anche i pochi che leggendo K. hanno delle autentiche intuizioni, presto le inquadrano all’interno della loro prospettiva mentale e quando ricordano di aver avuto un momento di consapevolezza rischiano facilmente di impossessarsene intellettualmente e così rinforzare l’“ego spirituale”.
Pochi cercano la verità e molti cercano solo conferme concettuali a sostegno di ipotesi che non hanno riscontro nel loro vissuto reale e così proiettano ideali che non possono realizzare.
Quando penso che neppure K., nonostante le sue eccellenti qualità, è riuscito a trasmettere le verità che viveva e a rompere le barriere dell’ego di chi lo ascoltava, temo che il mio umile scrivere sia davvero destinato ad essere del tutto inutile. Ma, lo scrivere mi accade e condivido queste riflessioni che forse possono far chiarezza sulle difficoltà di condividere l’essenziale con chi è ancorato al piano mentale.
 
Aforismi
 
Vedere nella propria natura è vedere nel nulla. Vedere nel nulla è vero vedere ed eterno vedere.
Shen-hui
 
Vedere con chiarezza è poesia, profezia e religione, tutto in uno.
John Ruskin
 
“Essere senza pensieri” significa vedere e conoscere tutte le cose con una mente libera da attaccamenti… ma il trattenersi dal pensare a qualunque cosa, così che tutti i pensieri siano soppressi, significa essere ossessionato dal Dharma e dalle regole e ciò è sbagliato.
Hui Neng
 
Avendo preso coscienza della propria identità come il Sé, l’uomo diviene spersonalizzato; e in virtù della spersonalizzazione egli si riconosce come non condizionato. Questo è il mistero più alto che fa presagire l’emancipazione; attraverso la spersonalizzazione egli non partecipa più ai piaceri né ai dolori, ma attinge l’assoluto.
Maitrayana Upanishad
 
Noi dovremmo osservare e sapere veracemente che ogni tipo di virtù e di bontà, perfino quel Bene Eterno che è Dio Stesso, non può mai rendere un uomo virtuoso, buono o felice finché resta fuori dell’anima, cioè, finché l’uomo commercia con le cose esteriori attraverso i sensi e la ragione, e non si ritira in se stesso, non impara a comprendere la sua vita, a capire chi e che cosa egli sia.
Teologia Tedesca
 
Parlate di filosofia quanto volete, adorate tutti gli dei che volete, osservate tutte le cerimonie, cantate lodi devote a un numero indefinito di esseri divini – la liberazione non verrà mai, sia pure dopo cento ere del tempo, se non c’è la coscienza dell’Unicità del Sé.
Shankara
 
Filippo Falzoni G., Ostuni, Agosto, 2016

Sri Aurobindo la Shakti o Volontà

La Shakti

Auro

Parlerò oggi della Shakti o volontà-energia, poiché essa è il fondamento dello Yoga. La Shakti si trova nel settimo chakra il Loto dei mille petali sopra la sommità della testa e opera da tale sede d’azione. Sotto di essa alla sommità del cranio, c’è l’Intelligenza-comprensione (la Buddhi superiore) sotto la quale, c’è la Ragione (Buddhi inferiore); sotto quest’ultima, si trova l’organo di comunicazione con la mente sensoria (Manas). Potremmo chiamare quest’organo la “Comprensione”. La Conoscenza, la Ragione e la Comprensione sono le tre parti del cervello. Queste funzioni si trovano nel corpo sottile, ma sono collegate alle parti corrispondenti del cervello fisico.

La mente sensoria è nel petto, proprio sopra al cuore, ed è l’organo sensoriale con le sue cinque facoltà subordinate. Sotto il Manas, tra il cuore e l’ombelico, si trova la coscienza di base, mente emotiva, mente del cuore (Chitta). Da quel punto fino all’ombelico e oltre c’è la regione del prana psichico i piani sottili dell’essere (Suksma). Tutti si trovano nel corpo sottile (Sukshma deha), ma sono collegati ai rispettivi punti con il corpo materiale (o Sthula deha). Due funzioni sono situate nel corpo materiale stesso: il prana fisico o sistema nervoso nel corpo materiale (lo Annam o materia grossolana). Ora, la Volontà è l’organo dell’Ishwara o Maestro vivente del corpo. Essa opera attraverso tutte queste funzioni: attraverso la Comprensione (Buddhi) per il pensiero e la conoscenza, attraverso la mente sensoria (Manas) per la percezione sensoriale, attraverso la mente emotiva, (Chitta) per l’emozione e attraverso il Prana per la fruizione.

Quando funziona perfettamente operando in ciascun organo secondo le sue capacità, l’azione della Shakti diviene perfetta e infallibile. Ma esistono due cause di debolezza, d’errore e di cedimento. Innanzi tutto, la confusione degli organi. Se il Prana interferisce nella sensazione, nell’emozione e nel pensiero, allora la persona diventa schiava del Prana e dei desideri.

Se la mente emotiva interferisce con la sensazione e il pensiero, allora questi ultimi sono viziati dalle emozioni e dalle loro corrispondenti voglie. Se per esempio l’amore interferisce con la ragione, la persona diventa cieca rispetto all’oggetto del suo amore, non sa distinguere tra il giusto e lo sbagliato, tra kartavya e akartavya, in tutto ciò che riguarda l’oggetto del suo amore. Diventa in misura più o meno grande schiava delle emozioni, dell’amore, dell’ira, dell’odio della pietà, della vendetta ecc. Nello stesso modo se la mente sensoria interferisce con la ragione, la persona prende le proprie sensazioni per idee giuste o veri argomenti. Giudica basandosi su ciò che vede e sente in luogo di giudicare ciò che vede o sente. Se, ancora, la ragione, l’immaginazione, la memoria interferiscono con la coscienza, la persona è tagliata fuori da ogni conoscenza superiore, vaga in tondo nel circolo interminabile delle probabilità e possibilità. Se, infine, persino la ragione interferisce con la Volontà, allora la persona resta circoscritta al potere della sua limitata conoscenza, invece di avvicinarsi sempre più all’Onnipotenza. In breve se una macchina o strumento è impiegata per un lavoro cui non è adatta, per cui non è stata creata o adattata fin dall’inizio, o non sarà per nulla in grado di fare il suo lavoro, oppure lo farà male in quanto si viene a creare dharma-sankara (confusione delle funzioni).

Quello che ora ho descritto è lo stato normale degli uomini prima che conquistino la Conoscenza. Tutto è confusione delle funzioni: cattiva amministrazione e governo incompetente o ignorante (Dharma-sankara). La Volontà, il vero ministro, è ridotta a un burattino dei funzionari di più basso rango che lavorano tutti per i loro scopi egoistici, interferendo l’uno con l’altro e ostacolandosi l’un l’altro o favorendosi l’un l’altro in modo disonesto, per il loro tornaconto e a detrimento dell’Ishwara loro signore.

Egli non è più l’Ishwara, ma è anisha, (non padrone, soggetto alla natura), diventa la marionetta e lo zimbello dei suoi servitori. Come mai lo permette? A causa della non-conoscenza (Ajnanam). Non sa, non si rende conto di quello che i ministri e i funzionari e il loro innumerevole seguito di portaborse stanno facendo di lui. Che cosa è la non-conoscenza, Ajnanam? E’ l’incapacità di riconoscere la propria vera natura, posizione e autorità.

Egli ha cominciato con il provare un profondo interesse per una piccola provincia del suo regno, il corpo. Ha pensato, “Questo è il mio regno.” E’ diventato lo strumento delle proprie funzioni fisiche. Così anche con l’essere nervoso, sensoriale, emotivo e mentale: egli s’identifica con ciascuno di essi. Dimentica d’essere diverso da loro, e molto più grande e potente. Ciò che deve fare è riprendere in mano le redini del potere, ricordarsi di essere l’Ishwara, il re, il signore e Dio in persona.

Basandosi su questa presa di coscienza deve ricordarsi d’essere onnipotente. Ha al suo fianco un grande ministro la Volontà. Che egli sostenga e diriga la Volontà e la Volontà porterà l’ordine nel governo e costringerà i funzionari a fare ciascuno il proprio dovere in tutta obbedienza e perfezione. Naturalmente, questo non accadrà subito. Prenderà tempo. I funzionari sono così abituati a lavorare nella confusione e nel malgoverno che all’inizio saranno recalcitranti a lavorare nel modo appropriato; e, d’altra parte, anche se volessero farlo lo troverebbero difficile. Non saprebbero nemmeno da dove cominciare. Per esempio, qualora incominciate a usare la vostra volontà, che cosa è probabile che accada? All’inizio cercherete di usarla attraverso il Prana, il desiderio, la vaghezza, la speranza; oppure l’userete attraverso il Chitta, con emotività, eccitazione, aspettativa, o attraverso il Manas usando combattimento con sforzo (Cheshta), come se lottaste fisicamente contro la cosa che volete controllare; oppure userete la ragione cercando di dominare il soggetto del vostro interesse con il pensiero, pensando “così sia”, “che questo accada”, ecc. Tutti sono metodi che lo Yoghi usa per ritrovare il potere della Volontà: lo Hata-Yoghi usa il Prana e il corpo, il Raja-Yoghi usa il cuore, il Manas e la Buddhi. Ma il metodo migliore sfugge a entrambi. Anche il secondo metodo è solo un ripiego che necessariamente comporta lotta, sconfitta e frequente disappunto. La Volontà è perfetta nella propria azione solo quando opera in modo indipendente da tutte queste cose, diretta verso il suo oggetto dal Sahasradala, senza sforzo, senza emozione e ansietà, senza desiderio. Obbedisce sempre all’Ishwara, ma agisce in sé stessa e attraverso sé stessa. Usa le altre cose, non dev’essere usata da queste. Ogni funzione per sé e la Volontà è la sua propria funzione.

Usate la Buddhi per la conoscenza, non per il comando; usate il Manas per la percezione sensoriale, non per il comando né per la conoscenza; usate il cuore per le emozioni, non per la percezione sensoria, la conoscenza o il comando; usate il Prana per la fruizione, e per nessun’altra cosa. Usate il corpo per il movimento e l’azione, non come una cosa capace di limitare o determinare la conoscenza, l’emozione, la percezione dei sensi, il potere di godimento. Dovete quindi mantenervi distaccati e comandare tutte queste cose come entità da voi separate. Esse sono semplici yantra, meccanismi; il Purusha (lo Spirito) è lo Yantri o Signore del meccanismo e l’elettricità o potere motore è il Volere. Questa è la vera conoscenza. Vi dirò in seguito come farne uso. E’ questione di pratica, non di semplice insegnamento. Colui che ha anche solo un poco di dhairyam, la calma costanza, usando il Volere può avvicinarsi per gradi alla padronanza del meccanismo. Ma prima egli deve sapere; deve conoscere la macchina, il potere motore, deve conoscere sé stesso. Non è necessario che la conoscenza sia perfetta per cominciare, ma dev’esserci almeno una conoscenza elementare, come quella che sto cercando di darvi. Vi sto spiegando le diverse parti della macchina, la loro natura e le loro funzioni, la natura del Volere e la natura dell’Ishwara.

Sri Aurobindo (F. Falzoni)

Maestri Indiani  Sri Aurobindo

Una nuova Coscienza

Aurobindo è una delle gradi figure dell’India moderna, ebbe una funzione politica per la liberazione dell’India dal giogo coloniale ma è stato principalmente un profondo filosofo, un mirabile poeta e un grande mistico. Il modello di sviluppo dello Yoga Integrale ha ispirato la Psicologia Integrale e Transpersonale ed è un riferimento sempre valido all’interno delle più avanzate ipotesi scientifiche sulla natura della coscienza.

Aurobindo nasce a Calcutta nel 1872 da Krishnadan Ghose, un medico idealista e da Swarmalata Bose, figlia di Rajnarayan Bose, un noto letterato. Il padre, che ammirava la scienza e la tecnologia occidentali, lo manda a studiare in Inghilterra ma gli invia pochissimo denaro perché troppo spesso lavora gratuitamente per i non abbienti. Così Aurobindo dove mantenersi con le borse di studio che ottiene grazie ai suoi eccellenti risultati. Supera tutti gli esami a Manchester e a Londra sino a essere ammesso al prestigioso King’s College di Cambridge, l’università delle classi dirigenti.

Dotato di una memoria e di un’intelligenza straordinarie impara l’italiano, il tedesco e lo spagnolo per poter leggere Dante, Goethe e Cervantes in originale e diviene presto un profondo conoscitore della letteratura occidentale antica e moderna. Al suo ritorno in India, Aurobindo è fortemente impressionato nel vedere che il suo paese è crudelmente sfruttato dagli inglesi che stanno cercando di sradicare l’antica cultura indiana come fosse solo superstizione di un popolo inferiore.

Nonostante abbia ruoli di prestigio come segretario personale del Maharaja di Baroda e sia vicepreside all’università di letteratura dove insegna, si mette alla guida di un movimento anticolonialista con l’intento di risvegliare la coscienza del suo popolo. Diventa un personaggio molto scomodo per l’Impero Britannico e nel 1908, denunciato da falsi testimoni, è arrestato e condotto nel carcere di Alipore con l’accusa di essere il mandante di un attentato dinamitardo. Vi rimarrà un anno in attesa di un processo che avrebbe potuto comportare la pena di morte ma nell’isolamento del durissimo carcere avviene il suo pieno risveglio spirituale.

Entra in contatto con una guida disincarnata che lo porta a realizzare in poco tempo la pienezza dello Yoga della Gita e a riconoscere la propria essenza spirituale. Ricorda che questa è la stessa voce interiore che tempo prima lo aveva avvertito che presto avrebbe dovuto passare un periodo d’isolamento e totale solitudine. In carcere, nei momenti più difficili in cui la mente vacilla di fronte al naufragio del suo progetto esistenziale, riconosce in sé la presenza di una consapevolezza superiore che non appartiene al suo io ma a Vasudeva, il divino stesso in lui. (Vasudeva è un nome di Krishna).

Nel primo discorso pubblico dopo il rilascio afferma di aver compreso che una forza superiore ha diretto ogni avvenimento e dopo essere entrato in contatto cosciente con essa i suoi scopi non sono più politici bensì il suo compito è quello di portare l’umanità verso più vasti spazi di consapevolezza. La sua realizzazione “Supermentale” è la manifestazione del gradino evolutivo che attende la coscienza umana.

Aurobindo racconta che quando durante la reclusione riconobbe in sé il Divino iniziò a vederlo in ogni cosa. Le stesse mura del carcere erano della sostanza di “Vasudeva” e persino i falsi testimoni e il pubblico ministero erano quell’Unico Essere. Le cose si volgono a suo favore e uscito dalla prigione si reca al Sud in Tamil Nadu dove vivrà il resto della sua vita a Pondicherry, una linda cittadina coloniale francese che si affaccia sul mare. Il Tamil Nadu è una delle più belle regioni dell’India, zona costellata da antichissimi e grandiosi templi, che da secoli è patria di dinastie di grandi Yogi tra cui Ramana Maharshi. Qui svolgerà il suo grande lavoro interiore che ha come scopo lo sviluppo della coscienza collettiva verso un più alto stato di consapevolezza.

Lo Yoga Integrale

Attorno a lui si riuniscono ricercatori spirituali e nasce un piccolo ashram, ma è dopo l’incontro con Mirra Alfassa, “Mére”, che sarà la sua controparte spirituale, che si sviluppa un grande centro che attira devoti da tutto il mondo. Mirra sin da bambina aveva manifestato straordinarie doti psichiche e paranormali ma appartenendo a una famiglia d’intellettuali atei dovette nascondere le sue esperienze extracorporee e transpersonali.

Nelle sue visioni gli appariva una figura vestita con una specie di tunica bianca con lunghi capelli e occhi penetranti. Quando in visita in India incontrò Aurobindo lo riconobbe esattamente come il personaggio delle sue visioni persino negli inconsueti abiti orientali. L’incontro di una figura femminile in grado di aiutarlo sul piano pratico e di comprenderlo sul piano spirituale permise ad Aurobindo di portare avanti il grande progetto che dopo la sua scomparsa nel 1950, inizia a prendere la forma di una città del futuro, basata sulla nuova coscienza.

Aurobindo concepisce il suo “Yoga Integrale” e si dedica a tempo pieno alla meditazione e alle sue opere filosofiche e poetiche e mantiene contatti con i devoti rispondendo a migliaia di lettere e per molti anni è tanto assorbito da questo compito da apparire in pubblico dal balcone della sua stanza solo una volta all’anno.

Aurobindo, che dormiva solo 3 ore per notte, scrive anche sei libri contemporaneamente. Al riguardo disse in una lettera: “Vorrei sottolineare che non pensavo quando scrivevo di filosofia come non penso mai quando scrivo queste lettere e queste risposte… Scrivo nel silenzio mentale cose che arrivano già formate… Il migliore sollievo per il cervello è quando il pensiero si forma fuori del corpo e al di sopra del capo. In ogni caso per me è avvenuto così”.

 

Oggi chi si addentra nei ponderosi 20 volumi della sua opera rimane sopraffatto dalla profondità, lucidità e ampiezza del suo pensiero. Tuttavia, con il suo caratteristico humor, Aurobindo disse che tutta la sua opera era stata scritta al solo scopo di calmare la mente dei seguaci. L’insegnamento, infatti, è diretto a una coscienza che va oltre l’uomo attuale identificato con il corpo-mente a un livello di sviluppo ancora imperfetto e conflittuale che deve essere superato.

Nelle sue opere presenta una visione del mondo, della coscienza e dell’evoluzione che il premio Nobel Romain Rolland definì “la più vasta sintesi mai realizzata tra il genio dell’Asia e il genio dell’Europa”. Aldous Huxley invece parlò di Sri Aurobindo come del “Platone delle generazioni future”. Chi visita Auroville vi trova un laboratorio della coscienza dove risiedono migliaia di occidentali e indiani che stanno cercando un modo diverso di essere e di vivere anche se con i limiti e i difetti che l’umanità porta con sé. L’insegnamento di Aurobindo e Mére, invero, è diretto a un’umanità che si risveglia alla propria natura divina, cosa che attualmente è ancora abbastanza rara. Ma di certo il visitatore sensibile percepirà la bellezza e l’atmosfera che si respirano in questo luogo e la luce che Aurobindo ha lasciato sul sentiero della verità.

Se si è consapevoli della propria anima, si sente che lo psichico è il proprio vero essere, mentre la mente e il resto cominciano a essere soltanto gli strumenti di ciò che è più profondo…

Sri Aurobindo – Lettere sullo Yoga – Vol. IV – Cap. XXI – pag. 160-161

Legge e scopo principale della vita individuale è la ricerca del proprio sviluppo. Consapevolmente o semi consapevolmente, o con un inconscio e oscuro brancolare, la vita individuale si sforza sempre, e a buon diritto, di trovare un’autoespressione, cioè di scoprire in sé la legge e il potere del proprio essere e attuarli…

Aurobindo, The Human Cycle

Per avvicinare il pensiero di Aurobindo un buon libro di facile lettura è: “L’avventura della coscienza” di Satprem, Ed. Mediterranee.

Di Aurobindo: Sintesi dello Yoga (3 volumi), Ed. Ubaldini  e La Vita Divina (2 volumi), Ed. Mediterranee.

Bibliografia completa: http://www.sriaurobindoyoga.it/bibliografia.htm

Visita a Pondicherry

Il mio primo viaggio in India

Il messaggio dei veri maestri spirituali non può essere compreso da una prospettiva “mentale”. Circostanze favorevoli e l’atmosfera magica dell’India del mio primo viaggio quarant’anni fa mi hanno offerto un’indimenticabile esperienza della realtà indicata dal Vedanta: la realtà oltre il pensiero, la Consapevolezza non divisa, l’attimo eterno

Il mio primo viaggio in India fu così suggestivo e costellato di sincronicità che mi innamorai di quel Paese tanto da farne per oltre trent’anni una seconda patria. Ero partito dall’Italia per un viaggio turistico nel Sri Lanka e senza un programma per l’India; poi sulla via del ritorno all’aeroporto di Colombo trovai un volo per il Tamil Nadu e prolungai il soggiorno. Colsi l’occasione perché ero attratto dall’idea di visitare l’ashram di Sri Aurobindo, di cui avevo letto con passione alcune delle sue importanti opere. Un vecchio aereo a elica mi portò al piccolo aeroporto di Tiruchirappalli, che a quei tempi assomigliava a una stazione degli autobus della provincia italiana degli anni cinquanta, da lì proseguii in bus verso Pondicherry.

Tamil Nadu, una terra di mistici.

Questa regione è, assieme all’Himalaya, la terra che ha dato la nascita al maggior numero di mistici dell’India. In anni recenti qui ha vissuto il grande Ramana Maharshi (1879-1950) e nel suo ashram, nei pressi della montagna sacra di Arunachala, ancora si raccolgono devoti e ricercatori da tutto il mondo. Tutta la regione è costellata di luoghi sacri e degli splendidi templi della dinastia Pallava (600 – 900 d.C.) e nei secoli i più grandi maestri della tradizione shivaita hanno vissuto in questo territorio ricco d’arte, di cultura e dei generosi doni della natura.

Il tempio di Tanjore, dedicato a Shiva.

Durante il percorso verso Pondicherry per una sosta di ristoro, del tutto inaspettatamente mi trovai di fronte al magnifico tempio di Tanjore. Un grande tempio dedicato a Shiva, fatto costruire intorno all’anno 1000 da Rajaraja, il re mistico e visionario della dinastia Chola. Se vi fossi giunto già con l’idea di visitare un grande tempio non avrei potuto sperimentare quella sensazione di stupore di fronte all’intricata geometria di statue che ornano l’altissima piramide del Mandir, che, come cupola, ha un monolite di granito di 300 tonnellate! Ricordo che in quell’atmosfera di sogno la maestosità del tempio mi fece immaginare l’intervento di un’intelligenza superiore. Nessuna foto può ridare la percezione di grandiosità che provai in quel momento, in cui mi parve di veder emergere dalla pietra la profondità dell’antica cultura indiana e il potere creativo dello spirito.

Uno stato di grazia

Arrivato a Pondicherry trovai comodo riposo alla guest-house dell’ashram che offriva una linda cameretta a pochi passi dal mare. Dormii cullato dal rumore delle onde in uno stato d’animo particolare, dal momento che mi ero innamorato dell’India e come ogni innamorato ero in uno stato di grazia e umore radioso.
Ricordo come un sogno il tragitto in bicicletta da Pondicherry ad Auroville nel mio primo viaggio nel ‘74, i villaggi di capanne semplici ma meravigliosamente decorate nello splendido paesaggio subtropicale di un’India preindustriale, dove i veicoli a motore erano ancora molto pochi e la natura rigogliosa quasi intatta.

Verso auroville

Costeggiando l’oceano, dopo aver deviato verso l’interno, a un tratto apparve l’imponente struttura futurista del Matrimandir (che significa il Tempio della Madre), che allora era ancora lo scheletro in calcestruzzo di quella che è oggi l’enorme sfera dorata che simboleggia la Nuova Coscienza. Ora al suo interno lo spazio di meditazione è privo di idoli e contiene una grande sfera di cristallo attraversata da un raggio di luce. Le atmosfere, gli incontri, gli scorci di case del futuro immerse nella natura selvaggia dove aleggiava il sogno della città del futuro, hanno reso quel giorno indimenticabile.

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Il Matrimandir nel 19754

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Il Matrimandir in foto recenti

Matri sera tagliato

Ricordo con altrettanta nitidezza la mattina luminosa in cui il giorno dopo visitai l’antica casa coloniale dove si trova il Samadhi di Aurobindo a Pondicherry. Nel tragitto in rickshaw dalla guesthouse sul mare pensavo che prima di partire avevo immaginato il momento di vicinanza con le vestigia del Maestro come a un’esperienza straordinaria. Gli amici aurobindiani che c’erano stati mi avevano influenzato con racconti di visioni e sensazioni mistiche. Inoltre a quei tempi, dall’Italia immaginavo l’India remotissima e misteriosa. Ma ora che mi trovavo davvero lì e il mondo circostante era concreto e solido come sempre, mi domandavo che cosa mai avrei potuto sperimentare di speciale.

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Eccomi nel patio interno della casa, dove sotto una grande lastra di marmo bianco coperta di fiori giacciono Aurobindo e Mère. Davanti a me c’era una breve coda di devoti che si prostravano per alcuni secondi uno dopo l’altro. Al mio turno m’inchinai imitando gli indiani che prima di me si erano sdraiati lunghi distesi a terra con le mani giunte nel cosiddetto full pranam. Nel farlo mi accorsi che la mente era attraversata da pensieri del tipo: “mi sto inchinando bene, con autenticità o lo faccio con affettazione?”.
Di solito questi stupidi dialoghi interni hanno luogo senza che ci si faccia molto caso, ma in questo momento era come se fossero amplificati da un altoparlante. Nel giro di millisecondi mi resi conto di quanto fossero assurdi e mi accorsi in un lampo di consapevolezza che qualunque cosa passasse per la mente era del tutto fuori luogo. Era evidente che ogni pensiero era un’inutile interferenza che m’impediva di vivere pienamente il momento. Mi accorsi che anche aspettarsi qualcosa di “spirituale” era un pensiero che, come un rumore, offuscava la consapevolezza dell’attimo. Forse per un secondo la mente cercava ancora di aggrapparsi a qualcosa, ma non trovando sostegno si dissolse improvvisamente in un silenzio siderale.
In questo silenzio nitidissimo c’era solo il profumo dei fiori e dell’incenso, il ronzare delle api sulle rose, il fresco del marmo su cui avevo posato la fronte. Ed ecco l’attimo eterno, l’abisso della coscienza… Capii che questo è il “silenzio” di cui parlava Aurobindo e mi resi conto di quanto questa esperienza fosse ben diversa dalle fantasie mistiche che immaginavo.

A oltre quarant’anni di distanza e dopo 34 viaggi nella sola India, studi, esperienze e avventure di ogni tipo, non ho mai dimenticato quello spiraglio sull’abisso ineffabile della coscienza non divisa. Ancor oggi credo che quell’attimo indimenticabile sia stato un piccolo passo consapevole nella giusta direzione verso la vera conoscenza che trascende le parole e i concetti, le tradizioni ed è essenzialmente esperienziale e individuale e che ha come oggetto la conoscenza del Sé.

Gli inganni dell’io

 

GLI INGANNI DELL’IO

… Così, coloro che dicono di volere la giustizia senza il suo correlativo, l’ingiustizia, o un buon governo senza malgoverno, non comprendono i grandi principi dell’universo, né la natura di tutta la creazione. Si potrebbe allora parlare di esistenza del Cielo senza la Terra, o del negativo senza il positivo, il che è chiaramente impossibile. Eppure la gente continua a discutere, senza fermarsi; non può trattarsi che d’idioti o di furfanti…

CHUNG TZU

 

L’io è strutturato esattamente come un sintomo. Non è altro che un sintomo privilegiato all’interno del soggetto. E’ il sintomo umano per eccellenza, la malattia mentale dell’uomo.

LACAN

Ogni individuo intuisce giustamente di condividere la stessa natura dell’Atman, ma distorce tale intuizione applicandola al suo sé separato; ritiene che il suo sé sia immortale, onni-comprensivo, centrale nel cosmo, estremamente importante. Cioè, sostituisce l’Atman con l’ego. Poi, anziché trovare la totalità effettiva e senza tempo, si limita a sostituirla con il desiderio di vivere eternamente; anziché fondersi con l’universo, desidera possederlo; anziché fondersi con Dio, si sforza di fare la parte di Dio.

J. HILLMAN

È la verità che libera non il tuo sforzo di liberarti

Se si dimentica che lo spazio e il tempo non esistono e che appartengono solo alla mente, come si può osar parlare di spirito? Se non siamo stupiti di meraviglia nell’osservare lo spontaneo apparire dell’io e del mondo nello spazio della coscienza come possiamo riconoscere il vero Sé?

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La coscienza dell’uomo in tutto il mondo e da secoli è vittima di una specie di allucinazione collettiva prodotta da una fallace prospettiva del pensiero condizionato da percezioni illusorie.

Molti studiosi considerano la crisi attuale che è caratterizzata dal crollo delle ideologie e del potere basato sull’egoismo, sta portando alcuni individui a una Nuova Coscienza che oggi è di certo indispensabile per affrontare i problemi sociali ed ecologici. Sarà il risveglio da questa allucinazione prodotta dal dominio dell’ego che con il suo bagaglio di condizionamenti è alla radice della divisione e del conflitto, che fa sì che la nevrosi sia la condizione “normale” di quasi tutti gli esseri umani. Ma se ci illudiamo di cambiare senza riconoscere la natura dell’io e gli inganni prospettici che produce gireremo intorno senza mai liberarci dal conflitto. Se non riconosciamo i limiti del pensiero e attribuiamo all’io una natura indipendente, la nostra visione sarà di certo distorta e motivo d’angoscia e quando si parte da presupposti sbagliati qualunque teoria che ne deriva non potrà che causare ulteriore confusione.

L’illusione di essere un oggetto della coscienza prodotto dalla memoria (l’io e la sua storia) e non la coscienza stessa,testimone senza forma oltre il tempo, produce ansia, allontana dal presente e ci incatena al Samsara (la ruota della vita con i suoi alti e bassi).

Il problema creato dal cosiddetto falso io è universale, ma userò come esempio la teoria del “Pensiero Creativo” oggi molto in voga, perché rappresenta bene come anche un concetto saggio e costruttivo diventi sciocco e persino dannoso quando si basa sulla prospettiva dell’io come agente separato in grado di creare secondo la propria volontà la realtà esterna.

La coscienza che ci connette con il Tutto, con l’intelligenza insita nelle particelle subatomiche, con il nostro potenziale creativo, si manifesta quando l’io, il tempo e il pensiero scompaiono e nell’immediatezza spontanea del fluire della vita esprimiamo il nostro “vero io” il Sé – Coscienza – Testimone. Nella presenza mentale facciamo la cosa giusta al momento giusto, i pensieri vanno e vengono senza attrito o conflitto, l’attenzione al presente dissolve il senso di separazione tra osservatore e osservato, e siamo guidati a realizzare in armonia il destino, la parte che la vita ci ha dato nel teatro dello spazio tempo.

Se identificati con desideri e paure ci sforziamo di immaginare di ottenere ciò che vogliamo, questa sarà un’espressione dei nostri condizionamenti, quindi ben lontana dalla sintonia con il cosmo, con il silenzio interiore da cui sorge l’intuizione, con il cuore che accetta compassionevolmente ciò che è con equanimità. Cosi la pratica del pensiero creativo senza che la mente si sia “arresa” alla Grande Mente e al “cuore” anziché terapeutica è anch’essa motivo di ulteriori illusioni e delusioni. La confusione e conflittualità che affliggono la società e gli individui in tutto il mondo dipende dal fatto che la percezione convenzionale condivisa è egoicamente polarizzata e per questo la normalità è patologica, mentre la liberazione dagli inganni mentali, la chiarezza percettiva di una mente libera dai condizionamenti e dal passato, è una condizione tanto rara da esser mitizzata: invece di chiamarla stato naturale, la si chiama illuminazione, cosicché l’ego può scatenarsi nella sua vana ricerca. L’ego trova un buon motivo per continuare a esistere tanto che il cosiddetto ego spirituale che affligge i ricercatori della New Age è il più subdolo e forse l’ultimo inganno sulla via della liberazione. Capire che la ricerca è vana in quanto è già tutto qui quando l’io scompare e le porte della percezione sono in nitida sintonia con il “qui e ora”.

Profonde verità e narcisistiche illusioni si confondono.

La distorsione prodotta dalla erronea prospettiva della separazione egoica, ha creato la società attuale, su cui gravano grandi problemi economici, politici ed ecologici. Il pensiero che scaturisce da questa divisione ha creato enormi conflitti che l’uomo non pare in grado di risolvere. La competizione, l’egoismo, la paura, il desiderio di avere sempre più, la superficialità e l’indifferenza, dominano il pensiero e corrompono il mondo. L’uomo che desidera uscire dal conflitto, deve trovare una modalità della coscienza che non sia dominata dal pensiero e dall’egotismo. Quanto ci viene offerto da molti psicologi e terapeuti d’avanguardia molto spesso non ha superato il nodo essenziale del falso io e contiene quindi qualcosa d’ingannevole e auto-contraddittorio.

Un esempio in cui ciò è particolarmente evidente è rappresentato dalla corrente del “Pensiero Creativo” cui paiono essersi convertiti quasi unanimemente i seguaci della New Age e gran parte di coloro che insegnano tecniche Olistiche. I movimenti del “Pensiero Positivo” anche se esprimono concetti di buon senso, cadono in un ingannevole narcisismo quando attribuiscono al pensiero proprietà che non appartengono a questo piano superficiale della coscienza. Al contrario di quanto affermano molti autori contemporanei, le tradizioni spirituali di ogni tempo sono concordi nel riconoscere un ambito specifico e ristretto al pensiero che è spesso considerato il principale ostacolo che offusca la percezione della realtà.

L’idea che i nostri pensieri plasmino la realtà che ci circonda e che con il pensiero attiriamo il nostro destino, concetto che non è del tutto sbagliato dalla prospettiva del Sè, dalla prospettiva dell’io dà adito a terribili fraintendimenti e può persino produrre problemi psicologici gravi. Infatti, il pensiero che nasce dalla prospettiva dell’io, non ha nulla a che vedere con laMente Creativa e con l’Unita della Coscienza, anzi, anche se “positivo” ostacola il fluire armonico degli eventi e la percezione di “ciò che è“. Intuire che il mondo e l’io non sono separati dalla Coscienza attraverso cui ne facciamo esperienza e aver fiducia che la vita sa prendersi cura di noi se fluiamo con cuore aperto, è qualcosa di assai diverso dai pensieri ottimistici creati ad arte in reazione alle nostre paure.

Se penso: “io creo il mondo che mi circonda” sono già perduto nell’illusione dal momento che con “io” intendo la “persona“, l’entità creata dal pensiero attraverso la memoria e quindi la “storia” e le maschere con cui mi identifico. Se attribuiamo a quest‘io illusorio e non al Sé Cosciente l’onnipotenza creativa, siamo più vicini alla psicosi che all’illuminazione.

Dalla prospettiva del Sé, è evidente l’interdipendenza tra la consapevolezza e la materia, tra l’essere e il divenire, tuttavia il Sé non crea ciò che desideriamo secondo il nostro condizionamento, ma ciò che è giusto e vogliamo veramente secondo leggi a noi ignote, che il pensiero non può avvicinare perché solo l’intuizione e la via del cuore e della saggezza –armonia, possono attingervi.

Il piano Causale, il Testimone senza forma, è il substrato del mondo fenomenico, il quale non esisterebbe separato da esso, ed anche in questo caso ci si riferisce ad un livello di coscienza che si può percepire nell’assorbimento profondo e che ha nulla a che fare con il pensiero bensì solo con l’insight profondo e immediato.

Il risveglio interiore che trasforma la nostra relazione con la realtà, non è un pensiero o un modo nuovo di pensare, bensìla chiara percezione della realtà e dei limiti del pensiero, che ci libera dal castello di illusioni in cui eravamo perduti. Ma non è l’io che può liberare se stesso: E’ la verità che libera, non il tuo sforzo di liberarti…

Abbiamo trattato altrove la natura del Sé, che per la saggezza perenne è una cosa sola con la Coscienza impersonale, con il Brahman e non ritorno qui sull’argomento.

Mettendo in luce le incongruenze del pensiero creativo non intendo negare l’ovvia influenza che ha il pensiero su ogni banale aspetto della vita quotidiana, (il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto), ma vorrei che fosse chiaro che stiamo osservando il problema secondo una prospettiva più profonda. Se ad esempio, una statistica dimostra che gli ottimisti hanno il 70% in meno di probabilità di morte per cardiopatia, non discuto che l’ottimismo e la serenità favoriscono la salute, piuttosto dubito che un soggetto pessimista possa diventare ottimista attraverso uno sforzo volontario, attraverso una reazione mentale al pessimismo. Penso invece, che vedere con chiarezza il nostro pessimismo e il movimento del pensiero che l’ha creato, con mente attenta e libera dalle identificazioni, possa recidere le radici stesse del pessimismo perché, scomparso il conflitto interiore, vivere il momento è la sola cosa che conta, la sola cosa reale.

Ogni serio ricercatore giunge ad accorgersi che il lavoro sul pensiero porta al silenzio e alla illuminante verità di una percezione non divisa in soggetto-oggetto. Ciò va oltre l’ottimismo e il pessimismo, è un’attenzione equanime libera da aspettative, del tutto estranea all’attaccamento a polarità positive in contrapposizione a quelle negative… Già nel terzo secolo prima di Cristo il maestro taoista Chung Tzu riconosceva chiaramente l’interdipendenza dei fenomeni e insegnava che la cosiddetta positività al fine nasce dall’aver trasceso gli opposti.

Diversi livelli attraverso quali osservare la realtà

Aggiungo altre riflessioni, anche a costo di ripetermi perché credo che l’importanza dell’argomento lo richieda. Come ho detto, in numerosi libri di successo troviamo scritto che finalmente è stato svelato il segreto della vita che porterà alla soluzione al problema umano: il pensiero crea! Con questo s’intende che attiriamo con i pensieri ciò che ci capita e quindi decidendo di pensare positivamente tutto andrà per il meglio e potremo trasformare il mondo. L’idea di poter avere totale padronanza sul destino è estremamente allettante. Ma, nella vita reale basterà affrontare qualche dolorosa delusione per prender atto che le cose non seguono i nostri desideri e che i fatti del destino non rispondono ai nostri pensieri. Echi del pensiero magico ci spingono in questa direzione illusoria. Un proverbio indiano recita più o meno così: Vuoi far ridere Bhaghwan? Raccontagli i tuoi progetti.

Nello stesso tempo è insostenibile anche considerare che la nostra vita non rispecchi quello che siamo e che gli accadimenti che tessono la storia della nostra esistenza siano solo un’accozzaglia di fatti casuali riducibili a probabilità statistiche.

Tutti siamo colpiti quando nella vita ci accadono le coincidenze più improbabili, spesso questi eventi ci fanno intuire i disegni invisibili del destino. Già nella prima metà del ‘900 C. G. Jung ha trattato il tema della sincronicità, fenomeno che certamente rivoluziona ogni visione materialista dell’esistenza. Chi scrive ha avuto una vita costellata da incredibili coincidenze e soprattutto nel rapporto con il Maestro in India eventi certamente inspiegabili, erano all’ordine del giorno. C’è da ripetere che anche queste misteriose correlazioni tra eventi accadono indipendentemente dai nostri pensieri e sono più frequenti quando nella psiche dell’individuo sono attivate delle istanze archetipiche, (e anche in questo caso non è il pensiero, bensì la psiche profonda ad influenzare il nostro vivere e gli eventi).

Il pensiero positivo può rafforzare l’Ombra

Le rimozioni e l’ipocrisia connaturata all’ego che sfugge la propria ombra sono le fondamenta della prigione nevrotica. L’ego per sostenere la posizione del pensiero positivo, cade nella paradossale strategia di scacciare i pensieri negativi rafforzando l’Ombra e questa contrapposizione rafforza il conflitto interiore.

L’io che, seguendo la guida fallace del desiderio, s’impegna in “pensieri positivi” nell’illusione che i pensieri creino la realtà obiettiva dimenticando l’influenza dell’inconscio, potrà solo ingigantire l’ombra prodotta dalle rimozioni.

C’è un’enorme distanza tra un atteggiamento di questo genere e qualunque Filosofia Perenne, ma è molto facile essere ingannati da qualcosa che non è del tutto falso pur contenendo l’errore di fondo di confondere la Coscienza con il pensiero, l’io con il Sé.

Il pensiero, strumento indispensabile sul piano lineare del divenire, per costruire una macchina, per imparare una lingua, per risolvere un problema matematico, è un ostacolo alla realizzazione di ciò che è esperienza diretta dell’Essere, e per rendersene conto basta meditare a fondo le parole di Jiddu Krishnamurti la cui lucida visione conduce a riconoscere i terribili conflitti che nascono dal dominio del pensiero. Questo è l’universale inganno dell’ego che non riguarda solo le illusioni semplicistiche della New Age, ma ogni aspetto della nostra vita.

Ogni medaglia ha due facce

Se credere nell’onnipotenza dell’io è patologico (patologia diffusissima in quest’era dominata dal materialismo spirituale e dal narcisismo) il quadro cambia radicalmente quando, riconosciuta l’illusoria natura dell’io, constatiamo che non c’è divisione tra la consapevolezza e il mondo. Dalla prospettiva del Sé causa ed effetto si annullano nell’interdipendenza. Quando giungiamo ad avere uno spiraglio di luce direttamente dallo Spirito (come pura consapevolezza impersonale oltre il tempo) comprendiamo l’assurdità delle fantasie allettanti che ci hanno ingannato, e scopriamo la libertà dell’Essere nella sua spontanea armonia e innata saggezza.

Anche le più profonde intuizioni che hanno significato quando si è consapevoli di essere immersi nel flusso delle nostre limitate percezioni, in una bolla spazio temporale creata dalla mente, sono prive di senso dalla prospettiva dell’ego che considera il mondo materiale differente dalla mente che lo percepisce, reale e solido e confonde il mistero della Realtà con le ideologie e le tradizioni che lo condizionano a livello conscio e inconscio. Sono le ideologie a creare la divisione e a farci perdere il contatto con noi stessi nel silenzio mentale della percezione non divisa.

Quando dimentichiamo che non stiamo osservando un mondo esterno oggettivo, bensì stiamo percependo le risposte del nostro sistema nervoso e che queste percezioni sono condizionate dal modo in cui è stato programmato il nostro modo di pensare, cioè se non riconosciamo la distorsione radicale dell’egotismo, possiamo creare solo fantasie consolatorie in cui l’ego gira a vuoto, sia dalle tradizioni spirituali dell’Oriente dalla Fisica Quantistica e dal paradigma Olistico.

L’universo non esiste indipendentemente da qualcuno che lo percepisce, ma chi lo percepisce è nostro vero Essere, il Testimone senza forma per natura indivisibile da ciò che è percepito e non certo l’ego “persona” che immaginiamo.

L’ego è il fantasma del pensiero che pare abitare l’apparato psicosomatico e lo percepiamo come noi stessi, mentre invero siamo la consapevolezza non divisa e oltre al tempo in quanto sempre presente, di questa e di ogni altra percezione.

Non solo i cinque sensi ci offrono percezioni parziali, ma tali percezioni sono interpretate secondo le abitudini del pensiero che è stato condizionato e programmato per millenni a percepire la realtà da una prospettiva dualista ed egocentrica. La realtà che percepiamo è stata creata da un modo di pensare emerso da poco e non del tutto dalle tenebre della superstizione.

I pensieri che ci condizionano sono un ostacolo alla percezione diretta della Realtà e ogni autentico risveglio a ciò che trascende lo spazio-tempo non può, essere descritto in parole e ridotto a concetti, spiegato e inserito in una “nuova teoria”, può essere colto soltanto nel silenzio dell’attenzione che trascende il tempo e i concetti e nella spontaneità dello “stato naturale” che è la nostra vera natura.

Questa consapevolezza naturale sta emergendo spontaneamente in coloro che hanno il coraggio di guardare con sincerità dentro di sé ed affidarsi alla saggezza intrinseca dell’intelligenza intuitiva. Ciò libera istantaneamente dalla nevrosi e dal conflitto e dai disturbi psicosomatici che ne derivano. Tecniche che usano la respirazione come il Rebirthing Transpersonale sono uno strumento efficace per trascendere il pensiero ed entrare in contatto con l’Essere, lo Sato Naturale. L’attenzione al respiro e l’abbandono alla sensazioni permettono di andare oltre i pensieri e percepire direttamente il Testimone. Da ciò la libertà di essere come siamo e svolgere ciò che la vita vuole da noi in armonia. La vita ci soddisfa, facciamo scelte sagge, non creiamo inutile karma negativo, siamo in sintonia con gli armonici mandala dei campi morfici della Coscienza, e i pensieri sono spontaneamente positivi, costruttivi e compassionevoli.

Tuttavia utilizzare questi stessi metodi esperienziali con un approccio dualista (positivo contro negativo) che ricade nelle logiche dell’ego come fanno molte scuole che paradossalmente si proclamano olistiche non conduce se non per caso alla liberazione, qualcuno infatti anche se era stato indirizzato una meta illusoria del pensiero durante la respirazione può spontaneamente accorgersi dell’inganno del pensiero, (la parola non è la cosa che la parola stessa indica) e percepire la realtà non concettuale del vero Sè.

E’ facile cadere nell’inganno

Molti esempi ci possono far comprendere come sia facile cadere in queste distorsioni percettive dell’io come creatore degli eventi. Quando si passa attraverso a quello che chiamiamo un periodo sfortunato, ci accadono incidenti e sgradevoli imprevisti e nello stesso tempo siamo giù di morale e non riusciamo a vedere i lati belli della vita. E’ naturale che in questi periodi i pensieri siano spesso negativi e autocritici. Poi, da un giorno all’altro, la situazione cambia, la nostra mente torna serena, ci accettiamo per quel che siamo, ristabiliamo un contatto più spontaneo con la vita e contemporaneamente le cose attorno a noi ricominciano ad andare bene e pare che la fortuna di nuovo ci accompagni. Ovviamente in questo periodo la mente è occupata da pensieri positivi. Da un certo punto di vista è straordinario constatare come sia inestricabile il legame tra il mondo interno e quello esterno, poiché contemporaneamente al cambiamento dell’atteggiamento interiore è cambiato il mondo attorno a noi, come se gli eventi “casuali” della vita rispondessero al nostro mutato sentire. Di nuovo proviamo quei momenti in cui il mondo appare luminoso, tutto va bene senza sforzo in un fluire spontaneo, nulla è fuori posto e notiamo frequentemente la sincronicità di coincidenze armoniche. In poco tempo la recente “depressione” viene superata e la si ricorda come un fertile periodo di crescita, una prova che abbiamo superato e una lezione della vita che dovevamo apprendere. Smettiamo di identificarci con quell’io autocritico e preoccupato (pre-occupato) e ci pare che siamo noi con i nostri pensieri a creare la positività che ci circonda. Non ci rendiamo conto che è ritornato un periodo positivo di cui non possiamo attribuirci il merito perché e proprio l’assenza dell’ego e la resa spontanea alla vita che lo determina. Anche quando riconosciamo di essere finalmente in una certa misura liberi dall’ego, dobbiamo riconoscere che si tratta di uno stato che va e viene indipendentemente dai nostri sforzi psicologici, direi anzi che si manifesta proprio quando smettiamo di sforzarci e ci arrendiamo alla realtà. Ma la misteriosa interrelazione sincronica tra interno ed esterno, è confusa con una relazione di causa-effetto: quando penso positivo va tutto bene. Quello che penso accade… Invero non sono i pensieri a fare andare bene le cose ma il ritrovare se stessi oltre i pensieri a farci ritrovare armonia. L’armonia è accompagnata da pensieri positivi e non ne è il prodotto.

Inganni New Age

L’ego che vuole sentirsi padrone della scena come agente indipendente, inserisce un legame di causa ed effetto tra il “pensiero” e gli “avvenimenti” ma poiché come chiaramente appare da un esame attento ciò è illusorio invece che alla saggezza conduce a ulteriori inganni.

E’ chiaro che da questa prospettiva siamo candidati al doverci sentire in colpa quando il vento cambierà e dovremo passare attraverso un altro periodo di prove, perché se è merito nostro quando le cose vanno bene, sarà colpa nostra quando sorgono difficoltà. Invece di cercare l’armonia rafforzeremo l’ego che cerca di evitare ciò che teme con pensieri di falso ottimismo.

Un altro esempio che mostra lacune nella teoria del Pensiero Creativo ci è offerta dalla constatazione che a volte si può essere depressi mentre tutto esteriormente continua ad andare bene e di buon animo in periodi difficili. Non siamo infatti predisposti a notare l’assenza di correlazione, mentre ci salta agli occhi quando c’è coincidenza tra pensiero ed eventi non la notiamo in tutti gli altri casi. Ed è sempre l’ego ad ordire quest’inganno che ci allontana dalla liberazione e dal nostro essere autentico e spontaneo.

Il saggio invero è colui che resta stabile nella buona e nella cattiva sorte, perché non si identifica con il personaggio ma arrendendosi alla vita è a contatto con il Sé e con il Tutto. Non si tratta di un tale sempre fortunato e sorridente come le teorie New Age spesso paiono suggerire, dispensando gravi delusioni agli incauti seguaci, ma di un individuo realmente umano e spontaneo.

Per dimostrare la superficialità della teoria del Pensiero Creativo, Ken Wilber usa l’esempio di Hiroshima: è assai improbabile che tutte le vittime pensassero allo stesso modo con un’identica volontà autodistruttiva, è anche ovvio che tra le vittime ci saranno stati certamente migliaia di ottimisti.

Ciò da cui si può deviare non è il vero Tao

E’ tuttavia un “positivo” segno dei tempi che un gran numero di persone siano attratte dal fare qualcosa per cambiare il loro atteggiamento verso il mondo e tentino, partendo dalla condizione dualista in cui ci troviamo, metodi per indurre un cambiamento verso una diversa qualità della vita. Seguire un sentiero che poi si rivela illusorio può essere l’insegnamento di cui si ha bisogno. Perché l’ego possa essere trasceso è necessario passare attraverso l’esperienza della delusione, dal momento che solo quando riconosciamo ciò che è falso permettiamo al vero di apparire.

La Nuova Coscienza non duale, non ego-rifererenziale, che i mistici hanno anticipato e i più avanzati studiosi moderni riconoscono, sta emergendo in seno alla vecchia e onnipresente concezione dualista che è fortemente cristallizzata e ancora dominante. Secondo approfonditi studi contemporanei al momento una Nuova Consapevolezza è già emersa per il 2-3 % della popolazione mondiale e questo numero anche grazie alla crisi attuale delle ideologie potrebbe svilupparsi rapidamente.

Per ora è naturale quindi che gran parte di coloro che sono attratti dalle filosofie in voga, di fronte alle dimensioni di armonia, sincronicità e alle misteriose trame degli eventi siano ancora sviati dai tranelli dell’ego che se ne attribuisce il merito e utilizza il pensiero creativo per continuare il suo gioco ma speriamo che il gioco stia per finire ed possa emergere un nuovo mondo e una società più giusta e armonica.

Per molti è ancora facile illudersi quando occasionalmente un desiderio si avvera esattamente secondo i sogni o qualcosa di specifico e improbabile accade poco dopo che lo avevamo pensato, l’idea dell’io separato che crea il mondo li convincerà, senza che possano prendere in considerazione che l’accaduto può essere spiegato come presentimento, precognizione, o una semplice sincronicità.

Secondo maestri New Age con il pensiero creativo, oltre ad ottenere successo materiale, si possano produrre a volontà ottimismo e allegria, ma si può constatare come sorridersi allo specchio quando si è depressi non funziona quasi mai.

Come ho già detto illudendosi di determinare gli eventi si rafforza la sensazione di un io separato. Se ci si ammala, anziché accettare la malattia e il processo di guarigione, si presenterà il senso di colpa di non aver coltivato abbastanza il pensiero positivo o di nascondere pensieri negativi. La distorsione con cui abbiamo iniziato a confondere lo Spirito, cui dovremmo arrenderci, con l’ego (che è antitetico alla dissoluzione nel Sé) conduce a travisare del tutto i veri insegnamenti. Si rafforza la tendenza a sfuggire il dolore e a cercare il piacere, quando il messaggio perenne è l’accettazione delle polarità. Si crede che la liberazione e il risveglio di cui si è sentito parlare sia la felicità effimera che viene dall’esaudire i desideri che ci legano agli oggetti esterni, dimenticando che si tratta invece proprio della liberazione da questa dipendenza. E’ la consapevolezza che ci libera dai conflitti mentali e ci fa percepire l’attimo eterno, quella consapevolezza nel qui e ora oltre i confini del pensiero e il tempo psicologico che ci porta alla pienezza della vita oltre il conflitto. E’ facile prendere strade sbagliate quando uno stuolo di “esperti” ci offre l’allettante illusione di poter essere felici e prosperi attraverso semplici esercizi mentali basati sulle affermazioni positive o simili pratiche.

Il Risveglio della Consapevolezza

I maestri della Filosofia Perenne insegnano che dovremmo essere consapevoli del flusso disordinato dei pensieri e che dovremmo mettere ordine e pacificare la mente ancor prima di pensar d’iniziare a percorrere un sentiero spirituale. Se è vero che accadono inspiegabili coincidenze che paiono dirette a uno scopo, dobbiamo ricordare di non cadere nell’inganno dell’io come creatore dello spettacolo. Quest’io se lo analizziamo non è altro che un pensiero mutevole e ripetitivo che emerge nel flusso dei pensieri e scompare nell’attenzione non divisa della presenza mentale. Questo “io” è un’illusione in quanto non ha un’esistenza indipendente da stati interni ed esterni, è prodotto della memoria e del pensiero, ed è una realtà concettuale e linguistica più che la fantasmatica entità oggettiva con cui ci identifichiamo. Per comprendere dovremmo andar oltre alle parole e riconoscere, in uno stato di lucida osservazione diretta, la natura mutevole del pensiero “io” e arrivare all’essenza che è oltre il pensiero e le parole, oltre i dualismi ed i concetti.

Per definire lo stato della coscienza del vero sé si usano termini come: “il Testimone senza forma”, la sempre presente consapevolezza“, o: “la coscienza-consapevolezza priva di attributi substrato di ogni fenomeno”. Il sé è l’essenza della coscienza, l’Io–io di cui parla Ramana Maharsi (l’Io impersonale che osserva l’io). Lo siamo già appena smettiamo di perderci nelle maschere dell’io.

Quando viene il tempo in cui l’io si dissolve appare chiaro che un potere ben più grande e misterioso regola il mondo e le nostre azioni. Per arrenderci a esso dobbiamo rinunciare alle fantasie di onnipotenza dell’io separato, esse rafforzano quel fantasma mentale che è origine di tutte le sofferenze, che ci allontana dalla verità e dall’impensabile silenzio necessario perché si possa sentire che siamo un’anima, affinché la volontà della vita si possa manifestare, con i suoi “miracoli”, attraverso di noi in grande e spontanea semplicità.

Se è chiaro che l’ego nei suoi tentativi di auto-miglioramento crea solo paradossi e ulteriori conflitti, dobbiamo anche riconoscere i limiti e gli ambiti del libero arbitrio. Per lo sviluppo della consapevolezza la responsabilità individuale ha più a che fare con l’autenticità dell’essere che con sforzi di cambiare. Dobbiamo vedere con chiarezza e accettare ciò che è, e sarà l’autenticità del sentire a produrre il cambiamento.

Il significato del termine religioso è: riunire tutte le proprie energie per comprendere la natura e il movimento del pensiero, riconoscerne i limiti e andare oltre. J. KRISHNAMURTI

E’ fondamentale riconoscere con chiarezza i meccanismi di Transfert e Controtransfert

Gli operatori nel campo delle tecniche di crescita interiore non devono dimenticare alcune basi della psicologia analitica come il Transfert e il Controtransfert.

C. Gustav Jung ha riconosciuto che in tutte le relazioni in cui un soggetto dischiude le sue emozioni e i suoi profondi sentimenti a un altro, si crea un particolare legame emotivo. La proiezione del paziente verso il terapeuta è influenzata da archetipi che inducono una relazione emotiva particolarmente intensa. Questi archetipi che emergono dall’inconscio rappresentano figure come quella del padre, del saggio, del maestro, della guida spirituale, e persino di divinità mitologiche e attraverso questa proiezione chi è nella posizione di guida, è investito da un’autorevole aura di superiorità e potere. Questo è un nodo centrale della psicologia analitica che Jung, spesso attraverso l’analisi dei sogni, risolveva portando il paziente a superare la dipendenza e a riconoscere in sé l’istanza inconscia proiettata.

L’individuazione del paziente si attua attraverso la consapevolezza che, ad esempio, le qualità proiettate sulla figura del “maestro” (ad esempio saggezza e intuizione) sono sue potenzialità nascoste. Il soggetto cioè proietta fuori qualcosa che è potenziale in lui. Attraverso l’ascolto e l’integrazione dell’inconscio, il paziente può farle emergere e divenire attuali in sé.

Il soggetto allora non dipenderà più da un’autorità esterna, che sia quella del padre o del terapeuta, ma potrà agire secondo la propria coscienza autentica e spontanea come adulto responsabile e libero. A livello più profondo non dipenderà da un Dio esterno creato dal mito, si libererà dalla possessione dell’archetipo proiettato per riconoscere la natura universale della Coscienza di cui e parte nell’Unità della Vita.

La soluzione del Transfert permette all’individuo che ritrae le proiezioni di vedere con chiarezza che il terapeuta esperto ha compito di fare da specchio perché i giochi della mente dominata dall’inconscio possano essere riconosciuti. Questo riconoscimento è un aspetto cruciale della “guarigione” e facilita l’emergere di potenzialità e capacità sepolte e sconosciute all’individuo. Sarebbe molto grave che il terapeuta invece di aiutare l’altro nel processo di autorealizzazione si compiacesse di identificarsi con l’archetipo e sfruttasse il potere che ne consegue.

Lo psicanalista esperto ben conosce i pericoli del controtransfert che consiste appunto nel soggiacere al legame emotivo con il paziente, ed entrare nel ruolo di guru e di padre che inevitabilmente indurrà una condizione di dipendenza psicologica producendo come risultato l’opposto di ciò che l’analisi si prefigge. Chi si pone come guida al pensiero creativo, o ad altre forme di nuove terapie, generalmente non si rende conto di quanto sia forte la seduzione prodotta dalle circostanze che si creano quando ci si pone in una relazione d’aiuto e come le illusioni egoiche si rinforzino in un gioco di proiezioni.

Immaginiamo questo esempio: in un bel sito di Internet prometto successo e salute attraverso la mia tecnica appresa in Oriente, la gente s’interessa al mio lavoro allettata da promesse di felicità, li metto nelle condizioni di aprire il loro cuore e di proiettare su di me l’immagine del Guru. Quando un buon numero di persone paga i miei seminari mi pare che ciò sia la più bella dimostrazione per me e per gli altri che il mio metodo funziona, infatti sono diventato ricco e mi sento rispettato e ammirato, ero un uomo qualunque ed ora sono trattato come un Maestro… Posso quindi sentirmi in diritto di insegnare che: “se farete come me anche voi potrete raggiungere questo stato di prosperità e padronanza sul destino ed essere felici”.

Se la vostra vita continua nel tempo a essere miserevole e conflittuale dipende dal fatto che non avete seguito a fondo i miei insegnamenti e dovete partecipare ad altri seminari per finalmente imparare a cambiare i vostri pensieri inconsci, ecc…

La figura del Guru in India è culturalmente concepita in modo assai differente, la resa al Guru è uno strumento efficace a eliminare la presunzione dell’ego. Mi arrendo al Guru nello stesso modo in cui mi arrendo e accetto il mio destino, senza confondere la dimensione umana del maestro con il ruolo che rappresenta. I veri Guru, anche in India sono una minoranza, sono degli specchi purissimi e con il loro comportamento spesso paradossale, distruggono ogni illusione e dipendenza per spingere il devoto a essere luce a se stesso, a svegliarsi alla propria vera natura, a riconoscere il potenziale della sua anima del suo vero essere.

Un giovane appassionato di filosofia orientale e letture New Age certo cullerà il sogno di diventare un giorno lui stesso un maestro. Se nel tempo si pone come insegnante e la gente inizia a trattarlo come tale e a mettersi nelle sue mani è difficile che abbia la forza di rendersi conto che insegna cose che ha compreso, ma mai del tutto realizzato. Sentirsi un maestro lo fa sentire bene e ciò ingannevolmente gli pare già un segno di autorealizzazione. La sua sicurezza è precaria poiché dipende dai suoi seguaci che seguendolo creano il personaggio della guida che lui invero non può essere. Se i suoi limiti umani venissero a galla e loro ritraessero le proiezioni si sentirebbe un nulla. Non è facile riconoscere che ciò che siamo veramente è il grande mistero, la nostra umanità più autentica che è difficile trovare se non si va oltre i condizionamenti e la frammentazione del pensiero. Non è il prodotto delle proiezioni altrui e sino a che non si è superato l’inganno egoico che ci spinge a diventare qualcuno, tutti vivremo nella rete del tempo e del pensiero che inevitabilmente produce i conflitti e l’alienazione che vediamo riflessa nel mondo intero.

La liberazione e l’autorealizzazione si manifestano attraverso l’autotrascendenza, in antitesi con le temporanee illusioni dell’ego che si è immedesimato nella personalità superficiale gratificata dal ruolo di guru indotto dal controtransfert. Si tratta di una trasformazione radicale.

Una coscienza integrata non dipende dal mondo perché lo percepisce con chiarezza. L’individuazione è oltre i ruoli sociali e non può essere confusa con il gioco di specchi che produce ogni relazione in cui ci si apre interiormente all’altro. Al fine, non c’è nulla che debba essere criticato, anche se questa società produce numerosi pseudo guru che pretendono di avere la ricetta della felicità e vendono illusioni, essi nel tempo non passeranno il vaglio dell’esperienza. Solo così gli individui delusi che vorranno continuare la ricerca saranno spinti a riconoscere gli inganni del pensiero e accedere a quella presenza mentale, a quella chiarezza percettiva, a quello stato naturale che dissolvono il dualismo.

ffg 2011

FILIPPO FALZONI GALLERANI