L’incontro tra Oriente e Occidente (Zimmer)

«Proprio come una brocca d’acqua si dissolve nella terra, un’onda nel mare e un bracciale nell’oro, nello stesso modo l’universo si dissolverà in me. Che meraviglia sono! Adoro me stesso! Infatti, quando il mondo, dal suo più alto dio al più piccolo filo d’erba, si annienterà, questa distruzione non mi toccherà».

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Qui è evidente una totale disgiunzione tra il sé fenomenico (la personalità ingenuamente conscia che insieme con il suo mondo di nomi e di forme si dissolverà a tempo debito) e quell’altro Sé trascendente (atman), profondamente nascosto, essenziale ma dimenticato, che, quando viene ricordato, lancia un possente ruggito capace di annientare il mondo: «Che meraviglia sono!». Il Sé trascendente non è qualcosa di creato, ma il substrato di tutte le cose create, di tutti gli oggetti, di tutti i processi. «Le spade non lo tagliano, il fuoco non lo brucia, l’acqua non lo bagna, il vento non lo secca.»

Le facoltà sensoriali, solitamente rivolte all’esterno mentre apprendono e reagiscono agli oggetti, non entrano in contatto con la dimensione di questa realtà permanente, ma solo con le evoluzioni transitorie, con le trasformazioni periture dell’energia. Il potere della volontà, quindi, pur portando al raggiungimento degli obiettivi mondani, non può essere di grande aiuto all’uomo. I piaceri e le esperienze dei sensi non possono iniziare la coscienza al segreto della pienezza della vita. Secondo il pensiero e l’esperienza dell’India, la conoscenza delle cose mutevoli non conduce a una visione realistica, poiché queste realtà mancano di sostanzialità, periscono, nè conduce a una visione idealistica, poiché le cose in divenire sono incoerenti, si contraddicono e si negano continuamente a vicenda. Le forme fenomeniche sono per loro natura illusorie e fallaci. Chi si basa su di esse, ne sarà confuso. Si tratta semplicemente di particelle di una vasta illusione universale che è toccata dal maleficio della dimenticanza del Sé, che è sostenuta dall’ignoranza e che viene portata avanti dalle passioni ingannevoli. L’ingenua inconsapevolezza della verità nascosta del Sé è la causa primaria di tutti i falsi valori, di tutti gli atteggiamenti errati e di tutti i conseguenti tormenti che questo mondo illuso si auto infligge.

Ovviamente, in questa intuizione è implicita una diminuzione di interesse non solo per tutti i normali mezzi e i fini degli abitanti del mondo, ma anche per i riti e i dogmi della religione di tali individui illusi. Il creatore mitologico, il Signore dell’universo, non è più così interessante. Soltanto la consapevolezza interiore diretta verso le profondità della propria natura può raggiungere quella linea di confine in cui i fenomeni transeunti incontrano la loro fonte immutabile. E questa consapevolezza può alla fine condurre l’intera coscienza oltre il confine, facendola fondere in una morte che la rende imperitura ‑ con l’onnipresente substrato di tutte le sostanze, che è il Sé (atman), la fonte ultima, eterna e basilare dell’essere. Il Sé è ciò che crea tutte queste manifestazioni particolari, tutti questi cambiamenti di forma, tutte queste deviazioni dal vero essere, tutte queste trasformazioni (vikara) ed evoluzioni del gioco cosmico. E non è attraverso la lode e la sottomissione agli dei, ma attraverso la conoscenza, la conoscenza del Sé, che il saggio passa dal coinvolgimento in ciò che si manifesta alla scoperta della causa prima. Tale conoscenza si ottiene con una delle due seguenti tecniche: 1 la svalutazione sistematica dell’intero mondo come illusione, o 2. la comprensione/realizzazione, altrettanto completa, della semplice materialità del tutto

Il bene supremo

Qui riconosciamo proprio la Posizione non teistica e antropocentrica che oggi stiamo per raggiungere o abbiamo già raggiunto in Occidente. Infatti, dove si trovano gli dèi cui tendere le mani, inviare preghiere e presentare offerte? Al di là della Via Lattea, nello spazio infinito, si trovano soltanto altri mondi, altre galassie, non regni di angeli, non palazzi celesti, non cori di beati che circondino il trono divino del Padre e che si muovano in uno stato di beatitudine intorno al mistero centrale della Trinità. C’è forse lassù, tra quegli immensi regni, qualche regione in cui l’anima possa aspettarsi di giungere ai piedi di Dio, dopo essersi spogliata dei propri affanni mortali? O non dobbiamo piuttosto volgerci ora all’interno, cercare il divino dentro di noi, al livello più profondo, ascoltare la segreta voce interiore che nello stesso tempo comanda e consola, e attingere là dentro la grazia che supera ogni comprensione? Alla fine, anche noi occidentali moderni siamo pronti a cercare e ad ascoltare la voce che l’India ha udito. Però, proprio come il cucciolo di tigre, dobbiamo ascoltarla non da un maestro, ma dalla nostra interiorità. Oggi il Cristianesimo rivelato si trova in una situazione simile a quella del pantheon vedico nel periodo della sua svalutazione. Il cristiano, come dice Nietzsche, è un uomo che si comporta come tutti gli altri. La nostra professione di fede non ha più nessuna influenza discernibile né sul nostro comportamento pubblico né sul nostro privato stato di speranza. Su molti di noi, i sacramenti non operano più una trasformazione spirituale; siamo confusi e perplessi, e non sappiamo dove volgerci. Nel frattempo, i nostri filosofi accademici si occupano più dell’informazione che della trasformazione redentrice necessaria alle nostre anime. Questa è la ragione per cui uno sguardo alla situazione dell’India può aiutarci a scoprire e a ricuperare qualcosa di noi stessi.

Lo scopo basilare di qualsiasi serio studio del pensiero orientale dovrebbe essere, non semplicemente la raccolta e l’ordinamento del maggior numero possibile di informazioni, ma l’accoglimento di qualche influenza significativa. E perché ciò avvenga come nella parabola della capra adottata che scoprì d’essere una tigre dobbiamo mangiare la carne dell’insegnamento, rossa, al sangue, non troppo cotta al fuoco del nostro incallito intelletto occidentale (e, meno che mai, intinta in una salamoia filologica), ma neppure cruda, perché sarebbe sgradevole e forse indigeribile. Dobbiamo consumarla al sangue, piena di succhi rossi, in modo da poterla veramente gustare con un senso di sorpresa. Così ci uniremo dalla nostra transoceanica distanza al ruggito della sapienza indiana che risuona nel mondo.

Tratto da FILOSOFIE E RELIGIONI DELL’INDIA, di Heinrich Zimmer Ed. Mondadori

Gli Idoli (Raphael)

…. Lungo il tempo le aspirazioni dei popoli sono state riposte nell’avvento di un Messia, nell’avvento del Regno celeste, del Superuomo, della scienza, della macchina industriale e del potere burocratico; nell’avvento della democrazia o della dittatura, ecc. Ma tutti questi “avventi” non sono altro che proiezioni, sono sempre immagini cariche di aspettative e di poteri taumaturgici.
… Laddove vi sono idoli e immagini da adorare, la v’è idolatria. Gli idoli, creati dalla mente esteriorizzante e proiettiva, sono narcotici che offuscano la consapevolezza dell’essere. Gli uomini possono essere addormentati dalla potenza di un idolo costruito pazientemente da menti preparate.
… È inevitabile che, fino a quando la mente pone fuori di sé la sua salvezza, l’io “campa” e si perpetua e, finché sussiste l’io accaparratore, acquisitivo e reattivo, non c’è alcuna politica o scienza che possa dare salvezza. L’io non può vivere senza idolo, gli è sottomesso, e in suo nome si permette di tutto. Le qualità attribuite all’idolo hanno poco a che fare con l’effettiva presa di consapevolezza dell’ente proiettore, il quale aspetta passivamente che esso faccia i suoi miracoli. Ciò implica che, asservendoci alla nostra rappresentazione, comunichiamo con noi stessi in forma alienata. Se da una parte abbiamo foggiato l’idolo-miracolo, dall’altra l’idolo imprigiona noi. È il paradosso dell’individuo foggiatore d’immagini. Molti proiettano sull’idolo qualità di giustizia sociale, di fratellanza, di ordine, ecc., ma il soggetto operante non vive in sé queste qualità e non può viverle perché le ha proiettate, divenendone alienato. Molti fanno addirittura una rivoluzione per cambiare le cose, per creare giustizia, perequazione sociale e altro; conquistato il potere, quelle stesse persone che hanno combattuto per abbattere l’ingiustizia commettono altrettanta ingiustizia dei predecessori, magari in forme diverse. Ciò avviene perché esse hanno proiettato un’immagine rivoluzionaria, frutto, fra l’altro, di semplice reazione passionale, senza essere, o incarnare, l’essenza della rivoluzione. Noi rincorriamo le nostre proiezioni, i nostri idoli, i nostri fantasmi, senza mai raggiungerli perché, li poniamo, appunto, sempre di fronte a noi. Fino a quando non siamo noi stessi permeati di giustizia, di ordine e di compostezza, non potremo mai trionfare sull’ingiustizia sociale: quelle istituzioni sono sempre presiedute da enti “mancanti”.
… La politica è un potentissimo idolo, o feticcio, che ha milioni di devoti, di fedeli e anche di fanatici. E come, ad esempio, in nome dell’Amore del Cristo si è ucciso, così in nome della giustizia e del progresso sociale si commettono delitti detestabili e irrazionali. Tutte le strade della filosofia del divenire portano alla stessa meta: l’alienazione. Questo mondo non ha un fuori, non ha un altrove in cui la filosofia del divenire possa indirizzarlo. I progressisti e i conservatori, per quanto usino metodi diversi di potere, sono accomunati in un unico destino che è quello dell’alienazione.
… Fino a quando viviamo di proiezioni e di feticci non possiamo ristabilire la giustizia, l’uguaglianza e la fratellanza perché queste non devono essere espresse mediante il feticcio, ma vissute dalla nostra stessa coscienza.

liberamente tratto da Filosofia dell’Essere di Raphael

Ramana Maharshi e l’autoindagine

Ramana

“Non meditare—sii ! “, “Non pensare di essere—sii!”, “Non pensare all’essere—tu sei!”

L’autoindagine non dovrebbe essere considerata una pratica di meditazione da eseguire a certe ore e in certe posizioni; dovrebbe continuare durante tutte le ore della veglia, indipendentemente da ciò che si sta facendo. Sri Ramana non vedeva conflitto tra il lavoro e l’autoindagine ed affermava che con un po’ di pratica poteva essere eseguita in qualunque circostanza. Qualche volta affermò che periodi regolari di pratica formale erano benefici per i principianti, ma non patrocinò mai lunghi periodi di meditazione in posizione seduta e mostrò sempre la sua disapprovazione se qualcuno dei suoi devoti esprimeva il desiderio di abbandonare le attività mondane in favore di una vita meditativa.  (da “Gli Insegnamenti di Ramana Maharshi, Sii ciò che sei)

Domanda: nel Tao Te Ching ho letto: – Con la “non-azione” wu-wei il saggio governa tutto -.
Sri Ramana risponde: “Non-azione” significa attività incessante. La sua calma è come l’immobilità apparente di una trottola che giri vorticosamente. Essa si muove troppo velocemente perché gli occhi possano vedere, perciò appare immobile. Così è l’apparente inazione del saggio.
Dove sono il tempo e lo spazio, separati da noi? Se noi siamo i corpi, saremmo avvolti in tempo e spazio. Siamo i corpi? Noi siamo lo stesso, adesso, dopo e sempre; lo stesso qui, e ovunque noi siamo; tempo e spazio non sono; noi siamo.
Quando dormi non percepisci più il mondo, pur continuando a esistere. Dunque il mondo ti appare solo al risveglio. Da dove viene? Dalla tua mente. I tuoi pensieri sono tue proiezioni. Prima nasce il pensiero IO, poi il mondo. Il mondo è creato dal pensiero IO che proviene dal Sé eterno. Di conseguenza l’enigma della creazione del mondo è risolto se riesci a risolvere l’enigma della creazione dell’io.
D.: Un uomo che abbia conseguito la Realizzazione, può andare e venire, agire, parlare?
R.: Perché no? Credete che la Realizzazione significhi essere inerte come una pietra?
D.: Che cos’è il samadhi?
R.: Nello Yoga è un tipo di trance e ci sono vari tipi di samadhi. Ma il samadhi di cui parlo è differente. E’ il sahaja samadhi. In questo stato voi rimanete calmo e composto durante l’attività. vi rendete conto che non c’ nulla che appartenga a voi come ego e che tutto è fatto da qualcosa con cui siete in conscia unione. un brav’uomo dice: -“Che sia pure l’ultimo uomo a conseguirla (la Realizzazione) se così potrà aiutare gli altri a diventare Realizzati prima di me!”- Sarebbe come se il sognatore dicesse: – Che tutte le persone del sogno si sveglino prima di me!

Link alla Ramana Gita

Stress: ansia e depressione

La tecnica della respirazione intensa non solo può condurre a profondi insight, ma è in primo luogo efficace per la soluzione di disturbi come l’ansia e la depressione.

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 Lo stress e la corazza psicosomatica

Lo stress è un problema di grande rilievo per l’uomo moderno che vive lontano dall’armonia dei ritmi naturali. Lo stress è una delle prime cause di tensione che inibisce la mobilità toracica e il diaframma, muscolo preposto al respiro. Il corpo reagisce a stimoli spiacevoli irrigidendosi e ripetute sensazioni sgradevoli inducono una tensione che col tempo può assumere caratteristiche di cronicità e innescare disturbi di diverso tipo. Questo meccanismo inoltre tende ad auto-rinforzarsi: “sto male perché sono teso e sono teso perché sto male”. Non ce ne rendiamo conto ma quando siamo irrequieti respiriamo meno profondamente e, di conseguenza, il ph del sangue è più acido per eccesso di anidride carbonica e abbiamo meno energia e vitalità. Allo stesso modo una respirazione irregolare, che alterna ipoventilazione e iperventilazione, produce sbalzi di umore e instabilità.

L’ansia è un disturbo sempre più diffuso tra coloro che sono vittime dello stress e lo stesso vale per molte forme di depressione che spesso accompagnano l’ansia. Recentissimi studi scientifici hanno confermato i gravi danni prodotti dallo stress tra i quali la vasocostrizione e i conseguenti disturbi cardiovascolari, la diminuzione delle difese immunitarie, ecc. Secondo questi studi, però, i soggetti che sanno affrontare coraggiosamente le situazioni stressanti sono immuni da danni e anzi possono persino trarne dei benefici… (Vedi articolo: “Lo stress che fa bene”).

Il respiro è il legame più diretto con l’energia vitale

Un respiro irregolare e incompleto condiziona l’equilibrio neurofisiologico e, nello stesso tempo, i conflitti interiori influenzano la respirazione. Inconsapevolmente si trattiene il respiro per controllare le emozioni, ma così facendo cadiamo nell’apatia e siamo interiormente sconnessi. Se non si affrontano, vivendole direttamente, le tensioni rimosse con il tempo il disturbo invece di svanire si rinforza, perché quando si respira poco ci si sente scarichi e vulnerabili, ma quando si cerca di respirare più intensamente, insorgono l’ansia e la paura di perdere il controllo con sensazioni di alterazione che non comprendiamo che nelle forme più acute diventano veri e propri attacchi di panico. Questo è spesso alla base dell’alternarsi di stati d’ansietà e di depressione in soggetti altresì sani, che non hanno problemi tali da giustificare questo malessere esistenziale. A volte è sufficiente un eccessivo autocontrollo emotivo per inibire la respirazione, aprendo la strada a disturbi di varia natura. Tra i disturbi fisici sono comuni: senso d’oppressione toracica, di mancanza d’aria, dolori di schiena o cervicali, nodo alla gola, pesantezza, abbassamento della libido, ecc. Tra i disturbi dell’umore i più comuni: disturbi del sonno e della concentrazione, insicurezza, paure ingiustificate, pensieri circolari, ecc. Abituati a respirare poco, tenderemo a evitare una respirazione normale per inconscio timore di far riemergere le emozioni represse.

Per liberarcene è fondamentale affrontare esperienzialmente con il respiro queste emozioni nel contesto protetto della seduta. La catarsi, che a volte si manifesta in un pianto di pochi minuti, si rivela generalmente molto più efficace di lunghe terapie verbali o farmacologiche, e conduce a un profondo senso di benessere e di rilassamento che permette di osservare i problemi del vivere quotidiano dalla giusta prospettiva. Come ho detto, analizzare i motivi psicologici di questi malesseri non serve, perché finché si respira male si vive male, mentre quando si è liberata la respirazione e con essa le tensioni, i problemi psicologici si dissolvono in una mente serena che ci permette di reagire con spontanea creatività alle situazioni.

La respirazione ci mette in contatto con l’energia e con la psiche profonda, dalle quali scaturiscono le risorse della guarigione e del benessere. Senza bisogno di tranquillanti con un metodo naturale e privo di controindicazioni si può ritrovare il funzionamento armonico di psiche e soma e manifestare le potenzialità dell’intelligenza intuitiva.

In sintesi

1)         Lo stress può causare irrigidimento e squilibri della respirazione
2)         Una cattiva respirazione predispone a molti disturbi
3)     Poche sessioni modificano radicalmente il rapporto con lo stress e permettono di scaricare le tensioni
4)        La respirazione intensa, opportunamente applicata, è priva di controindicazioni ed è il modo più diretto per risolvere rapidamente i problemi associati allo stress.

Filippo Falzoni Gallerani

 

Dalla Psicologia Transpersonale alla Psicologia Integrale

La Psicologia Transpersonale è un approccio alla spiritualità e alla filosofia perenne in linea con i nuovi paradigmi della scienza e del pensiero moderno. La Psicologia Integrale cerca di includere il meglio della ricerca scientifica della psicologia, la consapevolezza di sé e la terapia e trarre ispirazione dalle grandi tradizioni spirituali che ne sono state la base.
La Psicologia ha origine dalle tradizioni spirituali, ma per affermarsi come scienza ha presto assunto un approccio materialista che ha escluso le dimensioni più profonde dell’Essere. Per secoli filosofi e mistici hanno riconosciuto la “Grande Catena dell’Essere” o “Grande Campo dell’Essere”, che è rappresentata da dimensioni e livelli che trascendono e includono i precedenti: dalla materia, alla vita, alla mente, all’anima, allo spirito. Negli ultimi 3000 anni, i filosofi del Perenne si sono trovati in accordo quasi unanime sui principali livelli del Grande Campo, sebbene il numero delle divisioni di questi livelli possa variare. Alcune tradizioni presentano solo tre maggiori livelli (corpo, mente e spirito o grossolano, sottile e causale). Altri ne hanno presentati cinque (materia, corpo, mente, anima e spirito), altri sette come per i sette chakra del Kundalini Yoga. Filosofi del Perenne come Plotino e Aurobindo hanno usato una dozzina di livelli di coscienza, altri avevano distinzioni molto complesse con anche 108 suddivisioni dei livelli dell’Essere e della Coscienza. Il Grande Campo è un grande nido morfogenetico che offre uno spazio di sviluppo ai potenziali umani.
In Occidente la religione presto si allontanò dallo Spirito e l’uomo ne fece un sanguinario strumento di potere, che contraddiceva gli insegnamenti dello stesso Dio che si voleva imporre con la violenza al mondo intero. La reazione a questa decadenza ha ispirato l’Illuminismo che ha rappresentato la vittoria della Ragione sul dogma e la superstizione. Tuttavia la reazione ai misfatti delle religioni fu eccessiva e andrò troppo oltre sino a negare del tutto l’esistenza dell’anima e dello spirito. Fu come buttare il bambino con l’acqua sporca, perché per combattere i crimini della Chiesa e osservare i fatti senza il filtro del dogma, si negò del tutto l’esistenza dell’autentica spiritualità sino a considerare “reale” solo la materia. Da questa prospettiva avere fede è come credere a Babbo Natale, le esperienze mistiche sono viste come una forma d’isteria e i mondi invisibili sono considerati solo fantasia. Purtroppo ancor oggi è vero che a livello di massa ciò che viene presentato come spirituale e religioso ha troppo spesso i connotati patologici di una fuga dalla realtà, di una stampella dell’ego, che è una parodia della vera spiritualità. Il risveglio spirituale è sempre l’eccezione, si dice che “pochi cercano la Verità e di quei pochi pochissimi la trovano”. Ma il fatto che la trascendenza dell’io, la percezione dell’Unità della vita e della sacralità dell’Essere siano esperienze destinate a pochi non ne inficia la realtà.
C. G. Jung fu accusato di misticismo perché riconosceva l’importanza dell’anima e della realizzazione del Sé. Jung considerava i simboli delle religioni dei prodotti dall’inconscio collettivo che correttamente interpretati rappresentano il cammino interiore attraverso il quale l’individuo si emancipa per individuarsi e autorealizzarsi. Ma per il solo fatto di trattare temi che la scienza considera tabù, la psicologia junghiana è stata a lungo esclusa dalle istituzioni al contrario della visione materialistica di Freud che ha profondamente influenzato gran parte della cultura occidentale. I numerosi studiosi del Perenne, tra cui numerosi orientalisti, sono stati relegati sino ad anni recenti in un’area che la scienza ufficiale non ha mai preso seriamente in considerazione. Una prima svolta si ebbe quando la Fisica quantistico-relativistica mise in evidenza una realtà ineffabile oltre lo spazio-tempo che poteva collimare con le visioni dei mistici e giustificare fenomeni che la ragione considerava impossibili.
Negli anni ‘60 del secolo scorso i tempi erano maturi perché questa grave lacuna della psicologia fosse colmata con la nascita della Psicologia Umanistica e poi della Psicologia Transpersonale. La Psicologia Transpersonale ha cercato di offrire un’interpretazione psicologica della Grande Catena dell’Essere riadattata alle conoscenze scientifiche moderne. Una Psicologia che riconosce i piani sottili e le dimensioni esistenziali e spirituali dell’essere umano.
Stanislav Grof con le tecniche esperienziali della Respirazione Olotropica e Ken Wilber, con la sua straordinaria e vasta opera di sintesi sostenuta da ricerche interdisciplinari che abbracciano Oriente e Occidente, sono tra le figure più rappresentative del movimento transpersonale. Negli ultimi anni sono stati pubblicati sulla Psicologia Transpersonale centinaia di libri e il Journal of Transpersonal Psychology, le cui prime pubblicazioni risalgono alla fine degli anni ’60, è una vasta e interessantissima raccolta di studi e ricerche a sostegno di una visione ampia e coerente.
Dal momento che gli stati non ordinari di coscienza sono spesso la chiave di accesso alla nuova coscienza, la Psicologia Transpersonale ha dato ad essi eccessiva importanza. Secondo Wilber uno dei problemi più comune consiste nel confondere gli stati prerazionali con gli stati transrazionali dato che entrambi non sono razionali. Per colare queste lacune ha ideato la “Psicologia Integrale” che è un’ulteriore evoluzione della Psicologia Transpersonale. Wilber cerca di includere il meglio della ricerca scientifica della psicologia con l’essenza delle grandi tradizioni spirituali. Un tentativo di integrare alcune delle intuizioni di sorgenti premoderne, moderne e postmoderne, riconoscendo che ognuna ha qualcosa d’importante da insegnare.
Nel primo capitolo del suo libro “Psicologia Integrale”, Wilber inizia chiarendo le basi essenziali del terreno di ricerca: “La psicologia è lo studio della coscienza umana e delle sue manifestazioni nel comportamento. Le funzioni della coscienza includono la percezione, il desiderio, la volontà e l’azione. Le strutture della coscienza, di cui alcune sfaccettature possono essere inconsce, includono il corpo, la mente, l’anima e lo spirito. Gli stati di coscienza includono gli stati normali (veglia, sonno e sogno) e gli stati alterati (stati non ordinari e meditativi). I modi della coscienza includono l’estetica, la morale e la scienza. Lo sviluppo della coscienza si espande per l’intero spettro dal “prepersonale” al “personale” e al “transpersonale”, dal subconscio, al conscio al superconscio, dall’id, all’ego, allo Spirito. Gli aspetti relazionali e comportamentali della coscienza si riferiscono alla sua mutua interazione con il mondo oggettivo esteriore e il condiviso mondo socioculturale di percezioni e valori condivisi”. Il grande problema della psicologia, per come si è storicamente sviluppata, è che la maggior parte delle diverse scuole ha scelto solo uno dei molteplici aspetti di questo fenomeno straordinariamente ricco e sfaccettato, annunciando che solo quello era l’aspetto che valeva la pena studiare o perfino che era l’unico aspetto esistente. Il Comportamentismo ha ridotto la coscienza alle sue manifestazioni comportamentali osservabili. La psicoanalisi ha ridotto la coscienza alle strutture dell’io e al loro impatto con l’id. L’Esistenzialismo ha ridotto la coscienza alle strutture personali e alle modalità intenzionali. Molte scuole di Psicologia Transpersonale focalizzano l’attenzione solamente sugli stati alterati di coscienza, senza una coerente teoria dello sviluppo. Le Psicologie dell’Oriente tipicamente eccellono nella descrizione dello sviluppo della coscienza dagli ambiti personali a quelli transpersonali, ma hanno una comprensione molto limitata degli sviluppi precedenti, cioè dal prepersonale al personale. La scienza cognitiva porta l’empirismo scientifico ad affrontare il problema, ma spesso finisce nel ridurre semplicemente la coscienza alle dimensioni obbiettive dei meccanismi neuronali e a funzioni simili a quelle di un biocomputer, devastando così il mondo della vita e della coscienza stessa. Wilber considera tutti questi aspetti una parte importante della psicologia ma con la sua Psicologia Integrale offre un quadro più ampio del mistero della natura umana nella sua pienezza.
Le teorie sono necessarie per orientarsi ma non è sufficiente conoscerle per ottenere una trasformazione reale. Una psicologia dell’Essere non può essere insegnata a chi non è pronto e non può essere praticata correttamente da chi ha compreso i concetti senza avere sperimentato direttamente il proprio sé. Non bastano letture e ascoltare conferenze, è necessaria una profonda e sincera autoindagine, il confronto con l’ombra e un autentico risveglio del cuore.

Filippo Falzoni Gallerani

Compendio del pensiero di Ken Wilber,  traduzione della Dott.ssa Visini nel link: “Lineamenti di una psicologia integrale”.

Il Libro Psicologia Integrale: http://www.macrolibrarsi.it/libri/__psicologia-integrale-ken-wilber-libro.php

FILIPPO FALZONI GALLERANI